«Passate le undici, sparisco dietro la porta di camera mia e vado in scena per i miei personaggi, con loro: gli do la mia voce, le mie braccia, gli occhi. Se uno di loro deve cadere, io cado; se vengono morsi, mi mordo. Se devono piangere, mi dispero». Terza puntata sui luoghi di scrittura delle nostre lettrici
Di Jo Blivion
Scrivere di sé è complicatissimo. Provo sin da sempre un miscuglio di invidia e ammirazione per chi sa come ritrarsi sulla pagina senza risultare né troppo marcato né troppo diluito. Negli ultimi tempi, a dirla tutta, è proprio lo scrivere che si è fatto complicatissimo. Non è stato sempre così, una volta ero una scheggia. Per scrivere queste pagine mi ci è voluto un mese, le ho corrette e smontate e riassemblate non so quante volte. Ma non sono sempre stata così.
Ne parlavo con la mia psicologa, qualche giorno fa, quando finalmente ho confessato che:
«Ho paura di non amare abbastanza la scrittura».
Un anno fa avevo permesso a quella paura di attraversarmi per un attimo, e da allora si era spalmata tra le pieghe del cervello e i nervi. Solo a inizio 2026 ho avvertito l’urgenza di sfrattarla, perché si stava impossessando di tutto. Prima o poi il corpo estraneo sarei diventata io.
La psicologa, a differenza mia, sembrava serenissima. «Perché pensi questo?»
«Perché non riesco più a farlo,» ho risposto senza esitare, ma subito dopo una parte di me si è risentita, così ho raddrizzato il tiro. «Cioè… non riesco più a farlo come prima». Ricordo che è stato difficile pronunciare queste parole, sentirle vibrare tra lingua e denti. Lì per lì mi sono vergognata come se avessi appena vomitato nel suo studio, ma mentirei se dicessi di essermene pentita.
«Prima quando? Riesci a ricordarlo?»
Mi è tornata alla mente una scena ben precisa, di anni fa: mia madre e io siamo in cucina, o meglio, solo lei è in cucina, io nel salotto accanto, una linea a terra separa le due stanze. Lei sta assemblando una coreografia, manca sempre meno al saggio. C’è lo stereo sul ripiano bianco, riavvolge la musica ogni volta che un passo non la convince. È meticolosa, mia madre: ambirò per anni, invano, al suo stacanovismo. Io sono seduta a gambe incrociate sul parquet, di schiena al divano, tengo adagiato sulle ginocchia il suo computer. Il suono dei tasti mi ha stregata, già a nove anni mi sforzo di scrivere velocissima per non interromperlo e a ogni sbaglio mi ingrippo. Una volta finito, aggiungo i grassetti, i corsivi e salvo il file. Ce l’ho fatta, mi dicevo, ora sono una scrittrice.
«Allora? Prima quando? Ci stai riflettendo?»
Alla fine ho ammesso: «Prima di avere vent’anni», ma a quel punto avrei preferito di gran lunga vomitare l’anima.
Sono nata per scrivere, e di questo non dubiterò mai. Ho imparato a farlo sul mio banchetto delle elementari, ma è sul pavimento di casa che ho trovato la scrittura. Da bambina trascorrevo molto tempo stesa per terra, dove tutte le cose che immaginavo emergevano senza ostacoli. Vicino alla porta della mia stanza poteva esserci un giardino fatato e dall’altro lato le montagne di fuoco, e nel mezzo interi regni da esplorare. Ho cominciato a scrivere per non dimenticare nessuna di quelle storie. Tra un gioco e l’altro riempivo quaderni interi con dialoghi e descrizioni di vesti, piante e guerre. Riservavo sempre uno spazio vuoto sulla pagina per disegnare ciò che avevo visto, vissuto. Prendevo molto sul serio questa mia editoria infantile, al punto tale che all’inizio di ogni capitolo tracciavo la prima lettera sempre più grande delle altre, per poi impreziosirla con colori e brillantini. Avevo imparato dai classici Disney cosa fosse una miniatura.
Abito ancora con la mia famiglia, negli ultimi anni la casa ha preso una forma nuova: è dal 2022 che mia sorella e io non condividiamo più la stanza. Abbiamo sempre avuto abitudini diverse – lei mattiniera, io notturna – ma prima di allora non avremmo mai immaginato uno spazio solo per una delle due. Lei è rimasta in quella che per anni era stata la nostra stanza; io mi sono spostata nello studio di papà. Al termine del trasloco, ero convinta di aver portato con me tutto ciò che era mio. Eppure, quando busso alla porta di mia sorella, mi trattengo sempre un po’ di più. Spero sempre che la me bambina sbuchi da sotto il letto per raccontarmi cos’ha visto là sotto.
Come suggerisce spudoratamente il mio cognome, scrivo soprattutto di notte. A dire il vero lo faccio da molto prima, avevo circa quattordici anni, ma da quando ho una stanza tutta per me, non devo preoccuparmi di dare fastidio battendo forte sulla tastiera, di parlare a voce alta o di trovarmi di faccia mia madre mentre litigo col niente in cucina. Vi suonerà banale, ma scrivo di notte per sentirmi al sicuro. Scrivere non è mai stata una cosa solo mentale, per me. Ed è ironico, considerato che spesso la psicologa mi ripete: «Per questo sei sempre dolorante! Il tuo corpo è bloccato, tu sei troppo nella mente». Cambierebbe idea se le dicessi che il mio corpo è mobilissimo, soprattutto quando lo presto ai miei personaggi. Passate le undici, sparisco dietro la porta di camera mia e vado in scena per loro, con loro: gli do la mia voce, le mie braccia, gli occhi. Se uno di loro deve cadere, io cado; se vengono morsi, mi mordo. Se devono piangere, mi dispero. I cambi sono netti e rapidi, se una battuta non mi convince, faccio tutto da capo. Mentre ragiono su questo, tentando di metterlo su carta, mi rendo conto che non sono cambiata affatto. Ho semplicemente spostato in verticale ciò che da piccola facevo in orizzontale. Senza tutto questo, mi è impossibile scrivere. Ne riconosco gli effetti collaterali, la difficoltà a rientrare nei miei confini, distanziandomi da chi dovrei dirigere. Li riconosco e li accetto: la scrittura, per me, è inquietudine allo stato solido.
Poi succede che il corpo mi serve per altro. Crescendo, ho disimparato a stare comoda, a prendere le cose con calma, e senza neanche accorgermene ho abbandonato l’abitudine a scrivere per terra. Non ho più tempo per stare ferma. Da un paio di mesi la mia vita è un sentiero ben scavato: treno, la metro, rettifilo, Mezzocannone, Porta di Massa, studio radiofonico. Quando non vado all’università, faccio il possibile per non uscire. Mi riprometto di sfruttare il giorno per scrivere, più precisamente dedico le ore solari alle revisioni e alle riscritture. La notte è per tutti i miei posso; il giorno è per tutti i miei devo. E non solo.
Mia madre e io siamo l’una il riflesso dell’altra. Entrambe primogenite, abbiamo lo stesso profilo. Guardiamo il mondo sempre un po’ imbronciate, le priorità degli altri vengono sempre prima delle nostre. Quando lei è al lavoro, mi occupo spesso io delle faccende di casa. La luce del sole mi rende produttiva, mi basta un caffellatte e mi metto all’opera: prima i piatti, poi la lavatrice, innaffio i fiori, sistemo i letti, passo l’aspirapolvere. Sono normalissime faccende domestiche, neanche poi così pesanti, che mi piace svolgere con un po’ di musica in sottofondo. Ma nel frattempo la mattinata scivola via verso l’ora di pranzo, e quando la casa si ripopola, riscopro quella difficoltà nell’accendere la miccia. Sento nella testa una voce che vuole costringermi alla scrivania, a riguardare quel racconto, a riscrivere quella recensione che è troppo scarna e che non rispecchia le mie capacità. Ma sulla scrivania ho lasciato anche i libri dell’università, e scatta subito l’allarme Devi studiare. Stai saltando un botto di lezioni dovrai recuperare tutto tra Pasqua e i weekend. Non dimenticare che devi uscire con 110 e lode, o al master non ti prendono. A questa sfilza di “devi”, molto spesso, si aggiunge molto spesso un cielo coperto di nuvole, che per una meteoropatica è il colpo di grazia. Il problema è che, mentre scivolo nel letto per riposare, tutto questo non mi sembra che l’ennesima scusa. Anche se sono stanca e mi si chiudono gli occhi, è l’ennesima mattinata che se n’è andata e mi sono dedicata a tutto, tranne alla cosa a cui tenevo di più.
«Allora? Che ne pensi?», ho chiesto io alla psicologa, mentre mi scrutava con la testa china su un lato.
«Che dovresti tenere a mente una sola cosa. Qualsiasi desiderio comporta la paura di quel desiderio stesso».
Sono uscita da quella seduta infreddolita. Anche se il cielo era cupo e basso, non mi sentivo abbattuta. Ho cominciato questo percorso da poco, ma già riconosco quanto mi stia aiutando. So bene che prima, per il solo fatto di aver dubitato della scrittura, mi sarei biasimata per giorni, e tutti i traguardi raggiunti mi sarebbero sembrati di nuovo vacui, casuali colpi di fortuna, nessuna conferma della mia bravura. Ma poi ho ripensato alla me che litiga ai pranzi di famiglia sulla religione, ribadendo che chi non è disposto a mettere in discussione la sua fede non è affatto un devoto, ma un cieco e pessimo fedele. Il fatto di aver ammesso quella paura mi aveva costretta a guardarla in faccia, a intimarle di stare al suo posto e lasciarmi lavorare.
Una volta a casa, la prima cosa che ho fatto è stata cercare Elena Ferrante tra le mie mensole. Diverse autrici mi stanno a cuore, ma lei mi sta nell’animo. Per qualche giorno ho portato L’invenzione occasionale con me all’università, ma è stato ne I margini e il dettato che ho trovato una consolazione: «Tutto, nello scrivere, ha piuttosto una lunga storia scritta alle spalle. Perfino il mio insorgere, il mio smarginare, il mio smaniare, è parte di una irruenza che è prima di me e che va oltre me.» Da qualche settimana, prima di mettermi a scrivere, rileggo certi passaggi tratti dai suoi libri, dalla tetralogia alla Frantumaglia. È come guardare una mappa che, man mano che il mondo va a dormire, mi riporta sulle orme di Morante, Sapienza, De Cespedes, Ortese, più recentemente Jackson e Nettel. E dunque, inevitabilmente, sulle mie. Se resto fedele a quest’abitudine, il dubbio resta sulla soglia della mente, e un’euforia implosiva mi guida verso le prossime messe in scena.
Sono le 23:38 del trenta marzo. Sì, mi sono ridotta all’ultimo, com’è mia abitudine da quasi due anni. Ma alla mia sinistra, accanto a una candela al caffè, c’è la stampa di queste tre pagine. Sono piene di appunti in rosso, note a matita, suggerimenti in nero. Ogni tanto le guardo e provo un sospiro di sollievo: finalmente mi piacciono, mi ci rivedo. «Non hai perso il tuo tocco magico», direbbe mia madre. Mia madre che adesso non balla più, ma nella mia memoria continuerà sempre a riavviare la musica, ogni volta che un passo non la convince. Forse un giorno le dirò che, di tutti gli insegnamenti che poteva passarmi, trovo che questo sia il più essenziale.
Biografia Jo Blivion:
Vivo in una città incastonata tra il Vesuvio e il Mediterraneo. Adesso frequento la magistrale di Filologia moderna alla Federico II di Napoli, da quasi un anno faccio parte della sua redazione radiofonica. Il mio ultimo racconto, “La candela”, è stato pubblicato sull’Equivoco. Last but not least, sono orgogliosamente Scorpione.
Redazione LM
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