Gli anni difficili e tristi di quando era bambina sono narrati da Tove Ditlevsen in “Infanzia”: da quella solitudine affettiva nasce però la sua vocazione creativa. Sesta puntata del gruppo di lettura della Sil scritta da una delle partecipanti
Di Antonella Bontae
Nei miei vagabondaggi letterari mi sono imbattuta in Infanzia, il primo libro della trilogia di Tove Ditlevsen: un romanzo di formazione doloroso, scritto dall’autrice danese a cinquant’anni.
Come suggerisce il titolo, l’infanzia è il leitmotiv dell’opera, indagata con accuratezza; si ammanta di “speranza” all’inizio del giorno, per poi frangersi nell’”ira” improvvisa della madre e declinare nell’”angoscia” successiva.
Per Tove è una condizione opprimente, “lunga e stretta come una bara”, un periodo buio che la rende simile ad «un animale intrappolato in un sotterraneo». Una volta superata, comprende che è stata come una malattia, “spigolosa e dura”, che lascia lacerazioni profonde. Eppure, giunta alla soglia dei quattordici anni, invece di slanciarsi verso il futuro, ne desidera paradossalmente un prolungamento.
Il rapporto con la figura materna è tratteggiato con precisione impietosa. La bambina cerca l’immobilità per non essere notata, quasi la sua stessa esistenza fosse una fonte di disturbo. Per sfuggire a una realtà “triste e deprimente”, si rifugia nella poesia. È qui che germoglia la sua vocazione di scrittrice, un desiderio che si scontra immediatamente con il patriarcato dell’epoca: il padre sentenzia che le “femmine” non possono scrivere, e pur credendo di difenderle, le considera “umane, per certi versi”.
Nonostante l’ambiente misogino, Ditlevesen sviluppa un amore viscerale per il linguaggio: soffre davanti a un libro per ragazzi “maltrattato” e custodisce il suo quaderno di poesie come una parte di sé. Anche quando sfuma la possibilità di pubblicare con un editore, capisce che per lei comporre è una necessità, poiché i versi «leniscono il patimento e gli aneliti del cuore».
Il suo universo infantile è segnato dalla povertà materiale e intellettuale e la casa è un teatro di incomprensioni. Il padre non offre soddisfazione neppure alla madre, deridendo persino il suo vestito da ballo che secondo lui è da “spaventapasseri”, mentre lei sminuisce il successo politico del marito.
In questo clima di gelo emotivo, per ricevere una carezza o un gesto di cura materna, Tove deve incredibilmente ammalarsi di difterite.
Sopravvive, poi, alla crudeltà di insegnanti e compagne di scuola indossando una “maschera di stupidità” e non solo: la sua ipersensibilità deve rimanere nascosta, un segreto da celare persino all’amica Ruth.
Sul senso profondo di questa scrittura nel nostro gruppo di lettura si apre una feconda analisi critica. Infanzia è un testo che ha la capacità di risvegliare la memoria involontaria di chi legge. Il mutismo della bambina per cercare l’armonia con la madre mi ha ricordato il silenzio della mia, di madre, quando cuciva tranquilla i vestiti per me. È il ricordo più dolce che conservo.
Echeggia anche nelle parole di Licia Ugo, che evidenzia la straordinaria capacità dell’autrice di «dare forma, colori e odori a un periodo della vita che può essere fiele o miele» e in quelle di Pina Mandolfo, che considera il testo «esso stesso una riflessione che ci entra dentro permettendo moti di identificazione».
Come osserva Daniela Maurizi, la scrittura è “lucida, al presente, con inserti poetici che interrompono la narrazione asciutta”. In tale contesto, i ruoli di genere sono già rigidamente definiti alla nascita e – constata – la scuola ha rappresentato l’unico spartiacque in grado di permettere alle donne del Novecento di trovare la propria voce.
Rita Lopez, che lo ha proposto, giudica meraviglioso il seguente passaggio del libro: «All’infanzia non si sfugge, resta attaccata addosso come un odore, la si sente sugli altri bambini, e ognuna ha un aroma tutto suo. Nessuno sente il proprio, perciò a volte si ha paura che sia peggiore di quello altrui. Siamo lì, intenti a parlare con una bambina la cui infanzia odora di cenere e carbone, e all’improvviso lei arretra di un passo perché ha sentito l’odore della nostra. Osserviamo di nascosto gli adulti, la cui infanzia è sepolta in loro, lacera e sforacchiata come un tappeto consunto e tarmato al quale nessuno pensa e che non serve più».
Aggiunge che i suoi primi anni di vita «hanno influenzato tutto quanto il resto, compresa la mia scrittura». Una risonanza confermata da Nadia Tarantini («torno sempre lì, Tove mi ha fatto ricordare quell’odore di cenere del camino e vecchie mura») e da Loredana Magazzini, che legge l’opera come un potente “romanzo sociale” e working class, denunciando «l’ambiguità del rapporto madre-figlia e il rifiuto materno di vedere davvero le figlie».
Rita Lopez contesta inoltre la facile (e abusata) etichetta di “Annie Ernaux danese”; un accostamento improprio non solo per ragioni cronologiche – Infanzia precede di anni le opere della scrittrice francese-, ma per l’autonomia stilistica e l’irripetibilità della voce di Ditlevesen.
Allargando lo sguardo all’intera trilogia, Mariella De Santis sottolinea come il primo libro si muova tra “immagini inguardabili” caratterizzate da “infelicità, miseria- non solo povertà”, sorrette da una “scrittura lucida e pulita”. Rileva poi come Gioventù sia il romanzo meno convincente, mentre il terzo, Dipendenza, si ricolleghi a Infanzia, dal momento che non si può scappare «dall’essere testimoni di quel che accade».
Sottolineo come il secondo volume, che si concentra sul riscatto sociale e sulla “solenne felicità” per la prima pubblicazione poetica – definita “un miracolo” – lasci scorrere sullo sfondo il periodo storico del nazifascismo, con i terribili campi di concentramento per gli ebrei (e altri).
Nel testo conclusivo, Dipendenza (Gift, che in danese significa sia “veleno” sia “matrimonio”, edito nel 1971), la parabola umana di Tove raggiunge il suo culmine tragico: si apre con la cruda descrizione di un aborto e prosegue con la spirale autodistruttiva dell’autrice. L’incontro con il medico Carl la trascina nella tossicodipendenza di farmaci iniettati sotto forma di apparente terapia. L’estasi artificiale sostituisce l’amore: i rapporti sessuali si rivelano “brevi e brutali” e la brama irrefrenabile per le sostanze la spinge a sottoporsi ad un intervento chirurgico sconsiderato pur di ottenerle, lasciandola sorda di un orecchio.
Si può affermare che la bambina, cresciuta nel disamore e nell’incomprensione genitoriale, non impari mai l’amore adulto? Che la sua esistenza sia una perenne e infruttuosa ricerca della pace con se stessa? In effetti Ditlevesen si toglierà la vita nel 1976, a cinquantotto anni, con un’overdose di sonniferi, donandoci un’eredità di 29 volumi tra poesie, romanzi e racconti, confermandosi una scrittrice straordinaria.
Conclude bene Mariella De Santis: la letteratura può essere una testimonianza dolorosa ma necessaria, che ci spinge a credere che la lettura (e la scrittura) costituisca un atto di rivolta (e di verità) a cui è concesso abbandonarci.
Antonella Bontae
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