«Procedetti a stipulare un memorabile patto con me stessa, giurando che sarei riuscita ad onorarlo. La vita interiore e creativa avrebbe riconquistato il suo terreno, con la legittimità ad esistere e ad essere riconosciuta, chiedendo luce dopo tante ombre.»
Di Brunella Campea
Per anni ho scritto la sera tardi sul tavolo della mia cucina. Per tanti anni. Era l’unico posto di quiete e di silenzio, mentre la casa dormiva e i miei due figli pure.
Ci fu un tempo in cui avrei pensato di tutto, ma mai che il mio bagno potesse diventare un cantuccio tiepido e tranquillo dove ritrovare le forze e le parole, la sera tardi. Dove scrivere.
Eppure solo allora il pensiero sembrava affinarsi, facendosi largo a fatica e nella fatica della fine di una giornata come le altre scandita da pappe e biberon, cacche e pannolini, pianti e risa gioconde, giochi ad ogni altezza di sguardo, che faticavano anche loro a riprendere il loro posto. Era una dimensione legata alla pelle e al cuore, al sangue e al cervello, e ad un organo prodigioso chiamato utero.
Uscire da questa dimensione, seppure per un breve lasso di tempo, sembrava possibile solo nel sonno e nel sogno, anche questi puntellati da risvegli ciclici, coperte da rimboccare e pipì opportuniste.
Ed era solo allora, nel bagno, che il mio pensiero si slegava dall’azione, che sembrava seguirlo sempre a distanza di un secondo. Restava pensiero, puro e semplice, e mi riportava in un centro che era la cosa più bella, sana e giusta, ed in questo, essenziale, perché tutto potesse continuare ed evolversi. E perché io potessi continuare in qualche modo anche a scrivere.
Per anni ho ripensato alla mia stanza di ragazza, dove scrivere era la cosa più naturale al mondo, senza nessuno ad interromperti in quella che vivi veramente come “una stanza tutta per sé”.
Ma quelle stanze non sono eterne, spesso crescendo ti vengono tolte, o semplicemente vanno perdute, e lì ricomincia la lotta per riconquistarle.
Dovettero passare gli anni, dovetti attraversare gli inverni a cui nessuno ci prepara, tornai a rammentare le parole mirate e oracolari di Goliarda Sapienza, per capire che sempre torna il tempo in cui ci si ritrova, e tutto ciò che attendeva nel margine della vita adesso può essere richiamato a sé…
«Solo in seguito, all’epoca d’oro dei cinquant’anni, epoca forte calunniata dai poeti e dall’anagrafe, solo in seguito sai quanta ricchezza c’è nelle oasi serene dell’essere con sé stessi, soli. Ma questo viene dopo».
Procedetti a stipulare un memorabile patto con me stessa, giurando che sarei riuscita ad onorarlo. La vita interiore e creativa avrebbe riconquistato il suo terreno, con la legittimità ad esistere e ad essere riconosciuta, chiedendo luce dopo tante ombre.
Testimoni la mia storica penna e i miei occhiali da miope a riposare fedeli negli angoli sempre vicini, e la luce della lampada accesa d’inverno, a forma di fiore, e il vuoto e il pieno che chiedono da sempre considerazione, e la piccola sedia di un piccolo scrittoio che sostengono il mio corpo appoggiato alla sua storia.
Ma in fondo, so che tutto mi è testimone.
Imparai quindi a delegare, troppo stanca della cucina e di quel tavolo verde marmorizzato, troppo mortificata dal ruolo al quale si viene inchiodate a forza; ho costretto gli altri attorno a me a non darmi sempre così scontata, non più, non dopo decine d’anni d’assedio da parte del lavoro domestico e di cura nei confronti della mia scrittura.
Dopo tanto rivendicai altri spazi, altri tempi, nuove assenze nel regno di Estia.
E sappiamo bene che è stato per legittima difesa.
L’ultimo libro l’ho scritto durante il primo lockdown nel periodo del Covid. Mi sono chiusa in camera da letto, ho sistemato un piccolo scrittoio davanti la finestra e mi sono rintanata lì dentro per circa un anno. Ogni tanto la famiglia reclamava la mia presenza, soprattutto a cena, ma il messaggio fu chiaro e incontrovertibile, tutti si sarebbero dovuti rimboccare le maniche.
Adesso quando penso a me mentre scrivo mi rivedo in quella camera, con la luce calda sui fogli ed il lettone alle mie spalle. Ma successivamente ho apprezzato molto anche il divano, circondata da tanti cuscini utili per la mia schiena.
Ricorderò per sempre le parole che Renata Viganò rilasciò in un’intervista, parole che mi trafissero come piccole spade, lei partigiana e scrittrice, autrice del libro “L’Agnese va a morire”, quando descrisse il suo posto deputato alla scrittura. Sembrava quasi di vedere la scena che andava a raccontare… mentre il marito Antonio Meluschi, anch’egli scrittore, giornalista e partigiano, scriveva nel suo studio o discuteva di politica e letteratura nel salotto di casa con gli amici comuni, la moglie Renata si accontentava della cucina, dove scriveva mentre cucinava, eventualmente anche per gli ospiti di turno.
Relegata pure lei in quel luogo come se fosse la cosa più naturale da accettare. Fu una constatazione che mi amareggiò tantissimo e che si è incredibilmente perpetuata negli anni per tante altre scrittrici. Forse oggi un po’ meno.
Joseph Conrad, l’autore di “Cuore di tenebra”, che ispirò a Francis Ford Coppola il film “Apocalipse Now”, così si interrogava: «Come faccio a spiegare a mia moglie che quando guardo fuori della finestra sto lavorando?».
Ecco il cuore della questione. Quella che riguarda ogni persona che fa della scrittura la propria arte, il proprio lavoro essenziale. E che ha bisogno di spazio, tempo, concentrazione e solitudine mirate.
Riusciremo mai a ribaltare quella frase? O seppure invertendo l’ordine dei ruoli non cambierà comunque niente?
Info su Brunella Campea
Pubblico nel 2007 la raccolta di poesie “Atlantide” (Edizioni Tracce). Poi nel 2015 la prima edizione del monologo “La farfalla sulla nuca”, riedito nel 2019 per le Edizioni Mondo Nuovo. Nel 2022 pubblic il romanzo “La storia nell’ombra”, Galzerano editore. Collaboro con il sito Autrici di Civiltà.
Redazione LM
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