Giulia De Lellis salverà l’editoria italiana?

I libri commerciali scritti dagli influencer stanno rendendo sostenibile la produzione letteraria? Un articolo di Giulia Caminito che a partire dal primo libro della influencer e personaggio della tv Giulia De Lellis prova ad approfondire dubbi e perplessità sul nuovo scenario del libro nell’era dei social.

 

Di Giulia Caminito

 

Dall’uscita in libreria del libro gossip di Giulia De Lellis – Le corna stanno bene su tutto. Ma io stavo meglio senza –  (scritto insieme a Stella Pulpo) in cui lei racconta come ha reagito quando il suo fidanzato Andrea Damante, trovato al programma televisivo di Maria De Filippi (Uomini e Donne) l’ha tradita con più ragazze mentre sui social sbandierava il loro perfetto e patinato amore, le polemiche e i commenti si sono avvicendati. Visto che leggendo i pareri di colleghi e colleghe non mi sono sentita fin qui molto in linea col loro pensiero, vorrei proporre la questione come complessa e non semplice da analizzare inserendola troppo frettolosamente nella categoria del fenomeno di passaggio che non reca danno e non dà fastidio.

Però non ho risposte certe agli interrogativi che la pubblicazione di questo libro ha risollevato in me e sui quali ragiono da tempo, perciò considerate pure questo come un articolo laboratorio, un cantiere sul rapporto tra commerciale e letteratura per come si è sviluppato negli ultimi anni a partire dai social, in particolare il più potente tra tutti in questo momento, cioè Instagram, luogo in cui Giulia De Lellis è passata da partecipante a un programma tv pomeridiano a testimonial di moda, cosmetici e influencer.

Io posso rientrare molto facilmente nella categoria “persona che si occupa di libri e letteratura ma che ha anche una fascinazione per quel tipo di intrattenimento che si può incontrare oggi sui social appunto o su youtube”, non sono quindi una distaccata osservatrice che non ha idea della materia di cui tratta il libro di Giulia De Lellis, ma una persona curiosa che tutto vede e tutto ascolta sia per divertimento che per volontà di comprensione, per rendersi conto di cosa accade sui mezzi di comunicazione, cosa succede al pubblico, come cambiano le cose.

In nessun caso ho mai preso direttamente parte però a polemiche o scambi di commenti avvelenati perché non rientra nel mio modus operandi, io sono una osservatrice silenziosa, che raccoglie informazioni per formare le proprio opinioni e rielaborarle, metterle insieme, provare a farle cementificare, a radicarle.

Ho letto da molte parti il plauso di chi ha catalogato il libro di Giulia De Lellis (pubblicato da Mondadori) come un aiuto all’editoria italiana, un libro commerciale che come gli altri (potremmo fare l’esempio recente della biografia di Fabrizio Corona, sempre pubblicata da Mondadori) grazie agli introiti che apporterà all’editore, alle librerie ecc., non farà altro che sovvenzionare implicitamente la produzione di qualità di quell’editore. Come a dire, ben venga Giulia De Lellis perché vista la difficoltà del settore quei soldi serviranno a far girare l’economia editoriale e permetteranno a libri di valore di continuare a esistere.

Questo è il punto uno quindi del ragionamento che ho letto in giro: i soldi dei libri commerciali finiscono per aiutare la produzione editoriale di qualità, cioè la tengono in vita.

E’ questa una teoria completamente sbagliata? Direi di no, purtroppo non lo è, c’è della verità, ma come ogni verità io credo sia più articolata di quello che sembra.

Secondo punto: Giulia De Lellis e Benedetta Cibrario (per fare un esempio di una autrice donna pubblicata da Mondadori e candidata al Premio Strega) non appartenendo assolutamente alla stessa categoria né di pubblico né di critica, sono come due rette parallele, condividono solo il marchio e in alcuni casi lo spazio in libreria, come qualcuno potrebbe essere capitato vicino a Peppa Pig o nella sezione cancelleria. Quindi Giulia De Lellis non inficia lo spazio di Cibrario e viceversa. L’esistenza di un libro di De Lellis non modifica il mondo letterario in cui Cibrario si muove.

Potrebbe sembrare così e per certi versi ovviamente è così, ma ci sono alcune considerazioni che vorrei condividere.

Intanto, sul finanziamento alla produzione editoriale di qualità, vorrei avvicinarmi a questa idea con molta cautela, perché se è vero che con quei soldi vengono tenuti in vita libri come quello di Cibrario e altri romanzi (se volete ci metto in mezzo anche i miei, che vendono un millesimo di Giulia de Lellis) non mi pare altrettanto vero che quei soldi vengano impiegati dal sistema editoriale (non solo Mondadori) per garantire la sostenibilità di tutto quello che non è romanzo e non è saggio divulgativo: come per esempio la drammaturgia, la poesia, la critica letteraria, le raccolte di aforismi.

Insomma (e vi rimando a questo articolo sull’impoverimento letterario) più ricchi sì, ma di cosa?

Il mercato editoriale non si può non definire ossessionato dalla forma romanzo, da quel romanzo ben confezionato, il così detto buon romanzo letterario, che si fa leggere ma non perché di bassa qualità. Il buon romanzo che ha fagocitato tutte (o quasi) le forme ibride, le forme complesse, le idiosincrasie letterarie, verso un sempre più marcato appiattimento del livello narrativo, molto spesso assimilato alla buona lettura e alla leggibilità. Ovviamente non succede ovunque questo, continuano a esserci forme di sperimentazione, soprattutto nell’editoria indipendente, ma sarà quindi poi vero che questi soldi che Giulia De Lellis ci regala, a noi tutti che ci occupiamo di libri, finiscano per sostenere quelle forme di letteratura che si stanno estinguendo e che con fatica arrivano al pubblico e alle librerie? E se i soldi che vengono investiti nella promozione e negli anticipi di questi personaggi pubblici (che di certo non te lo regalano pro bono il libro, immolandosi per la causa, considerando che vengono pagati decine di migliaia di euro per indossare una gonna o un rossetto) venissero invece spesi per finanziare e soprattutto promuovere in maniera capillare per esempio una collana di drammaturgia contemporanea, cosa succederebbe?

E’ tutta dei grandi editori la colpa di questo meccanismo di compensazioni e di questo depauperamento del panorama letterario? Non credo proprio, penso che ci siano delle colpe, ma che la risposta stia in anni e anni di mancato appoggio istituzionale al compartimento libri, che pare interessare la politica solo quando si deve discutere degli sconti in libreria, ma che non riguarda nessuno quando si tratta di pluralismo della forma scritta e sovvenzione di borse di studio, traduzioni all’estero, vita libraria, velocità della produzione, condizioni del lavoro editoriale, e progetti di qualità.

Anche perché si fatica sempre di più a stabilire cosa sia di qualità e cosa no, nel fiume della sovrapproduzione editoriale.

Secondo punto: la fama come criterio di scelta di pubblicazione.

Qui mi rifarò a un’opinione non mia ma che rubo a un conversazione pubblica con Giulio Perrone (editore e scrittore) il quale fece notare come cambi l’investimento editoriale rispetto alla certezza di avere un pubblico per il libro che verrà pubblicato. In parole semplici, i follower e il pubblico virtuale dell’autore o autrice vengono prima del libro, il libro è solo il risultato finale di una scelta che non vive della tipica incertezza della pubblicazione letteraria, ma si crogiola nell’ovvietà di avere dei compratori per il proprio prodotto. E tutto questo c’è dalla notte dei tempi, non è apparso per merito di Giulia De Lellis, dai presentatori tv al Papa è chiaro che quando si pubblica il libro di un personaggio pubblico e noto, lo si fa per il personaggio e non per il libro e lo si fa perché si sa che il libro ha un suo pubblico.

Ma come funziona tutto questo ai tempi dei social? E’ la stessa cosa di quando si pubblicavano Bruno Vespa o Luciana Litizzetto, oppure no? Cambia se i possibili acquirenti sono già contabilizzati dal numero dei follower? E inoltre, certo Giulia De Lellis noi la inseriamo nel gruppo “gli innocui che non leggono e non scrivono” e che quindi non competono alla gara editoriale della letteratura, ma non sembra anche a voi che tra Giulia De Lellis e Benedetta Cibrario (mi scuso per averla presa a esempio in tutto l’articolo, ma lo faccio come esempio positivo) non ci sia tutto un gruppo intermedio di bookblogger, instabookqualcosa, blogger, gente che scrive frasi a capo e pensa che siano poesia (e i loro editori la chiamano poesia) che arriva alla pubblicazione per questo stesso principio (magari non sempre ma spesso) e che poi non viene catalogata come Giulia De Lellis e liquidata con un sorrisetto amaro, ma viene invitata ai premi, ai festival, viene recensita, viene seguita eccetera senza produrre realmente letteratura? A voi non pare che il principio più follower hai più è probabile che il tuo libro venga pubblicato non sia così alieno al comparto stesso della letteratura? Siamo sempre sicuri di essere al riparo coi nostri pennini e il nostro studiolo, mentre fuori De Lellis fa la passerella di Venezia e noi la guardiamo con sufficienza e snobismo, pensando: brava ora tanto coi tuoi soldi ci pubblicheremo solo alta letteratura.

Voglio così dire che tutto quello che si fa sui social riguardante i libri è spazzatura? Assolutamente no, io stessa sto sui social, sarei ipocrita e sciocca a dirlo, ci sono anche lì rubriche molto curate, persone che leggono realmente i libri, che si appassionano, gente che ha studiato e che usa i social con cognizione di causa, che aiuta la circolazione dei libri, ci sono persone con capacità di scrittura e che hanno un blog o un account instagram che funziona. Tutto vero.

Ma passiamo al punto tre di questa schematica e per forza di cose limitata messa in scena di dubbi e inquietudini: le figure di mezzo.

Come appunto cercavo di insinuare poco sopra, a me sembra che la conta dei follower e l’ingresso in campo dei social network abbiano un po’ modificato anche la stessa editoria commerciale e per riflesso, anche se noi fingiamo che non sia così, stiano mondificando pure l’editoria non commerciale o presunta tale. Ed è questa modifica, il fatto che un editore proponga per esempio i romanzi e le raccolte di Gio Evan e le chiami poesia, che a me preoccupa, che mi allarma, non perché lui o altri (ci sono molti esempi) siano deprecabili, il punto non sono mai per me Gio Evan o Giulia De Lellis, il punto è il movimento editoriale, sono i modi in cui l’editoria chiama i suoi prodotti, come li promuove e dove, come ridefinisce se stessa, come si propone al pubblico. Se continuano a chiudere le collane di poesia e si chiama poesia qualcosa che non lo è e lo si fa a lungo e sempre di più, cosa sarà poesia tra venti anni? E se al pubblico l’editore propone De Lellis con molta semplicità per quello che è cioè un libro sulla sua vita e le corna del fidanzato, non si può dire lo stesso di altri prodotti, che sono per me sempre ascrivibili al meccanismo del follower prima del libro, ma che spesso vengono mascherati da forme letterarie popolari. In queste forme e nel fatto che la narrativa si stia lentamente schiacciando sul romanzo, io ritrovo un doppio passo editoriale pericoloso. Che non so dove ci porterà alla lunga.

Perché il fulcro non è tanto il presente quanto gli sviluppi del presente, la letteratura del futuro, l’editoria che non è odierna.

A me pare che tutto questo avvenga senza che ci si fermi un attimo e ci si spaventi o ci si interroghi quanto meno su quello che sta accadendo nelle librerie, sui giornali, sui social, a un mondo, quello della letteratura, che fatica a esistere e che come il nostro ecosistema in generale sta perdendo forme di vita, votate di questo passo all’estinzione.

Quindi per riassumere, lo snobismo non è d’aiuto, non serve allontanare tutto dicendo tanto a me non riguarda, ma chi saranno mai questi influencer. In realtà per gli autori e le autrici giovani sotto ai quaranta (come me), per quelli che stanno esordendo ed esordiranno, la partita dei social è aperta, quelli sono mezzi di comunicazione che noi ci troviamo a dover affrontare e quelle sono produzioni editoriali con cui dobbiamo avere in qualche modo a che fare. Chi inizia a pubblicare di questi tempi e lo fa aspirando alla letteratura (cosa per me molto frustrante e che costantemente metto in discussione rispetto a quello che faccio trovandomi sempre inadeguata) penso debba capire dove si posiziona politicamente nel processo editoriale, che idee ha sul post crisi del libro, che idee ha sui linguaggi e le definizioni editoriali, che idee ha sul concetto di influenza, se vuole o no essere influente e come.

Questo discorso del posizionarsi riguarda la sopravvivenza come autori e autrici in un mondo in cui la comunicazione passa attraverso quei canali, riguarda la sottrazione e le sue conseguenze, riguarda il tempo della scrittura, riguarda la precarietà della scrittura e del lavoro, riguarda i luoghi a noi adatti, la promozione dei nostri libri eccetera, eccetera.

Non ho purtroppo delle chiare risposte su cosa sia giusto o sbagliato, non ho probabilmente l’autorevolezza né gli strumenti per dirlo, ma a 31 anni dopo vari anni a lavorare per e nell’editoria, non posso non chiedermi ogni volta cosa stia accadendo, a cosa stiamo andando incontro e perché.

La demonizzazione non serve, in nessun caso, sentirsi superiori neanche, ma valutare i fenomeni provando ad andare un po’ oltre alle opinioni comuni, forse aiuta nella proiezione verso il futuro a capire cosa ci interessa e cosa no, su cosa ci vogliamo applicare e in che modo, su cosa siamo critici e cosa pensiamo di fare per difenderci.

 

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Giulia Caminito

GIULIA CAMINITO è nata a Roma nel 1988 e si è laureata in Filosofia politica. Lavora nell'editoria occupandosi soprattutto di letteratura del Novecento italiano, scrittura delle donne, libri per bambine e bambini. Vive a Testaccio e ha esordito nel 2016 con il romanzo "La Grande A" . A febbraio 2019 è uscito per Bompiani il suo secondo romanzo dal titolo "Un giorno verrà".

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