Corpi in piazza, vulnerabili e attivi

 

Di fronte alle violenze che emergono ovunque nei riguardi dell’altro/a, e, nello stesso tempo, alle manifestazioni di dissenso verso le logiche liberiste, come per il recente 8 marzo quando centinaia di migliaia di donne hanno invaso le strade di circa 48 paesi per uno sciopero globale (NonUnaDiMeno), le riflessioni di Butler del 2015 appaiono particolarmente importanti. Se è vero, come nota giustamente Alessandra Pigliaru sul Manifesto, che per Butler è la vulnerabilità a consentire di “leggere la grammatica politica della strada”, bisogna riflettere sul concetto. Le numerose donne che l’8 marzo si riunivano in vari luoghi sembravano – a vederle sia a Firenze sia attraverso foto e video nelle varie città – tutt’altro che vulnerabili, nel senso comunemente inteso di fragilità e debolezza. Butler tuttavia sottolinea che il corpo è comunque esposto “alla storia, alla precarietà e alla coercizione, ma anche a ciò che è incalcolato e felice, come la passione e l’amore, oppure a ciò che è improvviso, come l’amicizia o un lutto inatteso”. Ogni forma di reazione è effetto e funzione della vulnerabilità, dipende dall’apertura “ad un mondo che non è pienamente conoscibile o prevedibile”: dire che ciascun* di noi è un essere vulnerabile significa “ribadire la nostra radicale dipendenza dagli altri”, il che non è scontato in una società come la nostra dominata da imperativi liberisti, dall’egoismo e dall’individualismo, ma anche “da un mondo che ci supporta e che deve essere in grado di farlo”. Se da sempre ci collega l’interdipendenza, la nostra persistenza può essere messa dunque in pericolo oppure sostenuta da strutture sociali, economiche, politiche.

I corpi, che si riuniscono in pubblico, affermano il diritto di apparizione (prendendo spunto da Arendt), esprimono “la richiesta incarnata di una vita vivibile” che mostra la simultaneità della precarietà e dell’azione. Il radunarsi ha in sé una messa in atto corporea e concertata, una forma performativa plurale. Butler sostiene che l’agire di concerto può costituire una forma incarnata di contestazione delle attuali concezioni dominanti del politico, perciò intende la vulnerabilità come una forma di attivismo. Sono i corpi a chiedere “lavoro, casa, assistenza sanitaria, un senso di futuro che non sia quello di un debito non restituibile”. Quando quei corpi manifestano (e ogni mobilitazione è diversa) nelle strade, piazze o in altre forme di spazio pubblico (incluse quelle virtuali) esercitano un diritto plurale e performativo di apparizione, un diritto di affermazione e di insediamento al centro del campo politico e pongono l’istanza di una vita vivibile, di “una pari distribuzione dei beni pubblici”.

Ritorna così il concetto di vita buona di cui ha parlato, sulle tracce di Adorno, in «Vite precarie» del 2013, e che non può che coinvolgerci: in piazza S. Annunziata a Firenze l’8 marzo come Giardino dei Ciliegi abbiamo letto proprio un brano su questo (dopo Lorde) e varie giovani amiche hanno chiesto riferimenti bibliografici, perché colpite dalla forza delle parole di Butler. La vita buona infatti non può che implicare, io credo, anche la libertà delle donne in tutte le sue accezioni: per Butler la lotta femminista deve puntare all’efficacia delle istituzioni del welfare, “cruciali al sostegno delle vita, resistendo, nello stesso tempo, alle modalità paternalistiche che mirano a ripristinare e a naturalizzare le relazioni di disuguaglianza”. Donne, omosessuali, queer, transgender, stranier*, lavoratori precarizzati, apolidi, disabil*, poveri, – i “dispensabili”, cioè quelli considerati dal liberismo incapaci di conformarsi alla norma dell’autosufficienza ad esempio nel pagarsi l’assistenza sanitaria – possono conquistare il diritto di apparizione nello spazio pubblico.

È proprio nelle azioni collettive, “transitorie e critiche”, che si può creare l’alleanza dei corpi: Butler, che è partita dall’interesse per la teoria queer, riflette qui sul modo in cui la distribuzione differenziale della precarietà può operare, o già opera, come luogo di alleanza tra gruppi di persone che, al di là di essa, possono avere anche poco in comune, purché dispost* a “concettualizzare una vita come degna di uguale valore rispetto ad un’altra ed entrambe come tra loro interdipendenti”. Nella rivendicazione di un’idea di uguaglianza, libertà e giustizia, ben diversa da quella del potere, ogni io è al tempo stesso un noi “senza che ciò significhi un’impossibile totalità”. Ma la vulnerabilità di chi trova la sua voce nell’alleanza dei corpi non è da considerarsi come una categoria cristallizzata, perché dipende da una distribuzione diseguale di visibilità all’interno della dimensione sociale e pubblica. Butler resta convinta che le politiche identitarie non esauriscano la questione di cosa significhi vivere insieme nonostante e attraverso le differenze, in una prossimità «non scelta deliberatamente ma vista come l’unica istanza etica possibile».

Sembra in qualche modo prefigurare, a mio avviso, le manifestazioni del recente 8 marzo: il “salto” dello sciopero globale, sostiene Veronica Gago, mette in campo un femminismo che tende a diventare pratica di massa capace di connettere lotte diverse attraverso i confini e a partire dal protagonismo delle donne che esprimono una domanda ampia di giustizia. Dal movimento Occupy alle proteste di Atene e del Parco Gezi di Istanbul, dalle mobilitazioni queer a quelle degli immigrati, per Butler queste azioni collettive possono esprimere forme di resistenza e solidarietà radicali da cui emerge una nuova idea di “popolo”, portatore di differenze incarnate. L’affermazione di esistenza plurale non è una vittoria sulle forme di precarietà, ma articola, attraverso le sue modalità performative, un’opposizione alla precarietà indotta: in una sopraffazione che non produce paralisi, si hanno così mobilitazioni “nella precarietà, a partire da essa, e contro di essa” in una coabitazione non scelta ma ineliminabile – cercando di cogliere le difficili e mutevoli connessioni globali che svelano “il vincolo di ciò che possiamo ancora chiamare etica” – per un “noi che è in costante divenire”. E con quella libertà che «non presuppone né produce un’identità collettiva, quanto, piuttosto, un insieme di possibilità e di relazioni dinamiche che includono forme di supporto reciproco, conflitto, gioia, solidarietà».

Judith Butler, L’alleanza dei corpi, traduzione di Federico Zappino, Nottetempo, 2016, pp. 347, euro 17,00

Alessandra Pigliaru, “Una promessa di buona vita nei raduni collettivi”, il Manifesto 8 marzo 2017

Veronica Gago, intervista sullo sciopero delle donne, in euronomade.info

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Clotilde Barbarulli

Clotilde Barbarulli collabora attivamente con associazioni quali il Giardino dei Ciliegi di Firenze, la Libera Università Ipazia, la Società Italiana delle Letterate. Si occupa di autrici contemporanee fra lingue e culture e di scrittrici '800/900. Tra le sue pubblicazioni: con L. Brandi, I colori del silenzio. Strategie narrative e linguistiche in Maria Messina (1996); con M. Farnetti, Tra amiche. Epistolari femminili tra Otto e Novecento (2005); con L. Borghi Visioni in/sostenibili. Genere e intercultura (2003), Forme della diversità. Genere, precarietà e intercultura (2006), Il Sorriso dello Stregatto (2010)."Scrittrici migranti: la lingua, il caos, una stella" (ETS 2010),

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