Le Guin, Cixous, scrivere con il latte materno… Una cosa che non dicono quasi mai è che prendersi cura di una neonata può frantumare non solo il tempo della scrittura, ma il suo desiderio stesso.
Di Elisabetta Mongardi
Invece di scrivere, chiudo la porta della cucina, accendo le cuffie e lavo i piatti ascoltando la rassegna stampa del giorno. Sono le venti, la mia giornata è finita. Si apre una finestra di tempo – cinquanta minuti, un’ora al massimo – in cui posso scegliere cosa fare. È il tempo che passa tra quando L. la mette a dormire e quando anche io mi metto a letto, e guardiamo uno spezzone di film con una cuffia a testa, per sentirla se piange. Cinquanta minuti bastano per lavarsi la faccia, mettere la crema, rispondere ai messaggi che ho lasciato indietro, poi scegliere una cosa, e fare quella. Quasi mai è scrivere.
Invece di scrivere, faccio venti minuti di yoga per alleviare il mal di schiena che da mesi non se ne va. Penso di aver letto molti saggi sulle difficoltà delle madri artiste, delle madri scrittrici. Le Guin, Cixous, scrivere con il latte materno. Una cosa che non dicono quasi mai è che prendersi cura di una neonata può frantumare non solo il tempo della scrittura, ma il suo desiderio stesso. Scrivere adesso, al pari di molte altre attività che prima avrei detto fondamentali, diventa un’altra delle cose che faccio. Che farei, se avessi tempo.
Invece, mi distraggo a guardare su Instagram un video di trenta secondi in cui Rachel Cusk spiega che ciò che serve davvero per creare qualcosa è la disciplina. Racconta di una sua vecchia compagna di scuola che aveva un talento per il violino ma si era messa in testa di diventare pittrice, e si era tanto impegnata che alla fine ce l’aveva fatta. Cusk ricorda di averla incontrata anni dopo, in una galleria o a una mostra, e di aver pensato che fosse straordinario vedere la forza di volontà scavalcare il talento.
Guardo il lavello della cucina finalmente svuotato, i piatti ordinati ad asciugare, e mi sento meglio.
Mi sforzo di evocare un’immagine di me che lavo i piatti nella mia vita di prima, ma non mi viene in mente nulla. Ricordo bene quando scrivevo, invece. Ma i piatti no. Eppure devo averli lavati.
Invece di scrivere, leggo venti pagine di un libro di Deborah Levy. Di un saggio di Orna Donath sulle madri pentite, che ha su di me l’effetto di un esorcismo. Di un libro di Cristina Rivera Garza, che non finirò. Mi stupisco della naturalezza con cui, non appena mi attraversa il pensiero di aprire il quaderno e buttare giù due righe, lo ricaccio indietro: tornerò a scrivere, prima o poi. La sostanza di quel prima o poi è la stessa del futuro brumoso che mi si formava in testa quando ero incinta e mi illudevo di poter immaginare la vita di adesso. Finalmente liberato il corpo, sono prigioniera di questa gravidanza della scrittura.
Invece di scrivere, mi stendo sul tappetino con le punte che T. mi ha consigliato di comprare, sempre per il mal di schiena. All’inizio è spiacevole, poi la pelle si abitua alla pressione e si abbandona a un formicolio leggero, si lascia stordire. Penso: magari stanotte dormirò meglio.
Uno dei suoi libri preferiti è una favola illustrata di Gianni Rodari in cui una bambina rimpicciolisce fino a diventare una formica quando arriva il momento di andare a dormire. Al mattino la madre fa per buttarla giù dal letto, ma lei si rifiuta di svegliarsi. Sono ancora troppo piccola, le dice. Aspetta che ricresca.
Invece di scrivere, finisco di rispondere alle mail di lavoro che non sono riuscita a smaltire durante il giorno. Una cosa che non dicono quasi mai è che la tua scrittura passerà nelle mani di altri, diventerà un regalo, una concessione generosa. Per scrivere avrai bisogno di chiedere un’ora al tuo compagno, a tua madre, alla babysitter. Di mentire. Dire che la bambina ha la febbre, che hai perso l’autobus. Il tempo e lo spazio della scrittura sono ora un tempo e uno spazio collettivi, che puoi occupare solo in prestito, e sempre in cambio di qualcosa.
Da qualche settimana riesce a gattonare fino al nostro studio. Si aggrappa allo scaffale più basso della libreria e tira giù uno a uno i libri, poi li butta a terra. La prima volta che glielo vedo fare chiamo L. Vieni a vedere, dico, con un senso di orgoglio delirante. Lei si gira e ci sorride, soddisfatta.
Invece di scrivere, tolgo i vestiti dallo stendino, li piego e li rimetto nell’armadio. Sterilizzo i biberon nel microonde. Se mi metto a scrivere, ho l’impressione di riuscire a dire solo di lei e di me. So che mi passerà, ma mi fa vergognare. Ecco un altro modo in cui non posso che fallire: la nuova madre che scrive solo di maternità. Che perde interesse nel mondo, ripiegata su se stessa.
A due settimane dal parto ho scritto la scaletta del mio prossimo romanzo su un quaderno come una sorta di rito propiziatorio, per ricordarmi di me. Mi sembra oggi piuttosto una sepoltura, un rito funebre per un progetto che quella persona non scriverà. Lo scriverò io, invece, che trovo la trama già troppo complessa, i personaggi troppo numerosi, la struttura inutilmente articolata per il tempo che potrò dedicargli quando, prima o poi, tornerò a interessarmene.
La sento lamentarsi nell’altra stanza. Si alza, piagnucola, si rigira nel letto. Continua così per diversi minuti, poi la sua voce si spegne, rimane solo il rumore bianco che proseguirà fino al risveglio, se la batteria regge. Prima di rimanere incinta, avevo iniziato un racconto in cui una donna si sforza di scrivere qualcosa ma è tormentata dal suono di un neonato che piange nell’appartamento accanto. Ce l’ho ancora nelle bozze. Inizio a capirne il senso, ora che sono stata da entrambe le parti del muro, ma invece di scriverlo attraverso il corridoio, mancano dieci alle nove, entro in camera, raccolgo i minuti di silenzio e immobilità che rimangono prima che cominci la notte, prima di arrivare a domani.
Bio. Vivo a Bologna, per lavoro mi occupo di organizzare festival e gestire progetti culturali, nel 2025 ho pubblicato un romanzo per Hacca Edizioni: “Ogni singola assenza”. Da qualche mese sono la mamma di Lia.
Redazione LM
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