«Ho voluto far interagire il canone e il non canone, la tradizione maschile e l’emergere prepotente della scrittura femminile, e anche lo sviluppo della critica delle donne». Donatella Izzo ha scritto una storia della Letteratura degli Stati Uniti d’America in due volumi, dai resoconti di viaggio del periodo coloniale fino all’universo narrativo intermediale contemporaneo con uno sguardo critico intriso di teoria femminista. L’abbiamo intervistata
Di Valeria Gennero
Letteratura degli Stati Uniti d’America è un manuale. Lo attesta la sua collocazione editoriale e lo certifica il nome dell’autrice, Donatella Izzo, autrice di studi critici celebrati a livello internazionale e fino a pochi mesi fa professoressa ordinaria di Letteratura angloamericana all’Università di Napoli L’Orientale. Chi si avvicina a queste pagine vi scopre però una scrittura limpida ed elegante, lontana dalla tortuosità compiaciuta di tanta saggistica recente. Izzo riesce a guidare chi legge in un viaggio appassionante attraverso la complessità della cultura degli Stati Uniti.
Il lavoro è imponente, diviso in due volumi per un totale di più di mille pagine: il primo copre il periodo dalle origini fino all’Ottocento, mentre il secondo è dedicato a XX e XXI secolo. Entrambi sono suddivisi in tre sezioni principali dedicate a “tempi”, “forme” e “generi”. I tre temi vengono modulati e rielaborati a più riprese grazie a una struttura che resta fluida e leggibile nonostante la complessità del lavoro di Izzo, che è sì una storia letteraria, ma offre allo stesso tempo una riflessione sul percorso filosofico e politico degli Stati Uniti, dai resoconti di viaggio del periodo coloniale fino all’universo narrativo intermediale contemporaneo. Passato e presente degli Stati Uniti vengono illuminati da uno sguardo critico intriso di quella teoria femminista cui Izzo ha dedicato saggi influenti, a partire “Teoria della critica femminista”, del 1996. Dalla libertà speculativa della teoria ai vincoli imposti dalla necessità di sintesi di ogni storia della letteratura il salto può essere grande, eppure Izzo ha saputo tradurre in una pratica critica raffinata e innovativa molte delle intuizioni più feconde del femminismo del Novecento.
Ne abbiamo parlato con lei in occasione della pubblicazione del volume:
Uno degli aspetti che colpiscono chi prende in mano la tua Letteratura degli Stati Uniti è l’ambizione dell’operazione: erano almeno cinquant’anni che in Italia l’impresa di scrivere una storia dell’intera tradizione letteraria degli Stati Uniti d’America non veniva intrapresa da una persona sola, e anche i volumi collettanei non sono stati molti. La critica femminista, in Italia come negli Stati Uniti, a partire dagli anni Sessanta del Novecento ha spesso contestato la presunta universalità delle storie letterarie “classiche”. Come correttivo sono stati proposti percorsi alternativi che erano spesso dedicati esclusivamente alla riscoperta della tradizione femminile. Il tuo è invece il primo esempio di una intellettuale che fa i conti con la letteratura anglo-americana tout court. Mentre ti confrontavi con una tradizione storiografica declinata al maschile, il fatto di essere una donna è qualcosa a cui hai pensato? Credi abbia avuto un impatto?
È qualcosa a cui penso per la prima volta adesso. Capisco la tua domanda e forse devo fare un passo indietro per cercare di rispondere. Devo tornare alle riflessioni che hanno ispirato il lavoro: si tratta di un libro che nasce molto chiaramente dalla mia esperienza didattica. Quando l’editore me lo propose, io mi resi conto che era una cosa che volevo fare perché per tutta la vita avevo cercato un manuale di storia della letteratura che rispondesse ai miei criteri, che contenesse quello che mi interessava condividere con i miei studenti, che avesse un certo tipo di approccio, di consapevolezza. Quindi, in qualche modo l’idea di scrivere questa storia letteraria è partita da un ruolo, se vogliamo di autorità già acquisito, che era il ruolo dell’autorità didattica.
Ora, e questo non si può ignorare, la mia è stata la prima generazione in cui le donne sono arrivate abbastanza copiosamente ai ruoli di vertice delle università in Italia. Non è che non ci fossero docenti universitarie nella generazione precedente, ma erano certamente minoritarie perfino nelle discipline umanistiche, dove adesso sono fortunatamente un po’ meglio rappresentate di quanto non fossero in passato. Ancor meglio, anche nelle scienze cosiddette dure le donne si stanno facendo strada in maniera significativa. Però direi che la mia generazione, nell’immettersi dentro l’università grosso modo all’inizio degli anni Ottanta, è stata la prima in cui le donne si sono prese questo potere di parola dentro il mondo accademico. In qualche modo, l’aver scritto questa storia letteraria è una sorta di corollario di quella presa di parola originaria, che era quella di dire sì, io sto dentro l’accademia, un mondo che è stato tradizionalmente molto maschile, ma adesso tante di noi lo stanno conquistando portandoci dentro i propri punti di vista, le proprie parole, i propri ambiti tematici di interesse e acquisendo una certa autorevolezza. Quindi direi che la presa di parola del libro è in qualche modo una forma di corollario o di conseguenza di qualche cosa che era avvenuto prima. Era stata la scelta di stare dentro questa istituzione e di starci possibilmente in maniera non subalterna, perché non è che siano mancate in passato le “assistenti” che popolavano i ranghi inferiori dell’università. Però starci con delle ambizioni era un’altra cosa e questo la vedo come un fenomeno generazionale, perché l’ho condiviso con altre persone, cioè con amiche, con persone che frequentavano l’università, se non addirittura la scuola, nei miei stessi anni e che hanno fatto le stesse scelte e che sono arrivate agli stessi obiettivi sia in Italia sia negli Stati Uniti.
Quali pensi siano gli elementi maggiormente innovativi di questo libro?
Qui ci vuole una risposta lunga e anche per certi versi molto immodesta A me pare che gli aspetti innovativi siano molti e sui più vari livelli. Alcuni hanno a che fare con quello di cui parlavo prima, e cioè con una certa ricerca, potremmo dire, di empowerment. Altri hanno a che fare con la volontà di intrecciare livelli che mi capita di vedere quasi sempre separati. Volevo fare questo lavoro molto ambizioso, di far interagire in un unico volume punti di vista diversi, volevo restituire in qualche modo anche la ricchezza complessiva di quello che può essere la letteratura, perché questo volume è una grande dichiarazione d’amore alla letteratura, oltre che alla letteratura americana in quanto mio oggetto di studio. Secondo me la letteratura è una cosa complessa, molto più di quanto i mille metodi riduzionisti con i quali mi sono confrontata nel corso di una quarantina d’anni di carriera, per non dire una cinquantina d’anni di formazione, ci abbiano spinto a pensare. Quindi volevo che questi elementi potessero interagire: il canone e il non canone, la tradizione maschile e l’emergere prepotente della scrittura femminile, e anche lo sviluppo della critica delle donne.
Una delle cose innovative di questo testo, per esempio è aver cercato costantemente di metterci anche dei discorsi teorici, oltre a quelli di critica letteraria, e quindi di aver tentato di dare conto di fenomeni che magari non sono strettamente letterari, ma che non sono scindibili dalla letteratura. A più riprese, per esempio, in Letteratura degli Stati Uniti si parla di femminismo. Io non credo che ci siano molti altri manuali, anzi direi con quasi certezza che in italiano non ci sono storie letterarie che abbiano mai pensato che fosse non solo lecito, ma necessario parlare di teoria e specificamente parlare di femminismo.
Parlare di femminismo, quindi, come prassi storica e come teoria letteraria e approccio critico.
Senza questo tipo di discorsi un tentativo di storiografia sulla letteratura impallidisce, si impoverisce, rimane privo degli strumenti con cui un lettore può cercare di capire quello che sta leggendo. Questo degli strumenti per me è un discorso importante ed è un discorso che ha a che fare con certe autocoscienze metodologiche generali proprie della mia generazione. Però ha a che fare anche con una consapevolezza della posizionalità, della situated knowledge che viene dalla mia frequentazione della teoria femminista. Un atto di conoscenza non può non essere situato. E perché un atto risulti situato, sia per me sia per chi legge, occorre che le posizioni vengano messe in chiaro e anche in qualche modo condivise. Però è necessario anche che chi legge riceva o possa condividere strumenti con i quali valutare quello che sta leggendo. Quindi a trasfondersi in questo atto di ambizione somma che porta a scrivere tutta da sola una storia letteraria di 1200 pagine c’era anche la volontà di restituire a chi legge un panorama il più possibile articolato, ma farlo prendendo delle posizioni esplicitate e rese il più possibile contestabili, falsificabili al bisogno, e sempre consapevoli della loro “situazione”, della loro voce enunciativa.
Questo credo che sia uno dei lasciti della teoria femminista nelle sue varie evoluzioni, ed è una cosa che ho cercato di mettere a frutto e di restituire nello scrivere questo volume.
Un’altra novità è la scelta di tenere insieme due livelli spesso separati: quello di una tradizione storiografica che guarda i testi da lontano e quello di una critica che li interroga invece da vicino. In queste pagine lo sfondo teorico è inseparabile dalla lettura ravvicinata del testo e molto spazio viene dato alle citazioni dirette in lingua inglese.
Quasi tutte le citazioni nascono da una lunga frequentazione con i testi. Di volta in volta io li amo i testi che leggo, se fosse stato per me ne avrei messe il triplo di citazioni e il volume sarebbe diventato di 5000 pagine. Sono convinta che non si possa parlare di letteratura se non si parla anche di testi, se non se non si ha un approccio diretto alla parola letteraria. Sono vecchia abbastanza da aver subito una prima fase di indottrinamento new critical, e/o strutturalista, basato sull’idea dell’autosufficienza del testo, che ne parla in base alle sue strutture interne e in cui non c’è bisogno di capire niente e di sapere niente di quello che sta al di fuori del testo.
Tutto questo è stato superato quando ho cominciato a guardarmi intorno e ho scoperto che non avevo mai capito niente di tutto quello che avevo letto con quell’ottica minuziosa e approfondita, perché in realtà dentro i testi ci sono mondi di cultura, di storia, di politica che io avevo felicemente ignorato: questo mi avevano spiegato i miei maestri e parlo di maestri a ragion veduta col maschile. Quando però mi confronto con un testo quel gusto della parola, della struttura, della ripetizione, della metafora, e così via, riviene fuori. E mi viene da dire che riemerge quasi con qualunque cosa io mi confronti. Per me era indispensabile sostanziare letterariamente i discorsi storici, politici e culturali che andavo facendo. Quindi, anche proprio per quel discorso di condivisione degli strumenti e degli oggetti a partire dai quali io faccio certe considerazioni, era necessario che chi prende in mano questo libro potesse accedere in prima persona alle “prove”, all’evidenza testuale che mi fa sostenere certe cose sulla poesia, sulla prosa, sulla saggistica.
L’abbondanza di testi primari corrisponde quindi alla volontà di giocare alla pari, cioè all’idea di un dialogo ideale con interlocutori e interlocutrici, che possano accedere alle stesse fonti a cui accedo io per fare certe affermazioni. Inoltre permette un’idea più ampia della letteratura, che è qualcosa di estremamente ricco di implicazioni su ogni piano possibile della vita sociale, della vita culturale e della vita politica, ma che il suo lavoro lo fa attraverso le parole, attraverso il linguaggio. E quindi da quel linguaggio specifico non si può prescindere, perché altrimenti si recitano cose che diventano anche un po’ tautologiche. L’apporto specifico della parola letteraria si perde quando viene ridotta a un contenuto ideologico o a una rappresentazione storica o a una presa di posizione politica. Mi sembra che questo sia un modo non di arricchire, ma di impoverire i testi.
In un famoso studio di qualche decennio fa, Joanna Russ aveva analizzato la presenza delle scrittrici nelle storie letterarie dedicate alla letteratura di lingua inglese, e aveva fatto una scoperta bizzarra: negli studi più autorevoli, la percentuale di donne selezionate a far parte del canone ristretto dei “classici” degni di essere tramandati e studiati oscillava sempre tra l’8 e il 10%. Nel tuo libro invece è costante la presenza di voci e sguardi femminili che contribuiscono attivamente alla definizione delle speranze e dei conflitti che scandiscono la storia degli Stati Uniti. C’è stata qualche scoperta che è stata anche per te una rivelazione mentre scrivevi queste pagine?
Una delle cose che mi hanno dato più gusto è stata studiare il Settecento, un secolo che io non avevo studiato granché durante i miei anni di studi e neppure durante la mia carriera accademica, perché poi anche a lezione ci si passa sopra abbastanza rapidamente. Queste donne del Settecento erano formidabili. La più celebre oggi è Phillis Wheatley, una poeta afroamericana che all’epoca ebbe grande risonanza anche in Europa. Tuttavia per me questa è stata proprio una scoperta collettiva, che va anche al di là dei singoli nomi ma che restituisce secondo me un panorama di una ricchezza e di una vivacità straordinarie. C’erano le poete, certo, ma anche le drammaturghe e le saggiste.
Se dovessi scegliere un nome, una figura che ti ha colpito particolarmente?
Direi Judith Sargent Murray, autrice di racconti e drammi e, come se non bastasse, pure del saggio “On the Equality of the Sexes”, scritto nel 1770, una ventina d’anni prima della nota Déclaration di Olympe de Gouges, anche se è stato pubblicato solo nel 1790. Erano donne che non avevano ancora imparato a essere sottomesse, a stare buone a casa a fare gli angeli del focolare e curarsi della sfera domestica, come sarebbe poi accaduto nel corso dell’Ottocento. Forse è un salto, ma mi vengono in mente Toni Morrison e il suo romanzo Il dono. In quelle pagine descrive l’America coloniale di fine Seicento, un’epoca in cui la schiavitù non era ancora automaticamente associata al nero e quindi c’era una fluidità di ruoli, una serie di possibilità che poi si sono chiuse nel momento in cui lo schiavismo ha consolidato la schiavitù come fenomeno primariamente razziale.
Le donne del Settecento mi hanno dato questa magnifica impressione di una grande libertà di movimento, nonostante le condizioni giuridiche fossero avverse. Al di qua dell’ideologia della sfera domestica, al di qua del consolidamento di un certo tipo di rappresentazione della sfera femminile, queste donne erano una potenza assoluta dal punto di vista proprio del loro modo di intervenire nella sfera pubblica. Per restituire questa scoperta ho anche dato parecchio spazio sia al Settecento sia alla letteratura della Early Republic, una cosa che nelle letterature italiane si è fatta abbastanza poco, anche perché questo tipo di attenzione in larga misura nasce nell’ambito degli studi americani degli ultimi vent’anni. E poi naturalmente a fine Settecento ci sono i romanzi di Charlotte Temple e l’inizio del romanzo sentimentale, ma questi sono temi di cui più o meno si è sempre parlato.
E nell’Ottocento? Ci sono state sorprese anche in un periodo a cui avevi dedicato già numerosi studi in passato?
Una cosa che personalmente ho trovato affascinante è stata la poesia di guerra di Emily Dickinson. È stata una scoperta il fatto che Emily Dickinson scrivesse con attenzione continua al panorama bellico circostante, perché comunque gran parte della sua opera coincide con gli anni della Guerra civile americana. Se si leggono alcune delle sue poesie, si vede che lei stava parlando di quello, si vede che lei, la poeta passata alla storia per essere reclusa con l’abito bianco, chiusa nella sua stanza a scrivere senza vedere nessuno, senza parlare con nessuno eccetera, quella era la stessa persona che scriveva poesie sulle battaglie della Guerra civile. Poesie straordinarie tra l’altro, potenti, sulle battaglie della Guerra civile. Per me una sorpresa perché tutte noi abbiamo spesso letto quelle poesie di Dickinson che parlano di vittoria e di sconfitta nell’ortodossa chiave della sconfitta personale, del ripiegamento, di una dialettica tra un dentro e un fuori, fra una vita privata e una vita pubblica, tra una vita mondana e una vita spirituale, il senso di un sacrificio personale. Lei però parlava e parlava di battaglie, di sangue che scorreva a fiumi, di cose che, io almeno, prima di leggere questa bibliografia più recente su Dickinson non avevo non avevo mai approfonditamente valutato.
Inoltre, ho capito quanto può essere divertente Louisa May Alcott, cosa che non immaginavo avendo letto perlopiù i romanzi più famosi. E qualcuno dei romanzi gotici. L’aspetto degli sketches dalla Guerra civile non lo avevo mai valutato. Queste sono state le scoperte forse per me più importanti, perché poi nella letteratura del tardo Novecento e in quella contemporanea le voci femminili erano più evidenti da subito. Anche il ruolo delle donne nel Modernismo era noto, perfino le poete moderniste, che pure ho cercato di mettere in evidenza, attribuendo loro un intero capitolo, in polemica abbastanza esplicita con la versione a lungo tramandata del Modernismo come una cosa maschile, sacerdotale, con l’esproprio del sostrato animatore della sperimentazione di quegli anni, che nasceva in realtà dalle intellettuali donne. Ho cercato di metterlo in evidenza più che ho potuto e ho messo in evidenza il contributo di innovazione non soltanto poetica e intellettuale, ma anche del costume di queste donne tutte irregolari dal punto di vista della loro sessualità. Erano anticonvenzionali, delle presenze che non per caso sono state fortemente censurate e represse nella versione tramandata del Modernismo canonico che ha preso forma a metà Novecento. Quindi mi interessava che tutte queste donne avessero un ruolo importante in questa storia.
Donatella Izzo, Letteratura degli Stati Uniti d’America: Vol.1 Dalle origini al XIX secolo; Vol. 2 XX e XXI secolo, Le Monnier Università, 2026
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