Poveri e cattivi

Valeria Gennero, 13 luglio 2021

“Trash”, i potenti racconti di Dorothy Allison ci immergono in un mondo di bianchi perdenti, sgradevoli. Le donne che vuole raccontare per salvarle dall’irrilevanza hanno costruito le loro vite accanto a uomini alcolisti, tossici, schiavi del gioco, a volte ladri, talvolta inetti, spesso sfruttati e senza la speranza di cambiare un destino di miseria e umiliazioni

Di Valeria Gennero

“Sono qui per raccontare le storie che non volete ascoltare. Sono qui per salvare i miei morti”.

Dorothy Allison non ha mai fatto mistero del rapporto tra la sua biografia e le storie che racconta. Con questa risoluta e provocatoria dichiarazione di intenti, Allison ci offre una sintesi di quanto rende immediatamente riconoscibile la sua scrittura: una combinazione unica e talvolta spiazzante di ironia e amarezza, vitalità e tragedia. Le storie che non vogliamo ascoltare sono quelle dei bianchi-spazzatura: Trash, il titolo di questa raccolta di racconti, fa riferimento all’espressione white trash, usata in lingua inglese per indicare “i poveri cattivi”, come Allison stessa definisce le figure che popolano il mondo in cui è cresciuta, le generazioni invisibili di morti dimenticati: “uomini che bevono e non sanno tenersi un lavoro; donne invariabilmente incinte prima del matrimonio, che si logorano in fretta, grasse e invecchiate dal troppo lavoro e dai troppi figli”.

In queste storie non troviamo la povertà dignitosa di lavoratori sfruttati eppure decisi a combattere per un senso di giustizia, o per un sogno di benessere. La ricerca di quel successo economico che nella letteratura degli Stati Uniti viene spesso indicato come sinonimo di felicità è impensabile per i protagonisti di questi racconti, abituati a un orizzonte di speranze che non vanno mai al di là della semplice sopravvivenza: “La mia bisnonna materna ebbe undici figlie e sette figli; mia nonna, sei figli e cinque figlie. Ognuna di questi ne ebbe almeno sei. Alcuni nove. Sei per sei, undici per nove. Erano come le tabelline. Morivano e nessuno ne sentiva la mancanza”.

Allison ci racconta storie sgradevoli, popolate da un esercito di “perdenti” senza gloria; queste storie sono talvolta apprezzate dalla critica, ma raramente raggiungono il successo di pubblico. Eppure lei ce l’ha fatta: il suo primo romanzo, “La bastarda della Carolina” (Bastard Out of Carolina, edito nel 1992 e tradotto da noi nel 2018), è ormai un classico riconosciuto, ed è considerato uno degli esempi più riusciti e influenti della svolta della narrativa di fine secolo verso un realismo “dirty”, sporco, capace di toccare temi scabrosi in modo inedito e deciso a lasciarsi alle spalle la lunga stagione delle astrazioni citazioniste postmoderne. I racconti di Trash sono stati pubblicati per la prima volta nel 1988, a pochi mesi di distanza dalla Trilogia di New York di Paul Auster, forse il punto di arrivo più celebrato della metanarrativa statunitense, rarefatta e raffinata, lontanissima dalla fisicità straripante e talvolta fieramente offensiva di Dorothy Allison.

Il paragrafo iniziale del volume è già un esempio di questo linguaggio diretto, concreto: “Il fatto centrale della mia vita è che sono nata nel 1949 a Greenville, nel South Carolina, figlia bastarda di una donna bianca di famiglia disperatamente povera, una ragazza che aveva mollato la scuola media l’anno prima, faceva la cameriera e aveva quindici anni e un mese quando mi mise al mondo”. Sono parole tratte da “Ragazze cocciute e storiacce brutte”, il primo dei due preziosi saggi introduttivi scritti dalla stessa Allison per questa raccolta. Il modo in cui finzione e autobiografia si mescolano nelle sue storie vi è ribadito più volte. Anche nelle numerose interviste recenti disponibili in rete, Allison sottolinea spesso quanto sia stato per lei essenziale rendere pubblica attraverso la scrittura la storia della sua infanzia. Prima di contattare una casa editrice, Allison ha scritto per anni i suoi racconti su taccuini gialli che poi riponeva in un baule. In seguito ha iniziato a leggerli in pubblico, talvolta in occasione di raccolte di fondi per i numerosi gruppi femministi e lesbici di cui ha fatto parte, senza però pensare che potessero suscitare un interesse più ampio di quello della cerchia ristretta delle sue compagne di lotta.

La decisione di renderli pubblici arriverà solo in un secondo tempo, quando gli anni trascorsi renderanno possibile uno sguardo meno antagonistico e rabbioso nei confronti delle proprie origini. Si fa così strada la necessità di dare voce a chi non l’ha mai avuta, per rendere visibili persone simili a quelle in mezzo a cui era cresciuta, per raccontare donne che le assomigliassero: “l’esperienza condensata e reinventata di una lesbica della working class, strabica, assuefatta alla violenza, alla lingua e alla speranza”.

Oggi questo tipo di scrittura ci appare pienamente legittimata e riconosciuta, e c’è quindi il rischio di perdere di vista quanto innovativa e disorientante risultasse quando i racconti di Trash furono pubblicati per la prima volta. La sua scrittura è stata avvicinata a quella di altre grandi voci della letteratura del sud degli Stati Uniti, Carson McCullers e Flannery O’Connor. A distinguere Dorothy Allison da quella tradizione narrativa, che pure viene evocata in modo esplicito nei racconti, è un senso dell’umorismo feroce che fa pensare alla prosa tersa e impassibile di Lucia Berlin.

Nel racconto con cui si apre questa raccolta, “Fiume di nomi”, fanno la loro comparsa per la prima volta molti dei personaggi che popolano l’universo narrativo di Allison: le loro storie verranno infatti rielaborate e raccontate in seguito anche in “La bastarda della Carolina” e in “Due o tre cose che so di sicuro” (Two or Three Things I Know for Sure), un memoir arricchito dalla presenza di fotografie dell’autrice e dei suoi familiari.

I nomi si accumulano in modo disordinato, e così le storie: sono decine i cugini e gli zii, cresciuti una generazione dopo l’altra in famiglie in cui la violenza domestica era la regola, e la morte, anche in giovane età, un evento abbastanza consueto da essere raccontato senza enfasi (“Chissà perché alla fine sembrava sempre che si fossero ammazzati da soli: incidenti d’auto, colpi di fucile, vecchie corde, grida, cadute dalla finestra, cose dentro di loro”). E nel caleidoscopio di frammenti, rimandi, salti temporali, comincia a emergere il trauma a cui la prosa di Allison ritorna, inesorabilmente: lo stupro subito dal patrigno all’età di cinque anni, una violenza che sarebbe cessata solo anni più tardi. Il primo riferimento a quanto accaduto è spietato quanto conciso:

Quasi sempre ci stupravano, le mie cugine e me. Ci si scherzava su.

“Cos’è una vergine del South Carolina?”

“Una bambina di dieci anni che corre molto veloce”

Le donne che Allison vuole raccontare per salvarle dall’oblio e dall’irrilevanza hanno costruito le loro vite accanto a uomini alcolisti, tossici, schiavi del gioco, a volte ladri, talvolta inetti, spesso sfruttati e senza la speranza di poter mai cambiare un destino fatto di miseria e umiliazioni. Le loro vite sono senza redenzione, eppure degne di essere raccontate. Come quella della bisnonna Shirley, nata in una famiglia benestante e finita per amore in un mondo di bifolchi a cui sente di non appartenere, e in cui si trova imprigionata da una serie di gravidanze accolte con rabbia crescente. In “Gospel” troviamo l’incontro di una bambina di nove anni con l’esperienza religiosa, e la sua amicizia con la piccola Shannon Pearl – un’altra delle storie che torneranno anni dopo nel romanzo. E poi le storie sull’esperienza universitaria, la borsa di studio per studenti indigenti e la nuova politica del sesso. La prosa dura non fa sconti, nulla viene edulcorato: Margaret si occupa della madre affetta da senilità precoce che “caga sul divano” ma non vuole ferirla ricoprendo le superfici di casa con una protezione di plastica, le coppie lesbiche si tradiscono e si feriscono con crudeltà, lontane dall’idealismo rassicurante della sorellanza: anzi la narratrice sfida quella che definisce ironicamente “la Polizia Politica Lesbica” per comprare Playboy, deridendo il perbenismo salutista dei gruppi femministi.

Le scene di sesso in “Appetito lesbico” avevano suscitato scalpore ai tempi della pubblicazione: la descrizione di rapporti di potere e pratiche S&M rovesciava l’idealizzazione politica dei rapporti tra donne come espressione di una sessualità che rifiutava di erotizzare dominio e sottomissione. I racconti ci portano a spasso nel tempo, dalla Carolina degli anni Cinquanta alla California del nuovo secolo, ci mettono di fronte la disperazione di corpi malati, ci mostrano il tumulto della passione amorosa e la gioia di quella politica. Ma soprattutto ci permettono di ascoltare una voce letteraria potente, la cui intensità ci arriva in tutta la sua durezza grazie all’eccellente traduzione di Margherita Giacobino, cui va inoltre il merito di avere per prima proposto la scrittura di Dorothy Allison al pubblico italiano già nel 2006, quando Trash è stato pubblicato dalla casa editrice Il dito e la luna.

Dorothy Allison, Trash, traduzione di Margherita Giacobino, minimum fax, 2021

Dorothy Allison, La bastarda della Carolina, traduzione di Sara Bilotti, minimum fax, 2018

Dorothy Allison, Due o tre cose che so di sicuro, traduzione di Sara Bilotti, minimum fax, 2019

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Valeria Gennero è professoressa associata di Letteratura angloamericana all'Università di Bergamo. È autrice di numerosi studi dedicati alla letteratura statunitense del Novecento. Tra le sue pubblicazioni recenti si segnala il volume “Sguardi interculturali: Pearl S. Buck e la Cina” (Verona, Ombre corte, 2020) curato con Maria Gottardo e Junwei Yao. Per altre informazioni https://www.unibg.it/ugov/person/738

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