Il tempo della ricerca non si esaurisce mai

16 luglio 2021, di Barbara Mapelli

Ogni volta che ci si avvicina a un libro – almeno a me accade così – fin dal primo sfogliare le pagine avviene un cambiamento, una specie di risposta personale e immediata che muta per ogni testo e lettura. Vorrei chiamarlo incontro o forse postura relazionale, stile di lettura, un rapporto diverso da ogni precedente esperienza e che è influenzato da molti fattori. Senza addentrarmi troppo in generalizzazioni preferisco scavare un po’ nello ‘stile’ che ho adottato con naturalezza – la riflessione è venuta dopo – nella lettura di Lea Melandri. Innanzitutto l’influenza di un pre-giudizio, questa volta positivo, nei confronti dell’autrice che mi assicurava la certezza che avrei trovato nelle sue parole qualcosa di vicino a me, e illuminante. Poi – e sto semplificando motivi che sono tra loro intrecciati – la speranza, che si è avverata, di trovare tracce dell’adolescente che sono stata nelle parole e nelle domande presenti nelle lettere: il testo è infatti una raccolta di lettere inviate nella metà degli Ottanta a una rubrica di posta che Lea teneva sul giornale Ragazza in.
Ma torno alla mia lettura del libro: l’adolescente Barbara è una figura che in fondo continua a piacermi, pur nei suoi limiti e irresolutezze, ed è sempre una soddisfazione riuscire a risvegliarla nella sua cameretta piena di manifesti giganti, nelle lunghe ore a letto – tutto facevo a letto, studiare, leggere, sognare, scrivere – nelle amicizie, amori, lunghe telefonate e lettere e messaggi struggenti. E ho ritrovato, ma non avevo dubbi, nelle parole di Lea esaudite le mie attese, la sua vicinanza alle lettere e alle vicende delle adolescenti hanno consentito la mia stessa condivisione emotiva. Così scrive nell’Introduzione a questa nuova edizione:

«La rottura improvvisa di una relazione amorosa aveva già aperto la strada a ferite ben più profonde, tanto dolorose da non poter diventare neppure ricordi, e le lettere delle ragazze arrivavano come inattese compagne di un viaggio che avremmo percorso insieme, tra sogno e lucidità di analisi (…) non mi restava che affidarmi, per le risposte, alla parentela che sentivo con quell’esploratore di paesaggi interni che è l’adolescente». (p.7)

Il testo è diviso in capitoli e parti che trovano i loro titoli nelle parole stesse delle ragazze, che Lea riprende nelle sue risposte. Nella prima sezione una lettrice si presenta in questo modo,«non sono un tipo timido e chiuso, ma non posso essere una teenager. Perché? Ma è semplice: sono brutta, ma proprio brutta! (,,,) non mi reputo simpatica e neanche tanto intelligente (…) sembro una mummia imbalsamata».
Il paragrafo si intitola La polvere e l’argenteria e la risposta si basa su questa metafora che dà valore e rende preziosa anche la polvere che si insinua, “silenziosa e aggressiva, innocente e sospetta” sulle cose preziose, la bellezza che la società richiede e costruisce sulle immagini femminili. (p.18 sgg.)
Questa risposta, come le altre, non assume toni consolatori, ma propone riflessioni più complesse, ampie, forse difficilmente decifrabili per chi le ha cercate, che indicano però comprensione, partecipazione, smuovono pensieri che si sentono già meditati e ora riaffioranti, sollecitati da sentimenti condivisi.

«Ho creduto di potermi avvicinare a loro sottolineando e trascrivendo frammenti, andando fino a perdermi in un corpo a corpo con un materiale che mi toccava profondamente, per poi staccarmi con la scrittura e tracciare un sottile confine tra me e loro, tra il sogno d’amore che ci accomunava, al di là della distanza di età, e la consapevolezza con cui la mia appassionata partecipazione al movimento delle donne mi aveva insegnato a interrogarlo». (p.8)

E questa partecipazione empatica, se pure espressa attraverso analisi forse talvolta difficili da interpretare, trova nelle ragazze risposte di comprensione, di una relazione che si è stabilita. «Perché ti sto scrivendo? Perché è meraviglioso capire, ma lo è altrettanto essere capiti». (p.42) Ma ci sono anche rimproveri nelle lettere, richiami a una maggiore semplicità, personalizzazione e immediatezza.
«La forma delle tue risposte, che, più che tali, sembrano affermazioni enigmatiche a destinatario indeterminato». (p.80)
«La prego di rispondere alla mia domanda e di non limitarsi ad analizzare la mia situazione». (ib.)
A loro Lea risponde ribadendo il valore di un pensiero che,

«al desiderio chiaro di salvezza oppone gli andirivieni enigmatici della sua ricerca, alla strada larga della consolazione il labirinto delle analisi, che aprono la superficie di una terra tremante per trovare le cause profonde di ogni assestamento e di ogni terremoto». (p.81)

I temi che si addensano nelle lettere sono quelli che attribuiamo all’adolescenza e -forse ingiustamente – non ci concediamo con la medesima passione nell’età più matura: l’amore (qui molto citato anche quello per i Duran Duran), il tormento nella ricerca di sé, la solitudine, i genitori che non capiscono, la droga. Prevedibili senz’altro ma che segnalano bisogni urgenti e genuini di conoscersi, di cercarsi.
Le interlocutrici di Lea, e alcuni interlocutori, intrecciano anche rapporti tra loro e vi sono lettere che si rispondono reciprocamente. E’il caso di Luciano, cui sono indirizzate molte parole di consolazione e rassicurazione per attenuare il suo dolore.
«Bisogna essere padroni del gioco, perché la vita è un gioco difficile, e se si perde si può iniziare tutto da capo, senza fermarsi mai (…) Caro Luciano, al Diavolo l’Anima Gemella! Io mi sono stancata, ora gioco, parlo, amo, rido a modo mio, solo a modo mio. Non so se questa risposta alla tua lettera sia stata, come dice Lea, ‘dolce e intelligente’, ma spero ti abbia fatto piacere riceverla». (p.65)
Lea commenta questo incrocio di lettere e di storie e propone alcune riflessioni più generali, confrontando l’amore come sogno e la realtà, pluralità e complessità delle vicende vissute.

«Se l’amore continua a essere più sognato che reale, è perché la fantasia che lo crea non conosce la complessità dell’esperienza. Come nelle favole e negli incantesimi, essa semplifica le passioni, costruisce i personaggi a due a due, uguali e contrari, distanti quanto basta per desiderare ogni volta una riunificazione felice». (ib.)

Un binarismo, diremmo oggi, esasperato che delinea con sicurezza virtù e ruoli di femmine e maschi in cui il sogno d’amore resta impigliato e le storie di ciascuna e ciascuno trovano sorprese dolorose, poche o schematiche risposte alla ricerca di sé.
Ma le lettere che vengono indirizzate a Lea propongono anche altre problematiche, che sembrano superare la visione binaria dell’amore e che sono – per i tempi, anni Ottanta! – di più difficile identificazione, anche per i soggetti stessi.
«Io sono definito da tutte le persone che conosco ‘un bel moro’, e di questo mi vanto. Ma quando vedo un ragazzo, che in linguaggio femminile si definisce ‘figo’, io vorrei assomigliare a lui, specialmente se è biondo e con gli occhi celesti. Ah! Altro piccolo problema: ultimamente mi sono innamorato di una ragazza del mio paese, ma il fatto è che, quando la vedo, la saluto solo come amica, non provo niente per lei in quel momento». (p.33)
Si tratta di un problema di identità – così si intitola il capitolo in cui la lettera è inserita – di un adattamento forzato alle forme che la società impone per essere accettati e accettate,

«per ottenere affetto e attenzione, nella solitudine con noi stessi possiamo invece vestire panni insoliti, cambiare i lineamenti del nostro volto, e disperdere un’identità che si porta spesso con fatica». (ib.)

Il tema viene ripreso in uno dei capitoli finali della raccolta, con più chiarezza davanti a lettere che esprimono la consapevolezza dei soggetti di vivere amori omosessuali. «Forse è il problema gay a provocare in me queste crisi, ma è anche vero che giorno per giorno mi accorgo che conviene essere gay. Così almeno ci distinguiamo dalla gente immorale, senza anima e senza cuore». (p.233)
La risposta di Lea mi appare in questo caso particolarmente partecipata, fa sua la richiesta di aiuto, di comprensione del ragazzo.

«Carlo, che ha appena riconosciuto i vantaggi di una clandestinità innocente, messa a confronto con gente immorale e senza cuore, si augura che oltre il muro, che lo tiene infelice e solitario, una mano si affretti a lasciare per lui sulla carta parole di conforto». (p.234)

Infatti Carlo, al termine della sua lettera, chiede che venga pubblicata, reso pubblico il suo indirizzo, per trovare qualcuno che voglia scrivergli.
Consapevole dell’ingiustizia, incomprensione, e soprattutto ignoranza, che oscura, annebbia i desideri di amori omosessuali, la lettera di una giovane donna.
«Sono una ragazza 17enne e il motivo per cui ti scrivo è molto semplice. Leggo da tanto tempo questo giornale, soprattutto le pagine in cui compare l’argomento gay. Purtroppo mi fa sentire veramente depressa la constatazione dell’ignoranza e delle patetiche dichiarazioni di aiuto ‘spirituale’ che si leggono in materia. Mi urta sentire persone che scrivono: ‘Poverino, su avanti, il futuro sarà migliore’. Poverino perché? Chi credete chi siamo noi gay? Bestie rare? Malati di malinconia? Certe volte le offerte di aiuto non sono altro che surrogati di pietà, espressi in maniera così ridicola e superficiale, anche quando le intenzioni erano le migliori. Io preferisco mille volte la solitudine che sentirsi dire ed è successo: ‘Poverina, se vuoi ti aiuto io a guarire’. Ora, malgrado abbia già da 21 mesi un grande, dolcissimo amore per una ragazza più grande, che vive lontano, sento troppo la mancanza di un’amica con cui parlare spontaneamente, a ruota libera, una persona che sappia che per resistere in questa guerra bisogna trovarsi degli alleati, degli amici».
La giovane che scrive si definisce gay, poiché al tempo non era ancora di uso comune il termine lesbica, e le donne omosessuali erano ancora più guardinghe degli uomini nel dichiarare i loro desideri e inclinazioni. Davanti a queste parole che chiedono riconoscimento di diversità e poi nelle pagine successive, in risposta a una giovane dark “una massa scura e indistinta che si riflette minacciosa sul mondo circostante”, Lea ha parole che, come sempre, sfiorano l’immagine poetica, mentre si insediano nel riconoscimento di una gratitudine rivolta a chi illumina con la sua diversità l’anonimato di una massa uniforme. E le sue ultime righe – ricordiamo, scritte negli anni Ottanta – si rivelano a loro volta illuminanti il futuro che ci tocca e che, sappiamo, si rivela ancora faticoso.

«Più convincente è la voce che sa riconoscere, in mezzo a una folla anonima, volti diversi, così come distingue nel colore uniforme della notte le linee chiare e appena accennate del nuovo giorno». (p.247)

Le ultimissime righe che chiudono il testo vengono affidate ancora alla poesia, scritta questa volta da una lettrice.
«Tu cuore generoso / ma pieno di tristezza / torna come un tempo / allegro e spensierato / con un grande sorriso / e due grandi occhi pieni di felicità / senza amarezza».
Senza amarezza, appunto, conquista lunga nel tempo e difficile, mentre il risultato non è mai garantito, gli arretramenti sono sempre possibili. Queste giovani donne, ormai divenute grandi si affacciano con noi, o ci aiutano ad affacciarci su uno spazio temporale che poco si cura di distinzioni tra presente, passato e futuro, perché il tempo della ricerca non si esaurisce mai.
O almeno non dovrebbe.

 

 

Lea Melandri, La mappa del cuore. Lettere di adolescenti a una femminista, ed. Enciclopedia delle Donne, Milano 2021, pp.241, euro 19

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Barbara Mapelli

Barbara Mapelli, pedagogista e saggista, da anni mi occupo, studio e pubblico testi sulle tematiche di genere e lgbtqia+. Ho insegnato Pedagogia delle differenze di genere presso la Facoltà di Scienze della Formazione, Ateneo Bicocca. Attualmente sono nel Consiglio Direttivo della Libera Università delle Donne di Milano, nel Comitato Scientifico della Fondazione Badaracco, e, con altre/i, ho fondato il gruppo di ricerca interuniversitario NUSA (nuove soggettività adulte). Collaboro abbastanza regolarmente con la rivista Leggendaria. I miei ultimi due libri sono “Nuove Intimità”, Torino 2018 e “Nel frattempo. Storie di un altro mondo in questo mondo”, Milano 2020.

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