• Sosterrai il lavoro di tutta l’associazione
  • Garantirai la circolazione di idee sempre nuove
  • Avrai la possibilità di collaborare
  • Potrai decidere quanto donare e con quale frequenza

Pubblicato il

Scritto da

Intervista a Gabriella Dal Lago, autrice di “Giorni Futuri”, voce della generazione dei millennials ormai disillusi che si trovano a dover fare i conti con il lascito di un futuro in cui forse non credono più. Due amiche giovanissime sognano insieme e poi si lasciano

di Simona Raimondo

Irene e Ottavia: due rette parallele che non si incontrano mai, almeno nel presente. Nel passato, invece, sono state fili intrecciati dentro la trama di due vite che, negli anni lucenti e centripeti dell’adolescenza, parevano destinate a seguire traiettorie gemelle. Poi, però, come spesso accade pure a quelle amicizie che sembrano fondarsi sulle basi più solide, le differenze – non soltanto quelle caratteriali, ma anche e soprattutto quelle nei desideri che ognuna voleva, o pensava di volere realizzare per sé –, hanno spinto la più concreta e razionale Irene a seguire le orme della madre insegnante e costruire una carriera accademica. L’energica Ottavia ha dato alla propria vita la svolta inaspettata della fama che passa tramite i social, diventando una guru dello stile di vita sano e delle pratiche di yoga e meditazione.
Giorni Futuri di Gabriella Dal Lago (Einaudi, 2026) ci porta dentro la crepa creatasi fra Irene e Ottavia, tra le macerie che le due amiche hanno lasciato dietro di sé seguendo un percorso di intricate geografie sentimentali e logistiche: da Amsterdam a Rotterdam a New York a Torino, passando per amori adolescenziali non corrisposti che tornano a fare capolino nel presente, la malattia di un genitore amato con profondità e dolore e la difficoltà di fare i conti, da adulti, con le aspettative che avevamo in quel periodo della vita in cui tutto sembrava destinato ad avverarsi come lo avevamo immaginato. Oppure meglio.

«Nonostante tutti i nostri sforzi, nonostante le macchinazioni e i mascheramenti, le ritrosie e le storie che ci raccontiamo, eccolo qui, nel rumore delle parole che ci diciamo, emergere cristallino, innocente, spregiudicato, quel desiderio di aprire la porta di un posto che chiamiamo casa e trovarci davanti qualcuno che ci aspetta, che è lì per noi».  Questo è il primo dei tanti passaggi del tuo romanzo che ho sottolineato, e vorrei cominciare proprio da qui per chiederti se è giusta la mia sensazione: per le protagoniste, più che un luogo fisico, «casa» è una persona e che proprio intorno a questo concetto ruotino gli intricati viaggi fisici ed emotivi che Ottavia e Irene compiono.

Sì, è così. Penso che una domanda profonda che muove tutte le personagge e i personaggi del libro sia proprio questa: in che modo possiamo sentirci a casa? E in generale mi sembra che questa della casa sia una presenza in tutte le cose che scrivo: le case ci sono sia come luoghi fisici (mi piace descriverle, guardarle da dentro, guardare come cambiano nel tempo, come si stratificano e raccolgono le tracce dei passaggi degli esseri umani che le abitano) che come spazi di esistenza da costruire, e da costruire in relazione. Non è un caso che verso la fine del libro Irene attribuisca la sensazione di sentirsi a casa non tanto alla mansarda microscopica e sovraprezzata in cui vive in subaffitto per un tempo limitato, ma al gruppo di persone che la accolgono nella loro vita, che la invitano alle cene, con cui fa i giochi da tavolo e si scambia dei messaggi durante al giorno. Sentirsi a casa diventa sentirsi parte di una rete affettiva e di cura. Penso che sia una risposta anche alla crisi dell’abitare e del radicamento in cui viviamo le nostre vite, precarie dal punto di vista economico e geografico.

Leggendo Giorni Futuri si ha come l’impressione di trovarsi dentro un romanzo-matrioska perché tanti sono i temi affrontati: dalla difficoltà del mantenere genuino un rapporto di amicizia adolescenziale a quella di farlo da adulte; e poi dello scarto tra i sogni di gioventù e la realtà con cui ci si ritrova a fare i conti da “grandi”, passando per il tema complesso della precarietà del mondo del lavoro per i millennials e del viaggio, dello spostamento fisico da una parte all’altra del mondo in cerca, paradossalmente, di una qualche forma di stabilità. In ultimo, anche il confronto di una figlia ancora giovanissima con la malattia della madre

Penso proprio che la realtà composita è il risulto dell’unione di tutte queste traiettorie. Anche perché il mio lavoro procede in senso inverso: prima penso ai personaggi, poi alla storia, e dentro la storia cadono, come attratti dalla forza centripeta della realtà, questi temi a cui appunto non penso mai veramente come temi, ma che diventano la materia del reale con cui mi confronto. Sembra una cosa scontata da dire, però magari non lo è: la tematizzazione mi pare più una cosa che accade a lavoro finito, uno sguardo molto più esterno che interno. Io arrivo alla storia e alle dinamiche tra personaggi e mondo in un altro modo: osservo queste persone che mi sto inventando agire sulla pagina e mi chiedo, che cosa pensano, di cosa hanno paura? Che rapporto hanno con i loro genitori, sarebbero in grado di gestire il lutto? Cosa se ne fanno di tutte le aspettative e i sogni che avevano proiettato sul loro futuro? Come il mondo intorno a loro ha informato le loro traiettorie di vita, e come loro hanno informato il mondo che abitano?

Il «tema» del romanzo comunque resta: la fine di un’amicizia, di cui non si parla quasi mai, e quando lo si fa non viene paragonata al lutto come succede con la fine di una relazione. In Giorni Futuri, Irene si trova ad affrontare entrambe le forme del lutto, soffrendo per ognuna in modo profondo. È evidente da subito, però, che ad avere lasciato dentro di lei una ferita insanabile, al punto da condizionare parte delle sue scelte di vita, è la fine dell’amicizia con Ottavia. Secondo te, in che cosa sono simili e in che cosa differiscono questi due lutti affettivi?

Entrambi sono dei lutti che ridisegnano il nostro mondo: ne modificano i contorni, le dinamiche, cambiano le geografie emotive con cui stiamo negli spazi. E però per uno dei due lutti, quello dell’amore romantico, abbiamo una serie di riti che ci aiutano a prendere le misure del dolore, a comprenderlo e anche a raccontarlo all’esterno. Per l’altro no: ci mancano le parole per dirlo, ci mancano i gesti anche magari stereotipati per rimetterci insieme e guarire la ferita. Quindi la lasciamo lì, a suppurare da sola, sperando che prima o poi si rimargini in qualche modo.

L’altro tema centrale è quello dell’incertezza: nel futuro lavorativo, nelle relazioni, nella costruzione di legami capaci di durare nel tempo. Sei stata definita “la voce che mancava a una generazione”, quella dei millennials ormai disillusi che si trovano a dover fare i conti con il lascito di un futuro in cui forse non credono più, e nelle dinamiche affettive che i personaggi creano tra loro, a volte sbilenche e male incastrate dentro le vite che scelgono, sembri avere centrato il punto. Quanto è stato difficile per te, o facile, mettere in luce i punti deboli della generazione a cui tu stessa appartieni?

La prendo un po’ larga forse, ma provo a dirla così: uno dei lavori più belli che ho fatto e per cui mi sono formata è quello della mediazione culturale d’arte contemporanea. Il punto della mediazione è quello di guardare le cose dall’interno, e non dall’esterno: non spiegare qualcosa ma arrivare alla costruzione di una conoscenza che sia condivisa con le persone che partecipano a questo processo. Il contrario insomma di quello che succede quando al museo c’è la guida che ti fa la visita guidata e ti porta davanti a un’opera e te la descrive e ti dice delle informazioni. Ecco, a me interessa questo, attivare la costruzione di una conoscenza condivisa con le persone che partecipano alla lettura: che di per sé è un controsenso, visto che il romanzo è costruito in assenza di chi legge e che poi riporta in copertina il nome di chi l’ha scritto ed è, insomma, la quintessenza dell’autorialità. Però mi sembra sia questa la sfida interessante: anche perché non mi sembra che la voce della mia generazione manchi, mi sembra che semmai sia mancata la voglia di ascoltarle quelle voci, ecco. Ma forse perché quelle voci, per esistere, hanno bisogno di farsi ascoltare in modo diverso, di articolarsi diversamente: dal di dentro, senza cercare il megafono o il piedistallo ma avendo voglia di scomporsi in tante altre voci, di diventare quasi un coro, di mettersi in dialogo. Questo processo allora non è stato difficile, anche perché niente ha a che fare con il mettere in luce i punti deboli della generazione a cui appartengo, ma con il riconoscersi, il guardarsi vicendevolmente.

Leggendo la frase «[…] forse l’idea stessa di un futuro alternativo non è che un abbaglio che non tiene conto di come il futuro non si avveri ma si costruisca, non succeda ma si dipani», mi è venuta voglia di chiederti: se potessi parlare con le giovani Irene e Ottavia sapendo già cosa accadrà, cosa diresti loro affinché prestino più attenzione nel momento in cui si formerà la crepa che spezzerà la loro amicizia? Cercheresti di evitare quella crepa o lasceresti dipanare il futuro così per come deve avvenire?

Le lascerei fare! Anche perché sarebbe davvero strano spiegare loro perché so tutte quelle cose della loro vita e del loro futuro… tipo: “Ehi ciao, vi ho inventate e adesso arrivo nella vostra vita a darvi indicazioni su come viverla”? No, a parte tutto, penso che non esista una ricetta per fare bene le amicizie: l’unico modo di farle è provarci, e quando c’è bisogno aggiustare il tiro. E non sottrarsi al confronto, e non aver paura della trasformazione: è solo trasformandosi e accettando di cambiare mille pelli, e riscegliendosi o dandosi la possibilità anche di non scegliersi più, che è possibile continuare a volersi bene.

Gabriella Dal Lago, Giorni Futuri, Einaudi, 2026

The following two tabs change content below.

Simona Raimondo

Simona Raimondo è nata a Catania nel 1988. Ha cominciato a scrivere per magazine online della sua città a vent’anni, occupandosi di cultura pop e società. Nel 2015 si è trasferita a Torino per studiare Reporting alla Scuola Holden, dove si è poi diplomata in Storytelling&Narrazione del reale nel 2017. Dopo avere conseguito il master in storytelling è tornata a Catania, dove ha lavorato come content editor e social media manager per diverse agenzie di comunicazione. Nel frattempo ha continuato a coltivare la sua più grande passione: scrivere. Ha infatti pubblicato alcuni racconti con riviste letterarie quali Formicaleone, Salmace Rivista e RISME Rivista. Nel 2022 ha esordito con il suo primo romanzo, Storia di Bianca (L’Erudita) e nel 2023 un suo racconto è stato scelto per essere inserito all’interno dell’antologia Oltre il buio (Giacovelli Editore).

Ultimi post di Simona Raimondo (vedi tutti)

, , , , , , ,