Memoria oltre il Giorno della Memoria

Rita Calabrese, 09 aprile 2021

Dinanzi all’aumento del “vento nero” fascista, come lo ha definito di recente la scrittrice Edith Bruck, è più che mai urgente una pratica continua della memoria come conoscenza collettiva condivisa di un passato che non riguarda solo gli ebrei.

Di Rita Calabrese

In pieno accordo con il provocatorio “Contro il Giorno della Memoria” di Elena Loewenthal, rifiuto l’idea di un 27 gennaio come circoscritta celebrazione rituale, rivolta solo agli Ebrei. Dinanzi al preoccupante aumento del “vento nero” fascista, come lo ha definito Edith Bruck in una recente intervista, è più che mai urgente una pratica continua della memoria come conoscenza collettiva condivisa di un passato che non si riesce ancora ad accettare criticamente o addirittura si nega del tutto.

Intanto il Giorno della Memoria dovrebbe servire a sottolineare la specificità della Shoah, inedito, allora, connubio di barbarie e modernità tecnologica, programmato sterminio di Stato, culmine di odio millenario, nelle diverse forme, dall’antigiudaismo cristiano all’antisemitismo di stampo razziale che nell’ideale della pura germanicità comprendeva anche Sinti, Rom e omosessuali. Fondamentale è la conoscenza delle parole che tuttora non appaiono chiare, anche per smascherare quella lingua dell’occultamento che Viktor Klemperer ha definito “Lingua Tertii Imperi” (soluzione finale, trasporti a Est). Fondamentale poi anche la distinzione tra campi di concentramento, creati immediatamente dopo l’ascesa al potere di Hitler – Dachau il primo – come monito non solo per gli Ebrei, ma anche per gli avversari politici. Insieme ad Auschwitz, i campi di sterminio – Belzec, Chelmo, Maidanek, Sobibor, Treblinka – nascono invece dopo la conferenza di Wannsee del 1942, lontano, in territorio polacco, perché dovevano rimanere sotto silenzio ed essere tutti distrutti per cancellarne completamente il ricordo.

E a lungo ha regnato il silenzio, per la difficoltà dei sopravvissuti di descrivere l’indicibile, ma anche per la mancanza di ascolto del mondo circostante. Forse non è noto a tutti che Primo Levi ricevette numerosi rifiuti dalle case editrici, prima di vedere pubblicato “Se questo è un uomo” e che solo dopo il successo della serie televisiva americana Olocausto in molti trovarono la forza di rivelare la loro terribile esperienza.

Se i racconti dei sopravvissuti della Shoah hanno consentito di ridare individualità e identità alla disumana astrazione dei numeri, le storie personali hanno contribuito ad ampliare e umanizzare la Storia dei grandi eventi. L’inevitabile scomparsa dei testimoni impone sempre più di renderci “testimoni dei testimoni”, nella cosiddetta post-memoria che dobbiamo contribuire a conservare e a trasmettere, in cui oltre le narrazioni autobiografiche grande spazio trovano le trasfigurazioni letterarie, visive, in tutte le forme artistiche possibili.

“I senza memoria” di Géraldine Schwarz di cui ha già parlato su questo Magazine Nada Pesetti, rappresenta un contributo fondamentale per la post-memoria. Come già evidente dal sottotitolo “Storia di una famiglia europea”, l’autrice assume in maniera originale e costruttiva modalità elaborate in questi anni dalle generazioni successive dei sopravvissuti, tra cui il romanzo familiare che, attraversando il tempo e lo spazio, supera i confini geografici oltre la limitazione delle letterature nazionali e inserisce, modificando certezze e paradigmi consolidati, la presenza della minoranza ebraica nella Storia “ufficiale”, in un gioco incessante di incroci, travalicamenti e cambi di prospettiva. Tra accurata ricostruzione e rielaborazione letteraria, insieme romanzo e saggio, nel suo libro Géraldine Schwarz presenta le vicende tra Francia e Germania, nell’arco di più generazioni, della sua famiglia di non ebrea, senza quindi il confronto diretto con l’esperienza dello sterminio e la difficoltà del ritorno alla vita, ma dall’altra parte, ed esaminando senza compromessi le scelte di nonni, zii, genitori, individua complici, profittatori, indifferenti. Ampliando lo sguardo, denuncia poi l’autoassoluzione dei francesi e il mito degli “italiani brava gente” per indurli a riguardare indietro, assumendo il senso di responsabilità verso quella rielaborazione del passato finora evitata, che invece i tedeschi hanno dovuto compiere, storicamente, con i processi verso i colpevoli e, individualmente, dietro la spinta della generazione del Sessantotto che ha chiesto conto ai genitori del loro atteggiamento dinanzi alla barbarie nazista, spezzando la cortina del silenzio e avviando la presa di coscienza collettiva della pesante memoria ritrovata.

Come l’angelo della storia di Walter Benjamin che, spinto irresistibilmente verso il futuro, gli volge le spalle, guardando indietro le rovine del tempo, la memoria deve inoltre necessariamente collegare passato e presente, diventare strumento di interpretazione della realtà di oggi, di identificazione e smascheramento di preoccupanti fenomeni sempre più frequenti, oltre la sospensione del tempo in cui sembriamo essere precipitati.

L’unicità della Shoah è però anche un minaccioso precedente. L’idea dello sterminio può ripresentarsi in qualunque momento, in forme nuove e non immediatamente riconoscibili, quando si comincia a costruire un nemico interno o esterno. Smascherare e denunciare affermazioni apparentemente innocue di odio verso l’altro, chiunque egli sia, e ogni tentativo di mettere al silenzio affermazioni di dissenso, differenza, diversità. È questo il compito che dobbiamo assumerci oltre il Giorno della Memoria per non fare prevalere i “senza memoria”.

 

Géraldine Schwarz, “I senza memoria. Storia di una famiglia europea”, Einaudi 2020

 

 

PASSAPAROLA: FacebooktwitterpinterestlinkedinFacebooktwitterpinterestlinkedin GRAZIE ♥
The following two tabs change content below.

Rita Calabrese

Rita Calabrese già docente di Letteratura Tedesca all’Università di Palermo, è stata presidente della Società Italiana delle Letterate. È autrice di numerosi saggi sulla letteratura delle donne e cultura ebraico-tedesca, tra le sue pubblicazioni: Dissonanze. Aspetti di cultura delle donne (1990); Felicità del dialogo. Relazioni tra donne (1991); (con E. Chiavetta) Della stessa madre, dello stesso padre. Tredici sorelle di genii (1996); Sconfinare. Percorsi femminili nella letteratura tedesca (2003); Acher. L’Altro. Figure ebraiche nella letteratura tedesca, 1996; Dopo la Shoah. Nuove identità ebraiche, 2005; traduzione di A. Seghers, La gita delle ragazze morte (2010); F. zu Reventlow, Piccoli amori, Da Paul a Pedro (2014); F. Lewald, Album italiano (2015) Collabora con le riviste “Mezzocielo”, “Leggendaria”, “Leggere Donna”.

Ultimi post di Rita Calabrese (vedi tutti)

Categorie
0 Comments
0 Pings & Trackbacks

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.