Venezia 2020, quante donne!

Rita Calabrese, 30 settembre 2020

Ha vinto il Festival del cinema la regista Chloé Zhao con “Nomadland”, film made in Usa. Ma quest’anno erano finalmente in concorso 8 registe su 18, oltre a molte altre celebri o meno, da Emma Dante alla bosniaca Jasmila Žbanić. Le lotte del passato sono servite.

Di Rita Calabrese

Già nei ruoli più rappresentativi (madrina, Anna Foglietta, presidente giuria, Cate Blanchett, premio alla carriera, Tilda Swinton e la regista Ann Ziu), in concorso (8 registe su 18) ma anche in tutte le altre sezioni della 77.ma Mostra del Cinema, la grande presenza femminile è frutto della battaglia intrapresa lo scorso anno.

Tante le opere significative, tanti i nomi celebri o meno noti. E pur con tutte le differenze, un filo conduttore – di cui farò qualche esempio – mi è sembrato il tempo, come tentativo di collegare passato e futuro, oltre la sua attuale sospensione, e di riprendere coscienza della realtà fisica, del mondo circostante e dei problemi di oggi.

Nel film vincitore, “Nomadland” – finalmente una regista sul podio, Chloé Zhao – la grande Frances McDormand è una vedova che, costretta ad abbandonare la propria città, scomparsa completamente con la chiusura della fabbrica fondatrice, intraprende una nuova esistenza. In viaggio con il suo camper scassato, fra tappe impreviste e lavori occasionali, entra in contatto profondo con la natura, immergendosi in paesaggi fuori dalle immagini stereotipate, creando relazioni profonde in periodici incontri con altri nella sua condizione, veri nomadi, non attori, pionieri senza un Far West da conquistare, in una condizione di vita veramente alternativa.

In “Listen”, di Ana Rocha De Sousa, appare la lotta incredibile di una emigrata portoghese contro la disumanità dei servizi sociali inglesi che le hanno tolto ingiustamente i figli. La mercificazione del corpo trova un apice grottesco nel tatuaggio del negato visto d’ingresso in Europa, che un profugo siriano consente a un artista americano di fargli sul petto, diventando così un’opera d’arte che entra con successo nel mercato: è  “The Man Who Sold His Skin”, della tunisina Kaouther Ben Hania.

La denunzia dei pericoli di alienazione, del cyber bullismo che uccide, delle menzogne convincenti dei nuovi media è centrale in “Mainstream” di Gia Coppola e in Fucking with nobody della finlandese Hannaleena Hauru, mentre in “Guida romantica a posti perduti” Giorgia Farina offre la possibilità di superamento dell’autoreferenzialità e dipendenza dai social attraverso il contatto diretto con gli altri e facendo un viaggio in Europa nei luoghi del degrado e dell’abbandono, che acquistano la suggestione del trascorrere della vita.

Presente e passato, morte e vita, forti sentimenti contrastanti si fondono nella coralità fisica delle “Sorelle Macaluso” di Emma Dante, simbolicamente sottolineati dai voli delle colombe tra cielo e terra di una Palermo inedita.

Lo sguardo al passato con nuove riletture della storia ha il suo punto più alto in “Miss Marx”, in cui Susanna Nicchiarelli recupera la figura finora poco nota della figlia prediletta di Karl Marx, Eleonor, una splendida Romola Garai, ricostruendone accuratamente le lotte per i diritti dei lavoratori e la libertà delle donne, il coraggio e la straordinaria personalità, la forza delle idee e la fragilità nei sentimenti. La necessità più che mai viva di nuove conquiste e di difesa di quanto faticosamente ottenuto è reso magistralmente dalla colonna sonora dei Downtown Boys con scene musicali, culminanti nell’esecuzione punk rock dell’Internazionale.

“One night in Miami” di Regina King ci fa conoscere l’incontro tra Malcom X e Cassius Clay la sera della sua conquista del titolo mondiale, un momento molto significativo delle battaglie dei neri americani. Più vicino ai nostri giorni, la regista bosniaca Jasmila Žbanić, racconta in “Quo Vadis, Aida”, come nella disumanità della guerra, tema presente in altri film, prevalga il legame femminile con la vita: si veda il personaggio di una traduttrice che nella strage di Srebrenica cerca inutilmente di salvare la sua famiglia.

Il titolo “The world to come” di Mona Fastvold, dove nella soffocante quotidianità di due coppie di farmers – negli spazi sconfinati appena conquistati dai pionieri americani – si sviluppa la passione trasgressiva tra le due mogli, sembra indicare la speranza, nonostante tutto, di un futuro migliore che guida le più attuali battaglie.

La voce delle nuove generazioni appare forte in “Morgen die ganze Welt” di Julia von Heinz che, riprendendo il verso di un inno del nazismo, mostra la minaccia incombente del suo ritorno non solo in Germania e la necessità di trovare nuove forme per combatterlo senza assumerne la violenza.

Ancora l’ultima generazione nel biografico “I am Greta”, dove la giovane attivista svedese “secchiona ma non arrabbiata” sottolinea ancora una volta l’urgenza di salvare un mondo che si sta autodistruggendo. Quando Greta Thunberg afferma che “ce ne vorrebbero di più“ di quelli come lei, spinti dalla sindrome di Asperger a perseguire i propri obiettivi senza lasciarsi fuorviare, in modo quasi ossessivo, non possiamo non essere d’accordo.

 

 

 

 

 

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Rita Calabrese

Rita Calabrese già docente di Letteratura Tedesca all’Università di Palermo, è stata presidente della Società Italiana delle Letterate. È autrice di numerosi saggi sulla letteratura delle donne e cultura ebraico-tedesca, tra le sue pubblicazioni: Dissonanze. Aspetti di cultura delle donne (1990); Felicità del dialogo. Relazioni tra donne (1991); (con E. Chiavetta) Della stessa madre, dello stesso padre. Tredici sorelle di genii (1996); Sconfinare. Percorsi femminili nella letteratura tedesca (2003); Acher. L’Altro. Figure ebraiche nella letteratura tedesca, 1996; Dopo la Shoah. Nuove identità ebraiche, 2005; traduzione di A. Seghers, La gita delle ragazze morte (2010); F. zu Reventlow, Piccoli amori, Da Paul a Pedro (2014); F. Lewald, Album italiano (2015) Collabora con le riviste “Mezzocielo”, “Leggendaria”, “Leggere Donna”.

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