La cura feroce

Viola Lo Moro, 30 dicembre 2020

Colonna sonora:

Why don’t you eat me, know you can*

Soko

2020. Rianimare. Una lettura estrema ispirata dal film “Il buco”, disponibile su Netflix. Assassini, cannibali e corpi, all’interno di un sistema totale: incubi da un anno indimenticabile per il pianeta terra e i/le suoi abitanti.

 

Di Viola Lo Moro

È il 2020, un giorno di pandemia, un giorno qualunque.

Nel centro della notte credevo che il sonno si sarebbe fatto di petrolio per colpa di un film visto qualche ora prima, “Il buc” (El Hoyo  di Galder Gaztelu-Urrutia). Ma non è andata così. Esattamente come per il protagonista, Goreng, ho visto – chissà, forse abbiamo sognato insieme – una scena unica ripetersi ossessivamente.

Devo scriverne entro la fine di quest’anno per liberare un grumo, come ad assumere un anticoagulante. Liberarmi di queste presenze che cercano ostinatamente di dirmi qualcosa da mesi ormai. La visione è questa: una giovane donna, bellissima, ridotta ad animale selvatico, mastica della carne cruda, sembra come depurarla delle asperità, e la serve direttamente nella bocca di Goreng in fin di vita. La carne è carne umana.

Nel sogno sono stata sia lei che lui, ho annaspato, e mi sono svegliata ferita in bocca, ma rianimata. Viva, in ogni caso. La carne fresca masticata dalla donna era di un uomo appena ucciso. Nei film dell’orrore come nei sogni erotici c’è spazio per tutto tranne che per la tiepidezza.

Questa donna senza nome mi torna in mente spesso ripensando al periodo del primo lockdown e alle immagini più e più volte viste della sale d’ospedale. In questa grande fossa dove siamo precipitati, chi da vivo solo con l’immaginazione, e chi da morto per sempre. Vaneggio su questa donna perché ritrovo in lei una forma di cura estrema, conturbante, affatto pacificata. Quella figura di madre assassina e premurosa che costituisce il più grande sogno e il più grande incubo verso il femminile che abbiamo.

Ma devo fare un piccolo passo indietro per dire qualcosa sul film. Seguiamo le vicende di un giovane uomo, Goreng, che per smettere di fumare, volontariamente entra (e lì dovrà rimanere per sei mesi) in un luogo di reclusione di cui né lui né noi conosciamo chi sono gli ideatori e gli amministratori. Non ne conosciamo lo scopo né l’architettura esatta. Impariamo però con lui a conoscerne il meccanismo. Nel luogo sono rinchiuse delle persone (alcune volontariamente, altre no) che hanno come unico obiettivo mangiare – e non essere mangiati. Sopravvivere. Sono vittime (ma non per questo meno carnefici di altri) di un sistema congeniato in modo tale – una tavolata imbandita di cibo che scende dall’alto in basso attraverso il buco – da garantire molto cibo di sofisticata cucina a chi sta in alto, poco e di avanzi a chi sta nel mezzo, e nulla a chi sta da metà in poi. Nulla.

Su ogni livello ci sono due persone. All’inizio di ogni nuovo mese l’amministrazione sposta in modo randomico (così supponiamo) “gli ospiti” da un livello all’altro addormentati da un gas soporifero. Il primo di ogni mese si può capitare in alto, nel mezzo, o in basso.

Il tavolo si ferma solo qualche minuto per ogni livello. Le due persone del livello hanno pochissimo tempo per ingozzarsi del cibo prima che il tavolo scenda al piano successivo.

Una rappresentazione allegorica – quale migliore rappresentazione se non un moderno Inferno dantesco? – della società capitalista e consumista, dentro la quale si articolano, attraverso alcuni personaggi e situazioni, questioni annose sul rapporto tra individuo e società, sull’efficacia o meno di un’idea alternativa ridistributiva (se tutti mangiassero meno, tutti potrebbero mangiare?), sull’efficacia e il prezzo da pagare per una rivolta, sulla mobilità e la precarietà, sul rapporto tra bisogni individuali e collettivi, sulla natura umana (esiste un’ essenza predatoria che in alcune condizioni vince su tutto?), e così via.

Da un punto di vista politico mi colpisce particolarmente il ruolo di chi abita i livelli intermedi, la “classe media”, che vive degli scarti e delle angherie di quelli sopra con i quali non può contrattare – che potere di dialogo hai se quelli sopra possono defecare sul tuo cibo? – e che a sua volta riproduce il sistema di oppressione accanendosi con chi sta sotto, seppure ben consapevoli che il mese successivo potrebbe capitare di essere molto più in basso. La forza del film per me sta anche nel fatto che le molte domande aperte rimangano senza risposta. Ogni livello in cui entra il protagonista si configura come un atto teatrale, segnato da un montaggio efficace che gioca sul sonno e la veglia, il buio e la luce, il silenzio e la partitura musicale.

Questa rappresentazione ci dice che un meccanismo semplice e tremendo è già efficace di per sé (penso alla burocrazia), perché porta al fallimento di ogni agire solidale, alla disfatta dell’utopia, all’inutilità di ogni immaginario letterario (notevole la scena in cui il protagonista si mangia il libro, il Don Chishotte, non a caso), all’inefficacia dell’ipotesi teologica (l’evocazione eucaristica del corpo e sangue di Cristo avviene per bocca di due personaggi morti di cui il protagonista – sempre più somigliante a un Cristo a sua volta – è costretto a cibarsi).

In questo contesto iperbolico e senza speranza esistono alcuni piccoli accenni vitali. Tre sono le situazioni e hanno tutte e tre a che fare con un incontro. Nei tre incontri la relazione tra gli individui coinvolti è, per qualche istante, affettiva, autentica, carnale, e può quindi diventare anche simbolica. Qui parlo solo di uno dei tre.

Torniamo quindi all’inizio: l’incontro tra Goreng e una donna senza nome, un personaggio imprevisto.

Torno a lei, e a loro, per riprendermi le notti. Torno a loro due perché qualcosa non quadra nel modo in cui ci hanno raccontato la cura dei corpi malati. Torno a loro perché ho letto gli articoli di Annalisa Camilli sugli effetti del covid-19. Torno a loro perché la pace mi interessa, ma conosco la differenza tra pace apparente e quiete.

Torno a lei perché ho bisogno di dire che la ferocia nelle relazioni esiste, e non possiamo continuamente rimuoverla in nome di un vivere comune ovattato dentro il quale si annidano le putrescenze della società.

Durante questa pandemia la cura dei corpi malati è stata ridotta da molti media a una unica forma eroica femminile che non corrisponde né a un’idea della cura come qualcosa di complesso, né alla possibilità di una molteplicità di femminili possibili, tanto duramente conquistata dai femminismi. Chi sta effettivamente curando i/le malati in questi giorni non può essere ridotta ad una presunta madre accogliente, dolce, calma, pacata, sfinita ed eroica. Chi è in corsia deve spesso, per curare, abdicare proprio a quella parte che viene esaltata all’esterno: deve coprirsi di tutto punto (perdere l’identità umana, quindi), deve impedire il contatto dei cari con i malati, anche quelli terminali, deve sfiancarsi fisicamente, può impazzire. Può uccidersi. Penso sempre all’infermiera suicida. Sta anche a me non rimuovere chi deve essere feroce per curare, chi sta impazzendo dopo il risveglio di un mese di intubazione, chi assomiglia più a una folle che a un savio. La cura può essere feroce.

Ma torniamo all’incontro tra Goreng e la donna misteriosa. Di lei non ci viene mai detta la provenienza, sappiamo solo che deliberatamente scende di livello attraverso il meccanismo del tavolo (ricordiamoci che scendere il livello vuol dire andare verso l’assenza di cibo) per cercare suo figlio. Ad un certo punto del film ci verrà anche detto che questo bambino non esiste e che lei è “solo” una pazza assassina. Non conosciamo la sua verità, non parla mai, ma agisce.

Il protagonista incrocia il suo sguardo la prima volta nel suo primo livello, quando ancora non conosce il meccanismo del Buco. Lei è lì al centro del tavolo, insanguinata, silenziosa. Non parlerà mai. Rimane immobile fino all’azionamento del meccanismo che la porta al livello inferiore dove i due uomini del livello la prendono e provano a stuprarla. Non sappiamo cosa accade, ma il protagonista si dispera, vuole buttarsi a salvarla, piange. Lei riesce a risalire sul tavolo– probabilmente uccide uno dei due stupratori – e continua a scendere.

La incontriamo la seconda volta, ed è qui che si consuma la scena che mi perseguita: Goren sta morendo di stenti. All’improvviso arriva lei, lo libera, neutralizza l’aggressore, e rimane un po’ con lui. Non c’è cibo in quel livello e rimane il tempo necessario per imboccarlo di un po’ di carne dell’uomo che prima lo stava torturando. La scena è buia ma credo lo nutra del suo cuore. Prima lo mastica e poi lo imbocca. Nel passaggio tra un livello e l’altro – è importante ricordare che avviene nel sonno – Goren sogna di fare sesso con la donna. Un sogno intenso, carnale. Carne della sua carne. Nutrendolo in quel modo, questa (forse) madre pazza, cannibale e assassina, ha curato il suo corpo, ma soprattutto lo ha fatto essere umano di nuovo. È umano chi desidera.

Ri- animare. Un soffio vitale che si mangia.

Buon 2021.

 

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Viola Lo Moro

(foto di Carlotta Valente) Viola Lo Moro è nata nel 1985. È socia della libreria delle donne di Roma, Tuba, della quale cura la programmazione. Ha ideato, insieme ad altre donne, il festival delle scrittrici inQuiete, di cui ha curato tre edizioni. È attivista lesbo -femminista. Nell’Ottobre 2020 è uscito il suo primo libro di poesie, “Cuore Allegro”, Giulio Perrone editore.

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