Donne nella città

Giulia Caminito, 28 luglio 2020

In “Come una storia d’amore”, l’ultima raccolta di racconti di Nadia Terranova, Roma è negli occhi delle sue protagoniste che raccontano porzioni della città, percorsi, affacci, strade e non sentono la necessità di giudicarla ma la vivono.

Di Giulia Caminito

 

Ricordo la prima volta in cui ho provato a scrivere una scena ambientata a Roma, si trattava di un ricordo, non mio, ma una memoria emersa dal passato: anni 60’, un uomo e una donna su una automobile bianca e lenta, s’erano fatti molti chilometri da Ravenna per scendere nella città eterna e andare incontro a una nuova vita, quei due erano mio nonno e mia nonna, rientrati da quasi un anno dalle ex colonie italiane d’Africa. E questo viaggio mi era stato consegnato a tavola, durante le feste, la traccia del loro passaggio e di quella volta in cui avevano letto “Prima porta” e non avevano svoltato perché di sicuro ce ne sarebbe stata una seconda. Ricordo di aver passato mesi su quella mezza pagina, in cui loro due – il divo e la battagliera – avevano finalmente raggiunto il luogo in cui sarei nata, dando inizio al mio futuro.

Scrivere di Roma mi disperava, continuavo a vedere filmati, a scartabellare tra le fotografie, a ossessionarmi con le scene dei film, sentivo addosso che sbagliare la descrizione di Roma avrebbe voluto dire sbagliare tutto, come quando compri il numero di scarpe che va troppo largo e la scarpa penzola dal piede mentre cammini, non c’è niente che possa aiutarti, se non togliere le scarpe.

Avevo pensato proprio questo, amputare la parte su Roma, tergiversare, fingere, traslocare i miei nonni con armi a bagagli ad Ancona, a Bolzano, a Caltanissetta, ovunque ma non lì. E mi è rimasta questa idiosincrasia, questa fisima di guardare con sospetto a chi scrive della mia città, anche se a scrivere sono io.

Perché Roma non mi sembra narrabile, ma esplosa, purulenta, fascinosa, meccanica, palcoscenico, menzogna, incanto, mi sembra tutto. Così mi sono ritrovata a storcere il naso leggendo chi la voleva troppo cupa, periferica, moribonda, con le luci al neon in sottofondo, i benzinai abbandonati, i motel sulla Salaria, l’oscurità; ma anche a sentirmi prudere le guance a leggerla vacanziera, nei vicoli di via Giulia, con i ricordi da cinematografo, le vetrine lustre e l’edera rampicante; oppure comica col suo dialetto strettissimo, le volgarità, i cibi unti, i banchi del mercato al sole, i tassisti che gridano: in ognuna di queste versioni sapevo che un po’ di Roma c’era ma non mi bastava, la sentivo sfibrata e molestata, come se qualcuno le avesse fatto indossare il vestito scomodo della domenica.

Mi sono convinta quindi che un modo per raccontarla sia non volerla raccontare, evitare di metterla al centro a tutti i costi, ma attraversarla con semplicità, con lo sguardo quotidiano, con le scarpe da passeggio, non insistere sui suoi difetti, non ometterli, non entusiasmarsi troppo, non allontanarsene.

Ed è questo che accade in “Come una storia d’amore” (Giulio Perrone Editore, 2020) l’ultima raccolta di racconti di Nadia Terranova, c’è un contatto con Roma che è spoglio della retorica, è autentico, non ha teorie o preconcetti sulla città, la fa solo esistere nei suoi bar, nelle lavanderie, nelle targhe delle strade, nei ristoranti al ghetto, nei percorsi a memoria, nei mercati rionali, come sfondo ma anche come rapporto e come presenza.

Ho letto quasi tutto di Terranova e nei suoi libri ci sono alcune costanti e altre variabili.

Una costante è la bipolarità geografica, ci sono infatti sempre, come punto A e punto B delle sue traiettorie e invenzioni, da una parte Messina e dall’altra Roma, entrambe raccontate con gli sguardi delle sue narratrici e rese lucide e trasparenti, mai macchiette, mai forzate, luoghi di infanzia, luoghi di abbandono e di perdita, ma anche luoghi di cambiamenti e conquiste.

Un’altra costante, che troviamo anche nei racconti è l’io narrante. Una volta Nadia a un incontro parlò del suo “io comodo”, la sua personaggia di “Addio fantasmi” (Einaudi Stile Libero, 2018) che aveva la sua stessa età e si muoveva nelle città a cui lei era più legata e faceva un lavoro simile al suo e aveva una storia simile alla sua, ma non era lei e non si trattava di autofiction (se non nella misura in cui sempre entriamo in quello che scriviamo e fingiamo sulla nostra vita) ma di comodità, di una leggera inclinazione capace di generare la forza del romanzo.

Anche in “Come una storia d’amore” ritroviamo gli io e le narratrici, ma in un caleidoscopio che va dalla autobiografia, agli io comodi, all’ibridazione tra prima e terza persona (dove la narratrice scrive in prima ma racconta la vita degli altri come un narratore onnisciente farebbe). Tutta questa gradazione di personalità, di identità, ci fa conoscere nuovi spazi della scrittura di Terranova, quegli spazi brevi, sincopati, stretti che solo i racconti permettono e quella vicinanza di voci e di prospettive che fa parte di una raccolta. Così Roma sono gli occhi delle donne di Terranova che raccontano porzioni della città, percorsi, affacci, strade e non sentono la necessità di giudicarla di doverla dire tutta e per sempre, ma la vivono.

Variabili, dicevo. Una variabile in Terranova vorrei azzardarla, e penso sia la scrittura che di libro in libro va crescendo, si fa puntuta e piena di ritmo, lo si può notare con vigore nei racconti, che vengono cesellati nelle loro pause, nelle chiusure di dialogo, nei pensieri. Spesso leggendo questi racconti mi sono fermata e ho riletto le frasi, pensando questa frase, proprio questa è perfetta, che per me vuol dire opportuna, né patetica, né retorica, né tirata via, ma giusta e precisa. C’è qualcosa nella scrittura di Nadia e nelle grandi scrittrici di racconti della nostra tradizione che va a segno con le parole. Proprio di recente mi sono trovata a rileggere i racconti di Ada Negri, intramontabili, e mi hanno restituito la stessa sensazione, come se quelle donne, quelle frasi, quei luoghi fossero stati scolpiti, modellati, curati così da diventare indispensabili per lettori e lettrici futuri.

Terranova dimostra con questa raccolta che la narrativa breve gode di ottima salute e non deve essere relegata a sottoscala letterario, produzione da meno, ma anzi è la bottega principale per l’invenzione dei nostri linguaggi, perché spesso sottrarsi al romanzo e alla sua complessità vuol dire darsi più libertà di movimento linguistico, più sensibilità al dettaglio della singola parola, più varietà di punti di vista, così da fermare una città inenarrabile come Roma nei suoi giorni e nelle sue ore.

 

Nadia Terranova, Come una storia d’amore, Giulio Perrone Editore, p. 114

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Giulia Caminito

GIULIA CAMINITO è nata a Roma nel 1988 e si è laureata in Filosofia politica. Ha esordito con il romanzo "La Grande A" (Giunti 2016) che ha vinto il Premio Bagutta opera prima, il Premio Giuseppe Berto e il Premio Brancati giovani. Ha scritto inoltre il suo primo libro per bambini "La ballerina e il marinaio" (Orecchio Acerbo 2018) e il suo ultimo romanzo "Un giorno verrà" (Bompiani, 2019) con cui ha vinto il Premio Fiesole per la narrativa under 40. Nella vita lavora come editor e si occupa di narrativa italiana per la casa editrice Nutrimenti. È nella redazione di Letterate Magazine, il magazine online della Società Italiana delle Letterate e nella redazione del programma Tabula Rasa di Radio Onda Rossa. È la curatrice di un festival letterario che si tiene a Roma nelle scuole, Under - festival di nuove scritture. Ha portato i suoi laboratori di scrittura in librerie, biblioteche, scuole e carceri.
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