La città sommersa che è un padre perduto

Giulia Caminito, 5 giugno 2020

I padri e le madri sono città sommerse, sono abitazioni, finestre, sale da pranzo, divani in cui una volta s’è abitato e che poi sono stati coperti dall’acqua degli anni, le sedie sono ancora lì, le lampade sono spente ma ferme sui comodini, forse è caduto qualche calcinaccio, forse il legno di qualche porta s’è gonfiato, ma le ombre e le tracce delle loro vite prima di noi sono rimaste, l’inondazione, che è il fluire del tempo della vita, non li ha cancellati.

Quali figlie e figli possiamo calzare pinne e occhialetti e infilare la testa sott’acqua, guardare alla distanza le loro città sommerse, vederne i contorni, riconoscerne i tetti sporgenti o i campanili che sfiorano la superficie o che fanno capolino. I più ardimentosi, coloro tra di noi che vogliono visitare quelle stanze ormai acquatiche, possono indossare tute da palombari, comprare bombole dell’ossigeno, spingersi più a fondo, raggiungere i muri e i recinti, iniziare a girare, nuotando, tra le alghe e la melma, intorno alle persone che i nostri genitori sono stati.

Per alcuni queste città sono sommerse a metà, tanto credono di conoscere della vita dei genitori, tanto gli è stato raccontato, quel passato per loro è affiorato fino a un certo punto, si sono intravisti i palazzi più alti e le torri, i pinnacoli. Per altri, la maggioranza, c’è qualcosa di visibile, poco ma c’è, e immergendosi e scrutando pensano di poter avere una visione complessiva di quella città, di corteggiarla e magari attraversala un giorno. Per altri e altre, le città genitoriali sommerse esistono ma sono inaccessibili. C’è chi ha paura dell’acqua, c’è chi odia il buio, c’è chi si agita a scendere nella pancia dei luoghi e delle persone.

Forse conoscere la vita prima di noi, la vita di chi poi ci ha portato nel mondo, è solo una illusione, lo scarto non potrà essere mai del tutto superato, la distanza temporale potrà essere colmata solo con congetture, ricerche, fotografie, documenti, lettere e racconti, ipotesi, nessuna conferma o acquisizione, nessuna chiave della città e conquista del castello, della rocca.

A tutte queste cose ho pensato e continuo a pensare dalla lettura del romanzo di Marta Barone, che ha proprio titolo “Città sommersa”, un libro che indaga i fondali di una vita, quella di un padre ormai scomparso, che è stato qualcuno di incomprensibile, lontanissimo e fulgido, una saetta negli anni che ha attraversato, prima di essere appunto padre. Il romanzo è una immersione con la maschera sì, con le pinne certo e con la bombola dell’ossigeno forse, ma soprattutto con i pesi alle caviglie, che servono ad andare giù, più giù possibile, nel territorio marino o lacustre della città del padre, dove non c’è aria e la luce della superficie si vede solo riflessa.

Marta Barone ricostruisce la vita del padre Leonardo Barone nella Torino degli anni ’70, i suoi rapporti o non rapporti con Prima Linea, il suo legame con il gruppo politico di Servire il popolo, il lavoro da medico abbandonato per diventare operaio in fabbrica, le sue donne, militanti, studentesse, compagne, diverse, legate ancora anche dopo tanto tempo all’immagine di lui, a chi è stato con loro e verso di loro per un po’. L. B. è infatti mutevole, implacabile, fa scelte che non hanno apparente seguito o senso, si perde, non lascia indizi, finisce e comincia le sue azioni quando meno te lo aspetti, e non dà ragioni delle sue rotture o delle sue affermazioni. L.B. è materia rovente, non è una generazione, non racconta tutto il ’68 e non parla per gli ex brigatisti, non è messaggero della politica perduta e non è causa persa, è un uomo che corre, così ci viene da subito presentato, corre sporco di sangue e scappa dal dolore.

“Città sommersa” è un racconto di quanto sia impossibile ricostruire una vita, del tutto e completamente. Un libro se vogliamo opposto al romanzo con cui Bompiani ha vinto lo scorso Premio Strega, “M – il figlio del secolo” di Antonio Scurati che proponeva la ricostruzione più oggettiva possibile, attraverso le fonti, gli studi, della vita di un uomo, Benito Mussolini, uomo storico, uomo spaccatura e trauma per il nostro paese. Marta Barone invece cerca un uomo che non è patrimonio pubblico, non è passato alla storia, ma è stato nella storia, nel pantano di quegli eventi, e nonostante lei per tutto il corso del libro ci racconti la fatica e incessante necessità di cercare notizie su di lui, le più attendibili possibili, in realtà ci sono dei momenti in cui si deve anche dichiarare sconfitta. In questo libro non ci potrà mai essere Leonardo Barone, non ci potrà mai essere del tutto e oggettivamente, suo padre, ma sempre la versione verosimile, l’eco lontana e distorta. Cosa avrà provato L.B. in carcere per esempio? Cosa avrà sentito alla morte del suo migliore amico? Cosa avrà pensato quando la sua vita politica, così totalizzante per lui, gli si è disgregata intorno? La scrittrice si ferma sulla soglia di questi sentimenti che non possono essere colti davvero, neanche il gioco serio della letteratura, la finzione del potercela fare, regge davanti alla città sommersa che è un padre perduto.

Credo che proprio in questa impossibilità, in queste pause, in questo pudore emerga l’emotività del romanzo, la sua forza intima, il suo spazio all’immaginazione.

Una volta una scrittrice che amo, Viola Di Grado, parlò in pubblico della filosofia giapponese applicata alla scrittura e spiegò qualcosa che conservo e a cui penso spesso, che è lo spazio bianco, il vuoto importante quanto il pieno della scrittura, il non detto, che è il luogo di chi legge, che lei o lui può sorvegliare e riempire. Questo spazio vuoto, lo spazio lasciato a chi legge è un segno di mancata onnipotenza, ma non di debolezza del romanzo di Marta Barone. La scrittura è sì, potere di decidere, organizzazione dei pensieri, scelta su vita e morte, ma è anche perdita, sgomento e limite.

Entrambe le possibilità esistono e coesistono e si ricordano l’una all’altra e ci visitano. Siamo infatti sommozzatori, ma anche figli e figlie e impariamo a non simulare una forza infinita che non possediamo, neanche quando siamo noi a scrivere e riscrivere le vite, le città, il mondo.

 

Marta Barone, Città sommersa, Bompiani 2020

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Giulia Caminito

GIULIA CAMINITO è nata a Roma nel 1988 e si è laureata in Filosofia politica. Ha esordito con il romanzo "La Grande A" (Giunti 2016) che ha vinto il Premio Bagutta opera prima, il Premio Giuseppe Berto e il Premio Brancati giovani. Ha scritto inoltre il suo primo libro per bambini "La ballerina e il marinaio" (Orecchio Acerbo 2018) e il suo ultimo romanzo "Un giorno verrà" (Bompiani, 2019) con cui ha vinto il Premio Fiesole per la narrativa under 40. Nella vita lavora come editor e si occupa di narrativa italiana per la casa editrice Nutrimenti. È nella redazione di Letterate Magazine, il magazine online della Società Italiana delle Letterate e nella redazione del programma Tabula Rasa di Radio Onda Rossa. È la curatrice di un festival letterario che si tiene a Roma nelle scuole, Under - festival di nuove scritture. Ha portato i suoi laboratori di scrittura in librerie, biblioteche, scuole e carceri.

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