Dove va a finire la finzione?

Quella tra esseri umani e finzione è una storia d’amore complicata. La nostra intera cultura si adopera da sempre perché ciò che ci arriva senza forma sia organizzato in linguaggio, immagine, corpo – in storie da raccontare, in narrazione. Al punto che ciò che sappiamo del mondo corrisponde alla somma delle storie che ci hanno raccontato: dalle grandi narrazioni ideologiche del passato, fino al mosaico narrativo di storie e micro-narrazioni che oggi affollano la Rete.

Il racconto – lo ricordava già Roland Barthes – è una delle grandi categorie della conoscenza, e la realtà è un proliferare di narrazioni. Ma cosa accade quando scopriamo che l’impalcatura narrativa può anche reggersi su un sistema di menzogne, di storie frammentate, stratificate, spesso in contraddizione tra loro?

Sempre più spesso in tempi recenti si grida all’inganno, alla bufala, alla finzione. Specie quando i racconti fanno da collante all’esistente, quando accendono micce che divengono focolari, quando mettono da parte il sapere razionale e fanno leva sull’emotività e sul sensazionalismo.

Ci presentano una verità, poi ci dicono che quella verità è contraffatta, filtrata, sceneggiata. Insomma, non corrisponde al reale. Forse gli somiglia, forse è la sua versione più o meno edulcorata, a ogni modo non è reale.

Accade come in quel famoso mito: per anni abitiamo la caverna, poi qualcuno viene a dirci che il mondo non può stare tutto dentro a un monitor, che c’è dell’altro, e che tanto di quello che davamo per reale è solo una messinscena ben concertata.

Ma cosa accade quando la bomba – che nel frattempo ha acceso animi, ha infiammato coscienze – viene disinnescata? Non voglio e non occorre aprire qui un capitolo sulla forza aggregante e allo stesso tempo disgregante delle fake news che non sono certo un’invenzione del nostro tempo; quanto provare a stabilire in quali luoghi conduce questa verità alternativa che sempre più spesso ci viene proposta.

Sono riflessioni complesse, che aprono molte strade. Una fra queste è certamente quel generale senso di diffidenza verso la finzione. Siamo di fatto di fronte a un nuovo realismo, incapace di incapace di fotografare, ma più propenso a inglobare – a contenere – anche quella verità costantemente simulata, manipolata, distorta. Abitiamo un ecosistema che non sa difendersi dalla pioggia della retorica e dalle invenzioni, e per questo proviamo a schermirci da soli, allontaniamo la possibilità della menzogna, perdiamo interesse per l’ambiguità.

Ma siamo davvero sicuri che lo scarto tra verità e finzione sia sempre e soltanto un gioco a perdere?

Per circoscrivere il problema, prendo in prestito alcune righe del romanzo di Claudia Durastanti, La straniera, finalista al premio Strega 2019.

Scrive Durastanti: “Mia madre non sopporta la finzione; quando guardiamo qualcosa sullo schermo arriva sempre il momento in cui mi chiede: “Ma è una storia vera?”, anche se stiamo guardando un film dell’orrore, e io devo mentirle perché, se le dico che è tutto inventato, lei perde interesse e non riusciamo più a fare una cosa insieme. Il suo: “Ma è una storia vera?” mi tormenta da sempre”.

Accade così. Se intercettiamo la possibilità dell’inganno – dell’invenzione – voltiamo la testa, perdiamo interesse. Non siamo più disposti a concederci quella sana sospensione dell’incredulità, a sacrificare occasionalmente la logica e il pensiero razionale. Aboliamo le contraddizioni, scegliamo di percorrere strade più sicure, percorsi coerenti con il nostro modo di vedere il mondo.

Non ammettiamo alternative: le cose ci interessano per quello che sono, non per i risvolti che potrebbero avere, né tantomeno per i mostri che nascondono. Esigiamo una realtà simmetrica, che avanzi per dicotomie, che divida il bene dal male, il vero dal falso. Eliminiamo a tutti i costi la complessità, assumendo il dogma come unica soluzione per combattere l’incertezza.

Nel farlo lasciamo indietro alcune strade. Ma la realtà è – purtroppo o per fortuna – molto più labirintica di quello che crediamo, e forse la nostra diffidenza per quelle che oggi liquidiamo come bufale può farci intraprendere altri percorsi di pensiero. Ad esempio, quanto contano le storie – la narrazione – nel gettare luce sui fatti del mondo? Perché sappiamo appassionarci solo al sensazionalismo e il resto fatica a toccarci?

Abbiamo forse – in questa confusione di volontà introiettate e reazioni controllate, appiattiti come siamo da sovrastrutture mentali e cognitive enormi – perso la capacità di abitare il labirinto? di porci le giuste domande?

Anche in ambito letterario, dove la forma romanzo perde la sua forza auto-generante e si confina nella convinzione di dover risultare credibile, nelle fonti, nella biografia; che fine fanno il mito, il dubbio, il paradosso? Ma soprattutto, che fine fanno quegli immaginari che fin da bambini si instaurano nella nostra memoria alterando la nostra percezione del mondo?

Se lo chiede la scrittrice britannica Zadie Smith, in un saggio dal titolo Fascinated to presume: in defense of fiction apparso sulla rivista «The New York Review of Books» e successivamente su «Internazionale» (n. 1335 del 29 novembre 2019).

Parlando della finzione, ma riferendosi alla narrativa letteraria, Smith scrive: “l’abbiamo accusata di aver compiuto atti di appropriazione e colonizzazione, di essere illusoria, futile, ingenua, politicamente e moralmente irresponsabile. Le abbiamo trovato una miriade di difetti ma raramente ci siamo soffermati a domandarci, o a ricordare, cos’è che un tempo le chiedevamo: quali teorie ci offriva sul sé e l’altro, o perché, per tanto tempo, quelle teorie siano apparse sensate a tante persone”.

È così? Le storie servono davvero a riportare la giusta attenzione sul mondo, oppure accade come in quel famoso racconto di Jorge Luis Borges dal titolo Tlön, Uqbar, Orbis Tertius, in cui le storie possono non solo sovrapporsi alla realtà, ma anche distruggerla, e creare mondi alternativi dove è impossibile definire il prima e il dopo, distinguere la copia dall’originale.

Certo è che queste storie hanno un peso in grado di piegare – di torcere, modificare – lo spazio in cui siamo immersi. Sta a noi rimanere in equilibrio in questo spazio che si inclina. Decidere cosa farne della finzione, del racconto distorto di questa realtà complessa in cui abitiamo.

 

 

 

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Lorena Spampinato

Lorena Spampinato è nata a Catania nel 1990. A diciotto anni ha esordito con il romanzo "La prima volta che ti ho rivisto" (Fanucci editore, 2008) e si è trasferita a Roma dove si è laureata in Scienze Politiche. Adesso si occupa di editoria e comunicazione. Con Fanucci editore ha pubblicato anche "Quell’attimo chiamato felicità" (2009) e "L’altro lato dei sogni" (2011). "Il silenzio dell'acciuga" (Nutrimenti, 2020) è il suo ultimo romanzo.

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