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In Smettetela di dirci che non siamo felici Gabriella Grasso, incrociando gli studi di settore con le interviste alle dirette interessate, fotografa la condizione delle donne senza vincoli, nei suoi aspetti più interiori (la solitudine, la maternità) e in quelli più concreti (il sesso, la gestione economica, il viaggiare in solitudine). L’abbiamo intervistata

Di Ilaria Marino

Gabriella Grasso è una giornalista. Per 25 anni ha lavorato nei più importanti periodici femminili italiani (Grazia, Donna Moderna, Cosmopolitan, Gioia!, Elle), per poi scegliere la vita da freelance. Ora scrive, tra gli altri, per Elle, HTSI/Sole24ore, Vogue, Donna Moderna, Harper’s Bazaar, il venerdì di Repubblica, Lucy-Sulla Cultura e si dedica ad approfondire tematiche che le stanno a cuore, come quella delle donne sole, a partire da sé stessa. Ora ha in cantiere per Fandango un libro sulla menopausa, ma noi la intervistiamo sulle donne singole.

Vorrei subito chiarire che in questo libro si ride tanto. La cifra ironica della tua scrittura aiuta a rendere fluide e digeribili tematiche serie, profonde e a volte dolorose. Che cosa ti ha spinto a scriverne?

Nella mia vita ho abitato più spesso la singolitudine che la coppia e per questo in molte occasioni ho percepito quella che definisco una sensazione di “sbaglitudine”, un’inadeguatezza nei confronti di chi aveva un partner, sensazione che mi spingeva a fare di tutto per uscire dalla mia condizione. Poi a un certo punto qualcosa è cambiato. Sicuramente l’arrivo della menopausa ha dato il suo contributo, perché ha modificato radicalmente il mio rapporto con il desiderio. Ma non è solo questo.

È capitato che una sera un’amica sposata abbia raccontato di aver compiuto, per motivi famigliari, un viaggio in Grecia senza il marito: il tono epico del suo racconto, come se avesse compiuto un’impresa eroica, mi ha lasciato sbalordita. Perché metteva così tanta enfasi nel raccontare qualcosa, il viaggiare da sola, che per me – e per molte altre persone come me – è l’assoluta normalità? Ho iniziato a riflettere su come una certa sensazione di inadeguatezza che le persone singole, soprattutto donne, provano sia in larga parte indotta: se la società riconosce grande rilevanza allo stare in coppia e al crescere dei figli e nessuna al saper stare da soli e fare le cose da soli, è difficile riuscire ad attribuire il giusto valore alle proprie competenze esistenziali, che pure sono altrettanto numerose, solo diverse, rispetto a quelle di chi sta in coppia. Ho pensato che fosse necessario avviare un cambio di narrazione e con il mio libro ho voluto dare un piccolo contributo.

Un chiarimento lessicale: ci sono molti lemmi per designare una donna che vive da sola e non ha una relazione sentimentale stabile… zitella, single, singola, libera, donna senza vincoli. Qual è stata la tua scelta e perché?

Il termine zitella fortunatamente non viene utilizzato più se non di rado e perlopiù in chiave ironica – anche se secondo me andrebbe proprio evitato. In Italia si parla di single, utilizzando il termine inglese. Personalmente non lo amo molto perché lo associo a quel momento storico, tra la fine degli anni Novanta e l’inizio degli anni Duemila, in cui con Bridget Jones prima e Sex and The City dopo le donne single sono diventate protagoniste di una narrazione mediatica che, sebbene fondamentale e liberatoria in quel periodo, con gli occhi di adesso appare problematica perché racconta la singolitudine come un status che sì, può essere divertente e accettabile, ma è intrinsecamente temporaneo: lo scopo ultimo è trovare The One.

Poiché, invece, io voglio mettere in luce la possibilità di vite piene, degne e felici fuori dalla coppia e dalla sua ricerca, preferisco usare i termini singolo/singola e singolitudine, quest’ultimo preso a prestito dalla femminista italiana Lea Melandri che lo ha utilizzato in diverse interviste e nel quale mi sento più a mio agio. Nel libro uso anche l’aggettivo “libere” oppure l’espressione “senza vicoli”, con riferimento a una libertà di disporre della propria vita con un’autonomia che chi ha un partner o dei figli non può avere.

All’interno della tua riflessione sul tema, hai inserito interviste a donne singole che in qualche modo creano una rete di rimandi con quello che scrivi nel resto del saggio.  A quale fascia anagrafica hai fatto riferimento e perché?

Le italiane che ho intervistato, una trentina, hanno tra i 30 e i 69 anni. All’inizio la mia intenzione era quella di limitare l’indagine alle over 45, immaginando che – sebbene la singolitudine sia sempre e comunque una condizione fluida e reversibile – fosse difficile definirsi singole quando si è in età fertile e diventare madri è una possibilità reale. Poi, però, ho capito che proprio per questo motivo era probabile che la pressione sociale fosse più forte sulle più giovani e, dunque, sarebbe stato giusto dare loro la parola. Prima di iniziare le interviste ero convinta che avrei raccolto storie di pressioni familiari esercitate in nome di quella che diversi studiosi di singles studies chiamano la “dittatura della coppia”. Invece parecchie giovani donne mi hanno raccontato che a esercitare le pressioni sono maggiormente i coetanei, quasi tutti fidanzati o sposati.

Dalla lettura del saggio emerge forte – a volte violenta – la pressione sociale verso le donne singole: come è possibile che, a ormai più di cinquant’anni dalla rivoluzione femminista, siano ancora considerate come “uno scarto che nessuno vuole”, generando in loro la sensazione che definisci “sbaglitudine”? Come mai – perfino tra le giovani – non siamo riuscite a smantellare il mito dell’amore romantico finché-morte-non-ci-separi come sede dell’unica felicità possibile?

È una domanda complessa! La prima cosa che va detta è che viviamo immersi in un panorama culturale dove ogni prodotto mainstream, dai film alle serie tv ai romanzi alle canzoni, propone l’amore, incarnato nella coppia tradizionale, come meta ultima di ogni esistenza. Le parole You Are My Everything si trovano in centinaia, probabilmente migliaia di canzoni pop in lingua inglese. Un numero spropositato a cui difficilmente può fare da contraltare una canzone, seppure acutamente intelligente come Flowers di Miley Cyrus che recita: I can buy myself flowers/Write my name in the sand/Talk to myself for hours/Say things you  don’t understand in cui la cantante statunitense rivendica la possibilità di regalarsi dei fiori, scriversi da sola il nome sulla sabbia e parlare con se stessa di cose che l’ex fidanzato non sarebbe nemmeno in grado di capire. D’altra parte, senza andare troppo lontano, in Italia Sal Da Vinci ha vinto il Festival di Sanremo del 2026 con un pezzo intitolato Per sempre sì che contiene le seguenti strofe: Saremo io e te/Per sempre legati per la vita/Che senza te non vale niente, non ha senso vivere.

Ho cercato a lungo film o serie tv che raccontassero storie di persone, donne in particolare, che realizzano pienamente la propria vita fuori dalla coppia e dall’amore tradizionale, ma ne ho incontrati pochissimi. Gli sceneggiatori trovano sempre il modo per far fidanzare qualunque protagonista singola prima dei titoli di coda.

Negli ultimi anni, inoltre, c’è stato il boom della letteratura romance. Sicuramente, come ha suggerito tempo fa su The Guardian la scrittrice Ella Risbridger, tale successo si può spiegare con un fenomeno assimilabile a quello che ha dato vita al lipstick index: nei tempi bui le persone cercano sollievo in prodotti facilmente reperibili come un rossetto (o un romanzo che racconti una storia d’amore) – e di certo questi non sono tempi luminosi. Quale che sia la ragione, però, di fatto il mercato è sempre più affollato di prodotti di intrattenimento culturale che propongono la coppia, l’amore, il fidanzamento, il matrimonio, come unica strada per la felicità, mentre c’è poco spazio per raccontare altre possibilità di gioia e realizzazione personale.

Per quanto riguarda l’impatto del femminismo credo che, come ha scritto la giurista Rachel Moran in un breve saggio del 2004 intitolato How Second Wave Feminism Forgot The Single Women a partire dagli anni Settanta ci si è battute strenuamente (e si continua a farlo, e meno male) per le pari opportunità: prima per rivendicare la possibilità per le donne di have it all tenendo insieme famiglia e lavoro; adesso per restringere il divario di genere nei salari e nel lavoro domestico/di cura (oggi 5 ore quotidiane per le donne contro 2 per gli uomini, per dire). Non si è però proposto un immaginario che includa quelle donne che, per scelta o circostanze, in coppia non sono. Manca, insomma, una narrazione, dei modelli di ruolo. E dunque si rimane incastrate nell’immaginario prevalente, oltretutto sentendosi manchevoli se non vi si aderisce.

Il dibattito sulla singolitudine suscita poco interesse in Italia rispetto ad altri paesi europei: lo confermi? Perché?

Sì, è vero. Mentre in altri Paesi esistono sia studi accademici sia testi divulgativi sull’argomento, in Italia il tema è molto poco dibattuto. Le poche studiose che hanno affrontato il tema e con cui mi sono confrontata – Chiara Bertone dell’Università del Piemonte Orientale, Graziella Civenti dell’Università Bicocca di Milano e Marika Rullo dell’Università di Siena – concordano nel ritenere che la forza che nel nostro Paese ha il modello familiare fa sì che la persona singola, anche laddove esca dal nucleo di origine, resti comunque un suo satellite, non acquisendo mai un’identità autonoma. Il che da una parte evita situazioni di possibile isolamento sociale che possono verificarsi in Paesi dove la dimensione individualistica dell’esistenza è più marcata; dall’altra fa sì che le istanze, i bisogni, i desideri della persona singola non vengono conosciuti e riconosciuti.

Dalla tua indagine è emersa anche la necessità di ridefinire una situazione attualmente basata su due sole possibili opzioni – coppia tradizionale/singolitudine – che però, nella realtà dei fatti, si sta già evolvendo verso altri scenari. In che direzioni è possibile riscrivere il panorama relazionale attuale?

Quello sulla riscrittura dei paradigmi relazionali attuali è un dibattito che va avanti da un po’ negli ambienti femministi non solo italiani – tra le voci più famose c’è quella di Michela Murgia che ha parlato in più occasioni della famiglia queer. Io credo che le persone singole possano non solo inserirsi nel cambiamento, ma anche promuoverlo, perché lo stanno sperimentando nelle proprie vite. Sono loro, infatti, ad avere reti sociali più ampie di chi è in coppia, a cucire insieme comunità di affetti e famiglie elettive; ad avere friends with benefits e a inventare altre forme di quello che alcuni ricercatori chiamano liminal love, relazioni sentimentali non codificabili secondo i criteri standard.

Il cambiamento è lento, sottile, ma è già in atto. E potrebbe coinvolgere anche le coppie: non spingendole necessariamente verso assetti radicali come il poliamore, ma promuovendo una modalità di stare insieme, anche in maniera monogamica, che contempli maggiore spazio e rispetto per le singole individualità.

 

Gabriella Grasso, Smettetela di dirci che non siamo felici, Damiani editore, 2025

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Ilaria Marino

Ilaria Marino ha conseguito un dottorato in storia contemporanea presso l’Università degli studi Federico II di Napoli, occupandosi della partecipazione femminile alla Guerra civile spagnola. Ha pubblicato sulla rivista “Studi storici”. Ha collaborato con la rivista “Spagna contemporanea” e lavorato per varie case editrici. Attualmente insegna storia e italiano nella secondaria di secondo grado.

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