È ripartito il gruppo di lettrici della Sil che si sono misurate con “La vigna delle uve nere” di Livia De Stefani, pubblicato nel 1953 con molto successo. È una vicenda oscura; c’è un padre padrone, un l’incesto e una vittima sacrificale. La mafia, suggerisce l’autrice, non è la causa di una precisa mentalità, ma la mentalità (patriarcale) è causa della mafia
Di Antonella Ippolito
È davvero difficile conciliare con le necessarie esigenze di brevità la ricchezza di spunti che la lettura collettiva de La vigna di uve nere ha suscitato. Si tratta del romanzo, edito nel 1953 che segnò il vero debutto sulla scena letteraria di Livia De Stefani, una scrittrice a tutt’oggi quasi dimenticata a dispetto della sua ricca produzione: un testo che ottenne subito un grande successo di critica e pubblico, con tre edizioni nei primi tre mesi e, ben presto, una serie di traduzioni in diverse lingue. Ci si può chiedere il perché di tanto entusiasmo (che le opere successive dell’autrice di fatto non riscossero) di fronte a una storia per certi versi raccapricciante, che mette in scena l’amore incestuoso – vissuto in un’atmosfera di innocenza primordiale – tra un fratello, Nicola, e una sorella Rosaria, separati alla nascita per volere del padre, Casimiro Badalamenti e riaccolti in famiglia soltanto da adolescenti, dopo che questi è riuscito a consolidare in paese il proprio potere e prestigio di stampo mafioso.
Un’occhiata alle recensioni e alle reazioni dell’epoca evidenzia quanto impatto ebbe, specialmente a livello internazionale, l’attenzione diretta alle antiche tradizioni e ai costumi patriarcali come elementi caratterizzanti del contesto culturale in cui si svolge la storia narrata: peculiarità che determinarono un’accoglienza assai meno favorevole da parte del pubblico siciliano. Più tardi, all’interno della casa editrice Mondadori, esse contribuiranno ad alienare all’autrice le simpatie di lettori come Elio Vittorini, insieme ad uno stile forse troppo sontuoso e struggente, minutamente descrittivo pur senza pretese didascaliche, vicino a quello di Anna Banti o di Alba de Céspedes; molto, forse troppo lontano dalle poetiche tipiche di quegli anni marcati dal neorealismo.
Questa premessa ha lo scopo di evidenziare quanto Livia De Stefani, nella sua lettura del mondo siciliano come paradigma, abbia davvero precorso i tempi: ed era necessario arrivare ai nostri giorni perché si rivelasse tutta la potenza di questo suo primo romanzo, che si manifesta in primo luogo nella disparità delle reazioni che ha risvegliato all’interno del gruppo. La vigna di uve nere è stato definito durante la discussione, assai giustamente, una “lettura viscerale”, perché è un testo dall’implicita “corporeità” che coinvolge chi legge a più livelli – emotivo, cognitivo, storico – risucchiandoci quasi dentro di esso; è stato sottolineato il carattere a tratti poetico e visionario della scrittura, sia nelle descrizioni il respiro della natura (per esempio nei numerosi riferimenti al paesaggio marino) che nella analisi della mente degli esseri umani, e in particolar modo delle dinamiche umane.
In questo senso, il racconto ispira sensazioni estremamente ambivalenti, “si ama o si odia”,
perché tocca delle corde di rifiuto e di ribellione proprio nei riguardi di quel mondo, di quegli atteggiamenti e di quegli schemi mentali che, nelle forme quasi archetipiche rappresentate dai protagonisti, vi sono raffigurati, specialmente nella misura in cui molte delle lettrici che l’hanno condiviso provengono proprio dall’ambiente siciliano. Ecco dunque la repulsione che suscita Casimiro, padre-padrone interessato principalmente dalla terra e dalla sua reputazione di maschio: figura che accetta i figli solo nel momento in cui può presentarli alla collettività come legittimi, per cui la potentia creandi non basta se non è accompagnata da un adeguato prestigio sociale. Su di lui si proietta l’ombra di Agamennone che sacrifica Ifigenia nel momento in cui, per salvare l’onore della famiglia davanti all’incesto, spinge al suicidio Rosaria, perché in lei, che è femmina, “alligna il marciume”, mentre il maschio è “il fiore del sangue, non si coglie”. Ma è un sacrificio non ordinato da alcun dio né legato, come quello mitico di Ifigenia, alla realizzazione di una qualche missione; è lui, il Padre, l’unico dio, che crea e distrugge la propria famiglia. In effetti, l’atmosfera è tragica nel senso originario del termine, secondo un’impostazione voluta, su cui la stessa autrice si espresse, giacché alla base del testo vi sarebbe il tentativo di riscrivere in chiave moderna le strutture del dramma greco.
In effetti, De Stefani ne ripercorre abbastanza scopertamente i temi e i topoi per costruire una storia senza tempo, che parla dell’essere umano e del suo inserirsi in strutture di potere e di coercizione più o meno complesse. Tutti i protagonisti della storia, compreso lo stesso Casimiro, sono spinti da una sorta di Fato, macchiati fin dalla nascita da colpe di cui non hanno ricordo né sono responsabili: non c’è rivolta o gesto che possa modificare il percorso della loro vita. Come è stato osservato già da Carlo Levi, essi vivono come prigionieri di una realtà magica, di magia nera, non controllabile da volere umano, acronica, che si nasconde dentro al quotidiano, li circonda, risucchiandoli fino a soffocarli, come dentro una tela di ragno. Come la vigna, anche la casa si presenta come luogo chiuso in cui vengono rinchiusi personaggi inalterabili, quasi privi di volontà e impossibilitati a qualunque mutazione come pure a qualsiasi scelta, che non a caso riproducono archetipi mitici.
Parlavamo di ambivalenza, di attrazione e repulsione che abbiamo avvertito come non sempre facili da distinguere l’una dall’altra: perché nell’egoismo di Casimiro, feroce nelle sue scelte, animato da principi primordiali insani ma saldi, coerenti e logici, c’è talvolta persino dell’amore per i figli, e la sua figura è oggetto di un implicito dileggio se si pensa che, in fondo, è affetto da una forma di “impotenza selettiva” e capace sessualmente solo con Concetta che inizialmente disprezza in quanto prostituta. Ma le figure femminili non risultano più consolanti o tali che possiamo sempre provare empatia per loro. Specialmente Concetta, incarnazione di un’idea primordiale, quasi animalesca della maternità e dell’immagine mitica del mare, davanti agli occhi di chi legge subisce in silenzio: vede, capisce l’ingiustizia, sente il peso, ma non reagisce, anzi conferma: “Sei tu il padrone, il padrone mio”. Chi legga il testo nel 2026 non riesce pienamente a giustificarla. La coscienza, per Concetta – come spesso avviene nella realtà, e qualcuna ha giustamente pensato ad alcuni noti casi di cronaca – non coincide necessariamente con la liberazione, malgrado l’energia compressa che sembra nascosta in quell’iniziale “capire”; e se la storia della Vigna ci ricorda le assurde tradizioni di un mondo patriarcale arcaico, Concetta ci ricorda come esse fossero spesso introiettate e perpetuate con il sostegno attivo delle donne.
Se il concetto di genitorialità come potere e di maternità come istinto animale vengono più volte suggeriti nel testo, è vero anche che il tema della paternità è declinato in modo più differenziato attraverso il rapporto tra Nicola e il padre adottivo Gaspare Marino, che fa da controparte a quello con il padre biologico Casimiro perché si sviluppa come scambio relazionale e non gerarchico. La figura di Gaspare, che insegna al figlio adottivo a “fantasticare e leggere”, consente all’autrice di avviare un motivo secondario, quello del ruolo della conoscenza suggerendone il valore di spinta alla libertà individuale. È una speranza che, tradita dal contrasto insanabile con l’ambiente della famiglia d’origine, che non riuscirà a concretizzarsi per Nicola; mentre per Rosaria, in quella che è stata giustamente definita una distorsione perturbante della prospettiva salvifica, si realizzerà solo nella morte, che – benché imposta – rappresenterà finalmente la fine delle costrizioni familiari e sociali.
Dietro alla costellazione dei personaggi si profila il vero protagonista della vicenda: il Potere, identificabile non soltanto con il potere patriarcale tout court (in questo senso, l’opera suggerisce una diretta corrispondenza tra la mafia e il patriarcato come possesso e potere sui corpi e sulla “nuda vita” degli altri in generale), quanto con la sua attuazione più pratica ed evidente, cioè il potere mafioso. Livia De Stefani riesce a “parlare di mafia quasi senza parlare di mafia” e si distingue in questo senso da molte opere di denuncia dei nostri giorni. Il potere segreto della mafia è solo evocato (il termine compare appena cinque volte, e in modo marginale) e riemerge in impercettibili tratti solo dal racconto dell’adozione di Nicola (imposta a Gaspare in seguito a precisi eventi) e della relazione tra “famiglie” fra Stati Uniti e Italia.
In definitiva, come è stato da più parti osservato durante la discussione, lo sfondo storico di fatti ben noti non è oggetto di una rappresentazione diretta, ma rimane a livello sotterraneo: eppure, il messaggio che si ricava dalla lettura è proprio che la mafia non è la causa di una precisa mentalità, ma la mentalità è causa della mafia, che ne è per così dire il sublimato. In questo modo, la storia viene sottratta alla sua dimensione locale, per acquisirne una universale che mette in rilievo il conflitto insanabile tra un malinteso, oscuro concetto di onore che sfocia in diverse forme di violenza – dalla più sottile alla più efferata – e il desiderio altrettanto ancestrale e insanabile degli esseri umani per l’amore e la bellezza, esigenza tanto forte che è impossibile da reprimere e, se soffocata, rispunta in qualsiasi forma appena possibile. La domanda che resta, ancora oggi, aperta, è quella che riguarda la possibile via d’uscita che in tutti gli ambienti dominati da logiche di potere, a partire dalla Sicilia, porti, se non alla salvezza, almeno a un cambiamento.
Livia De Stefani, La vigna di uve nere, Mondadori, 1953
Antonella Ippolito
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