“Letterature senza esercito” è un festival eco-letterario che si svolge a Roma fino al 21 novembre. Promosso dall’università la Sapienza con librerie, biblioteche e associazioni, è dedicato alle scritture non egemoni, alla poesia, alle lingue e alle voci migranti e di frontiera. Al suo interno c’è “Il canto del pendolo”, rassegna poetica a cura di Pier Paolo di Mino: lo abbiamo intervistato
Di Sara Durantini
C’è qualcosa della liturgia della parola di Cristina Campo che ritorna, ciclicamente, nella mia vita. Di recente sono tornata al “sapore massimo d’ogni parola”, al suo distacco da qualsiasi forma di banalizzazione e di commercializzazione della cultura. L’animo imperdonabile di Cristina Campo, colei che metteva in guardia da un futuro nel quale il pensiero e la coscienza sarebbero stati ridotti alla loro dimensione biologica («povero mondo biochimico di domani dove il pensiero non sarà più che un siero, la coscienza più che un tegumento»), mi riconcilia, ogni volta, con un pensiero che sembra stia per svanire e che in pochi sembrano condividere. Sempre di recente, sono tornata a lei cercando la bellezza, ma non quella ridotta a spettacolo, creata per catturare uno sguardo passivo, ma quella che illumina le menti, che crea relazioni, che riesce a sottrarci all’indifferenza.
Sono tornata a Cristina Campo anche attraverso le parole di Pier Paolo Di Mino, scrittore e curatore, insieme all’artista Veronica Leffe, della rassegna “Il canto del pendolo”, all’interno del festival Letterature senza esercito. Quella che segue è la conversazione che abbiamo avuto attorno alla poesia, alla forza della parola, all’arte, al rapporto tra mito e contemporaneità, ma soprattutto siamo tornati più volte sul progressivo impoverimento culturale di una società nella quale il linguaggio sembra sempre più spesso piegato alle esigenze della comunicazione immediata, della propaganda. E qui si apre, per chi fa della parola scritta la propria ragione di vita, la possibilità di scegliere di abitare il margine, uno spazio, per riprendere la riflessione di bell hooks, che diventa possibilità di sottrarsi alle logiche del potere e creare forme di resistenza che possano agire sul quotidiano e sul presente. Uno spazio dal quale continuare a interrogare il mondo e chi lo abita, opponendo all’impoverimento del linguaggio la complessità della parola letteraria.
Parliamo della rassegna che curi insieme a Veronica Leffe, “Il canto del pendolo”. Come voi stessi avete specificato, il titolo richiama la raccolta di saggi del premio Nobel Iosif Brodskij, nella quale il poeta attraversa l’opera di autori come Auden, Rilke, Cvetaeva, Achmatova, interrogandosi sulla natura della parola poetica e sulla sua capacità di interpretare il mondo. Quale idea di poesia avete voluto porre al centro del progetto?
“Il canto del pendolo” raccoglie una serie di meravigliose lezioni di Brodskij sulla parola poetica: nella prima si legge un avvertimento (il poeta parla negli anni ’90) sul male incombente, su quel male che la nostra generazione vive in pieno e che consiste nella finanziarizzazione dell’anima, nella sua sterilizzazione e derealizzazione. Viviamo in un modo anestetizzato che scivola nel nulla in modo insenziente, e ci è sembrato che curare una rassegna poetica dotata di senso e significato dovesse richiamarsi all’insegnamento di Brodskij su quella parola poetica che vivifica la realtà perché vivifica la nostra anima: la parola poetica è una parola semplice ed è in grado con una sola immagine di riscrivere i percorsi della nostra mente.
È l’idea di poesia del Rinascimento italiano: ut pictura poesis, celebre locuzione di Orazio che significa “come nella pittura così nella poesia”. Una parola è un’immagine, e un’immagine è una parola: ed è per mezzo di questa semplicità che l’uomo può accedere in un solo istante al sapere. Ed è grazie al sapere che l’uomo può vivere con la dignità che gli spetta, e in piena libertà, la vita.
La collaborazione con Veronica Leffe è un percorso di lunga data, come dimostra il progetto “Lo splendore”, un lavoro che unisce la letteratura e la filosofia con la pittura. Che cosa accade alla parola letteraria quando incontra l’immagine?
«I filosofi sono in qualche modo pittori e poeti, i poeti sono pittori e filosofi, i pittori sono filosofi poeti. Donde i veri poeti, i veri pittori e i veri filosofi si prediligono l’un l’altro e si ammirano vicendevolmente»: così si esprime Giordano Bruno nel “Sigillus Sigillorum”. Era per me inevitabile, cercando di porre mano a un’opera filosofica che vuole trasmettere l’immediatezza della vita nell’unico modo possibile, ossia attraverso le emozioni, i sentimenti e i sensi, fare ricorso all’identità della filosofia con l’identità della poesia e della pittura. Una sola delle immagini di “Lo splendore” vale tutto “Lo splendore” perché è nelle immagini che le parole trovano la loro essenza.
Uno degli aspetti centrali della rassegna “Il Canto del pendolo” è la scelta di riflettere sul femminile, inteso non soltanto come soggetto della rappresentazione artistica, ma come fondamento stesso della realtà: penso, ad esempio a “Prima tempesta” di Susana Chávez Castillo. Vorrei soffermarmi sul significato che avete attribuito al femminile come principio fondativo, alla relazione tra questa dimensione mitica e simbolica e la condizione femminile nella società contemporanea in un momento difficile.
In questa prima edizione del “Canto del pendolo” abbiamo legato il concetto dell’“ut pictura poesis” all’idea del femminile. Nel farlo abbiamo seguito una bislacca ma fervida intuizione di William Blake: il maschile è il tempo e, quindi, la parola poetica; il femminile è lo spazio e, quindi, l’immagine. L’intuizione, in realtà, ha una lunga tradizione, dal momento che, da Parmenide ai romantici passando per Dante, è nella figura femminile che vediamo agire la possibilità di toccare nel corpo, nella materia, i più alti valori dell’anima e dello spirito. Credo che il riconoscimento di questa realtà ontologica e simbolica del femminile sia fondamentale nella comprensione e nel risanamento delle oscure condizioni di pervertimento dell’essere che, negli ultimi diecimila anni, hanno creato lo stato in cui viviamo: lo stato di sfruttamento dell’uomo sull’uomo e su tutte le altre creature, infatti, a mio avviso, è partito dallo sfruttamento delle donne.
La rassegna si conclude il 23 ottobre con “Storia Aurea”, il tuo libro che è il nucleo originario del progetto “Lo splendore”, presentato attraverso le immagini di Veronica Leffe.
Cerco di essere originale, ossia originario: non vario, non invento mai, mi attengo il più possibile alla cosa in sé. Per me il mito è pura semplicità umana. “Lo splendore” racconta di un bambino che nasce al freddo e al gelo e che proverà a salvare il mondo: è la condizione umana in sé per sé, perché tutti nasciamo al freddo e al gelo, poveri di tutto, e ci ritroviamo in un mondo meraviglioso e pieno di pericoli; e, se vogliamo salvarci da quei pericoli e godere di quella meraviglia, capiamo presto che dobbiamo salvare tutti gli altri, e dobbiamo condividere la meraviglia con tutti gli altri. Lo stesso vale per “Storia Aurea”, il primo tassello di “Lo splendore”, dove non ho parlato di me, ma di uno che, come tutti, parte per la guerra, vede e gode e patisce il mondo, e, tornato a casa, ne fa il racconto: il racconto di “Lo splendore”.
Nell’ambito del festival Letterature senza esercito il 31 ottobre si terrà, alla Sapienza, l’incontro dal titolo “Resistenza, patria interiore. Scritture migranti, scritture in rivolta” dedicato alle voci poetiche dell’emigrazione, dell’esilio e del dissenso, attraverso autori come Ali Podrimja e Mahmoud Darwish. Nel dibattito pubblico, quale spazio e quale valore assume oggi la poesia in risposta alla violenza, alla disumanizzazione del linguaggio e direi anche involuzione culturale?
L’involuzione culturale e spirituale, e, di conseguenza, il declino sociale ed economico della nostra società ha la sua matrice proprio nella perdita di valore della letteratura e delle arti: a impossessarsi della fede nel potere della parola e delle immagini (parlo della fede nella possibilità di cambiare le cose attraverso le parole e le immagini) sono stati i pubblicitari. L’arte è stata ridotta a Kitch, ossia a fervorini morali su temi alla moda o ad arte per l’arte, alessandrinismo. Tutto il resto è storytelling. Per questo la il poeta, l’artista, la e il musicista, oggi, devono riconsiderare la sua fede, ponendosi ai margini di una società in caduta libera, e operare da quei margini.
E a questo proposito, parlando di poetica e politica, non si può non pensare al nome del festival, Letterature senza esercito. In un tempo in cui il linguaggio pubblico appare sempre più attraversato da logiche di contrapposizione, propaganda e violenza, credi che la letteratura, in generale, possa ancora costituire uno spazio di libertà e di opposizione? E quali sono le responsabilità di chi oggi scrive?
Isidoro di Siviglia lo afferma come urgenza politica: sono le lingue che fanno i popoli, e non il contrario. Del resto parliamo una lingua, l’italiano, inesistente in natura. Un puro costrutto letterario. Questa lingua artefatta ha fatto nascere un popolo. Non serve un esercito. Serve un’interiorità da cui rinascere, e questa interiorità è la letteratura. In fondo non dobbiamo far altro che questo: ostinarci a parlare a un popolo che ancora non c’è.
Sara Durantini
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