PERSONAGGE: La vera storia vera della bambina che amava gli insetti

Maddalena Francavilla, 22 aprile 2020

La vera storia vera della bambina che amava gli insetti
di Maddalena Francavilla

 

 

Dedicato a Anna Maria Sibylla Merian,
alla metamorfosi meravigliosa dei bruchi
e al loro curioso nutrimento floreale,
dedicato al suo fortunato viaggio in Suriname.
Dedicato inoltre a tutte le bambine e i bambini
che prima di poter diventare qualcuno,
devono poter diventare.
 

“Lilibeth, devi andare” le disse sua nonna con le lacrime agli occhi.

Non c’era da aspettarsi niente di buono quando la chiamavano con il suo nome per intero.

Nella valigia mise anche il suo barattolo di vetro, glielo aveva regalato proprio sua nonna il giorno che sua madre e suo padre erano partiti.

Era stata la prima cosa che Lili aveva visto sulla bancarella del mercato, aveva sentito un nodo alla gola senza sapere perché, come se non possedesse più niente, neanche una mamma, e così aveva chiesto a sua nonna di avere quel barattolo di vetro.

Preoccupata di non provocarle un’ulteriore sofferenza dopo la partenza dei genitori, la nonna aveva acconsentito alla strana richiesta.

Lili aveva i capelli corvini, che risplendevano al sole come una distesa di mare nero, anche i suoi occhi erano profondi e scuri, e si muovevano veloci e sicuri.

Lili non aveva paura degli insetti, come tutte le altre bambine, lei anzi li prendeva tra due dita e se li portava a casa, poi li metteva nel suo barattolo di vetro e dava loro da mangiare delle foglie sminuzzate, a ognuno le sue preferite.

Aveva scoperto quasi per caso la trasformazione di puntini insignificanti in meravigliosi esseri dagli infinite sfumature. Ogni volta era incuriosita di vedere cosa sarebbero diventati. Li osservava con cura per fissare nel ricordo i colori e le forme, poi li lasciava liberi, perché lei voleva solo ammirare le loro trasparenze cangianti, dal verde, al giallo, al rosso, al blu. Niente al mondo aveva i colori più belli degli insetti.

Nessuna bambina voleva giocare con lei, perché temevano che, da un momento all’altro, la sua attenzione fosse colpita da qualche insetto e lo prendesse in mano, avvicinandolo troppo a loro.

Invece i bambini non volevano giocare con Lili, perché lei non accettava mai di fare la sedia.

Nel gioco della sedia i bambini dovevano, a un segnale convenuto, sedersi sulle sedie poste in cerchio, una in meno rispetto al numero dei partecipanti al gioco, chi restava in piedi, andava fuori, poi si toglieva una sedia e si ricominciava daccapo. Quando non c’erano sedie, e c’erano delle bimbe, queste venivano coinvolte nel gioco a fare la parte delle sedie, in piedi tutte intorno, con un braccio poggiato sul fianco a semicerchio, per poter essere afferrate dai bambini.

Si può capire benissimo perché a lei questo gioco non piacesse affatto, stare lì ferma in attesa che un bambino l’afferrasse, non era per niente divertente.

E così Lili passava le sue giornate andando a caccia di insetti con Nina, la vecchia scimmia dei nonni, sempre pronta a seguirla nelle sue spedizioni.

La mattina della partenza la nonna preparò le ultime cose a fatica mentre il nonno seduto fuori, restava immobile con lo sguardo fisso davanti a sé.

“Adesso che hanno sistemato tutto puoi raggiungerli, la casa è pronta e i documenti pure” disse la nonna senza smettere di riempire le valigie.

Lili aveva aspettato tanto questo momento senza sapere bene cosa avrebbe significato per lei, in realtà non era del tutto contenta di partire, avrebbe dovuto lasciare la nonna, il nonno, la scimmia e gli insetti.

I nonni le dissero che avrebbero pensato a tutto loro, ma lei sapeva benissimo che loro avrebbero avuto cura certamente della scimmia, ma che lei non avrebbe mai più incontrato degli insetti belli come quelli del suo paese.

Il viaggio fu lungo, dormì solo un po’, poi si svegliò subito perché fece un brutto sogno. Era seduta davanti alla sua casa ed era circondata da tanti barattoli di vetro da cui fuoriuscivano lenti e incessanti tutti gli insetti prendendo direzioni diverse, mentre lei cercava di fermarli senza riuscirci.

Al suo risveglio neanche il sacchetto di frutta secca che le offrì la sua vicina di viaggio riuscì a farle tornare il sorriso, Lili giunse a destinazione ancora con i pensieri brutti nella testa.

Dentro di sé aveva sperato davvero di trovare un bel posto che le piacesse, ma all’aeroporto c’era tanta fredda e umida nebbia ad attenderla insieme a un papà e a una mamma così diversi da quelli che le sorridevano in fotografia, seduti all’ombra della palma davanti alla casa della nonna. Lili aveva da poco iniziato a camminare quando erano partiti con la valigia piena di progetti e ora era giunto il momento di realizzare quello della famiglia riunita.

Nella nuova casa abitavano con loro anche gli zii e sua cugina Maricris, con la quale Lili doveva dividere la camera. Sua cugina aveva due anni più di lei, faceva già la terza elementare ed era lì da molto tempo. Il suo nome era fatto con le iniziali dei nomi dei nonni, Maria e Cristian. Ma a Lili non bastò per amarla come i nonni.

Anche Maricris aveva gli occhi scuri come Lili, anche Maricris aveva i capelli lisci e lucidi come Lili, ma non era come Lili.

La cugina era nata nel nuovo paese, che aveva un nome incredibile, la faceva sentire la principessa della nebbia, e i suoi genitori per aiutarla avevano smesso di usare la lingua madre con lei relegando quello strano idioma ai discorsi tra di loro di nascosto e a bassa voce.

Così quando Lili le raccontò dei suoi insetti e della vecchia scimmia dei nonni, Maricris rimase senza parole. In realtà non le aveva risposto perché non aveva capito quasi niente di quello che aveva sentito da sua cugina. Per Maricris quei suoni avevano qualcosa di familiare, ma restavano irrimediabilmente incomprensibili.

Che Lili non potesse avere una scimmia, era chiaro, restava un mistero perché non ci fossero insetti in quella casa. Nemmeno fuori nel giardino, ovvero una piccola striscia di un metro lungo i bordi del cortile in cemento, dove qualcuno aveva tentato di coltivare dei pomodori. Là c’erano così pochi insetti. Dopo due giorni Lili li aveva già catturati tutti.

Nonostante le proteste dei suoi genitori, degli zii e di Maricris, Lili continuava con il suo passatempo preferito: raccogliere insetti in quell’unico lembo di terra privo di cemento intorno alla casa a ridosso della ferrovia. Lili conosceva tutti gli orari dei treni, locali, nazionali e internazionali, al loro passaggio gli insetti si volatilizzavano e ritornavano solo nel breve intervallo tra un treno e l’altro. Lei li aspettava fiduciosa in silenzio, seduta sul bordo del muretto.

Lili smise di parlare da quella volta che sua cugina non le rispose. Il suo corpo doveva restare in quel nuovo paese, ma almeno le parole potevano ritornare dalla nonna. Non poteva raccontare i suoi insetti, allora doveva conservarne la memoria solo nella sua testa.

I suoi genitori e anche gli zii, che nutrivano la segreta speranza di una sua ripresa della parola, smisero di rimproverarla per la faccenda degli insetti. Poteva catturare insetti, a patto di non portarli in casa e non provocare così scene di panico in famiglia.

Un giorno Lili prese un barattolo, catturò cinque balanini e li portò a scuola. Tutti i bambini quando videro il barattolo e il suo contenuto scapparono via urlando spaventati.

Le maestre disperate non capivano il comportamento di Lili: non parla, non interagisce, se ne sta sempre in disparte, l’unico tentativo di avvicinarsi ai suoi compagni lo fa con degli insetti in mano. La bambina sta male, non è normale, ha qualche problema, bisogna parlare con qualcuno, con un esperto, con i suoi genitori, bisogna fare qualcosa, si ripetevano gli insegnanti nei corridoi e nelle riunioni.

Fu tutto inutile, Lili restava un mistero per i suoi genitori come per gli insegnanti.

Qualche mente più aperta abbozzò l’ipotesi che Lili volesse comunicare attraverso gli insetti, ma cosa volesse dire esattamente restava oscuro. Nessuno era in grado di decifrare quello che sembrava l’unico mezzo di contatto tra lei e il mondo: gli insetti.

La prima lettera che Lili imparò a scuola fu “a”, “a come ape”. Sulla prima pagina accanto al disegno dell’ape dai colori vividi e forti, le incerte linee prendevano forma e davano corpo a quella parola speciale: “ape”, il più dolce degli insetti.

Forse fu grazie a questa fortuita coincidenza che Lili riuscì a imparare a riconoscere le lettere e a scrivere, pur non riuscendo a parlare la nuova lingua.

Emettere quei nuovi suoni sarebbe stato come lasciare ogni volta sua nonna. Avrebbe accettato solo la forma scritta per sopravvivere nel nuovo paese e continuare a imparare i nomi dei suoi minuscoli amici.

Proprio vicino casa sua, lungo la strada per la scuola, Lili aveva scoperto una biblioteca, dove c’era un libro enorme, con la copertina dura e spessa, le pagine ingiallite e i colori delle immagini sbiaditi. La grande enciclopedia degli insetti.

Lili passava interi pomeriggi a sfogliare il volume in biblioteca, a cercare di ritrovare in quelle pagine tutti gli insetti a lei conosciuti fino a quel momento.

Per ogni nuovo insetto che scopriva inviava un disegno con accanto la descrizione alla nonna, che aspettava con ansia i suoi resoconti

La bibliotecaria l’aveva notata subito. Pensò con nostalgia ai suoi studi di scienze naturali che ormai cercava di tenere vivi nel suo giardino, dove era riuscita a far crescere tutte le piante e gli animali ammessi in città. Per ogni visita in biblioteca faceva trovare a Lili un libro nuovo. Era come continuare a studiare insieme.

La sua famiglia, sempre pensando di non contrariarla per far sì che le tornasse la parola, la lasciava fare, anche se a loro sembrava tempo perso, per una femmina, leggere dei libri, dei libri sugli insetti.

Dopo qualche tempo aveva imparato a memoria tutti i nomi dalla A alla Z, e lei desiderava trovare qualcosa di nuovo.

A scuola una maestra una volta le aveva fatto vedere che su internet poteva trovare tutto, o quasi tutto, quello che voleva sugli insetti.

E così nel tentativo di farle ritornare la parola, i genitori e le insegnanti non ostacolarono la sua strana richiesta di frequentare la scuola addirittura anche dopo l’orario scolastico e acconsentirono a darle un permesso speciale per usare il computer e poter così osservare i suoi insetti.

Intanto che leggeva e scriveva la nuova lingua, Lili perdeva le parole che aveva, le parole per parlare con i nonni, i cugini e gli amici rimasti nel loro paese, così come quelle da usare con i connazionali nel nuovo paese, i quali dovevano ricorrere sempre a una interpretazione vaga e approssimativa dei suoi sguardi, scambiando il suo perdurante silenzio per timidezza.

Lili non riusciva a riprodurre i suoni della nuova lingua, mentre quelli della vecchia lingua sbiadivano sempre più, come un’eco, lontana nel tempo e nello spazio.

I genitori la lasciarono fare per qualche anno, fino a quando non arrivò il momento di iniziare la vera educazione al mondo, non giunse cioè il momento di pensare al suo futuro.

Era ora che Lili smettesse di stare sempre dietro a quegli insetti, presto avrebbe avuto un marito e dei figli di cui occuparsi. Come avrebbe potuto trovarne uno, se avesse continuato ad avere occhi solo per le sue libellule, falene e coccinelle?

La faccenda degli insetti iniziava a diventare imbarazzante: tutti si chiedevano perché mai una ragazza normale dovesse passare tutto il suo tempo a inseguire animaletti. Ci doveva essere sotto qualcosa, si sparse la voce nella sua comunità e nessuno più la voleva accettare come futura moglie e madre nella propria onorata famiglia.

I genitori disperati avevano cercato addirittura di aumentare la sua dote, pur di riuscire a trovarle un marito, un qualsiasi marito. Non potevano fallire nel loro progetto di felicità familiare. D’altra parte tenerla ancora in casa, iniziava anche a far saltare tutti i loro piani futuri per comprare una casa nel loro paese d’origine e tornarci al più presto. Se le avessero offerto un marito, Lili avrebbe lasciato la casa paterna, loro avrebbero avuto più soldi da mandare per costruire la nuova abitazione nel loro paese, mattone dopo mattone.

Altrimenti tutti i loro sacrifici sarebbero stati vani, andare in un paese lontano e lasciare Lili con i nonni, chiederle poi di lasciare i nonni e raggiungerli in quel posto freddo dalla lingua sconosciuta.

Solo che Lili non aveva nessuna intenzione di sposarsi, o meglio, non aveva nessuna intenzione di abbandonare i suoi studi sugli insetti, con tutte le conseguenze del caso.

Di fronte alla sua ostinazione, i genitori pensarono che Lili avrebbe potuto continuare, finché non sarebbero tornati tutti insieme nel loro paese. Pazienza se non fosse riuscita a trovare marito, un giorno avrebbe avuto più tempo per occuparsi dei suoi anziani genitori.

Fu grazie a quel loro rimandare il momento di dire basta alla storia degli insetti che Lili poté continuare ad andare a scuola con ottimi voti fino al diploma.

A quel punto la professoressa di scienze prese a cuore, e in mano, la situazione: Lili doveva continuare a studiare, avrebbe pensato lei a trovare tutte le borse di studio per poter frequentare l’università, ma la ragazza non doveva assolutamente abbandonare il suo talento.

Lili ascoltò silenziosa, come sempre, la generosa proposta che stava cadendo addosso a lei e ai suoi genitori, i quali, increduli, chiesero un mese per rifletterci.

Iniziarono le consultazioni con la famiglia ristretta, poi i dubbi si allargarono alla comunità locale, poi le voci della strana passione giunsero al lontano paese dall’altra parte dell’oceano.

Da tutti venne fuori un sospettoso disappunto: perché far studiare una femmina, a cosa le sarebbe servito, visto che poi avrebbe dovuto occuparsi di cose da femmina, diventare moglie e madre?

I genitori ancora una volta decisero di rinviare la soluzione del problema: finché qualcuno si fosse occupato di Lili e dei costi dei suoi studi, loro avrebbero lasciato fare, tanto più che nel frattempo avrebbero continuato a cercare un marito per lei, certi che al momento opportuno, di fronte all’uomo giusto, Lili avrebbe fatto la scelta giusta. Scambiarono nuovamente l’assenza di parole per l’assenza di volontà.

Il prolungato silenzio di Lili l’aveva protetta per tutti quei lunghi anni dai progetti dei suoi genitori su di lei.

Lili non parlava, ma ormai capiva quasi perfettamente la nuova lingua, la leggeva e la scriveva. Inoltre il ricordo nel suo cuore, della passione per gli insetti nata nel suo paese, aveva fissato nella sua mente anche il ricordo delle parole degli insetti nella sua lingua madre.

Il suo desiderio era quello di raccontare tutti i suoi insetti, quelli lasciati nel paese lontano e quelli trovati nel nuovo paese, unendo le due lingue, quella passata e mai dimenticata con quella presente e mai del tutto accettata. Lili iniziò così la più grande classificazione bilingue di insetti.

Il valore scientifico di questo lavoro, e il suo interesse, stava tutto nel criterio particolare e nuovo di classificazione: in base ai colori, dai più cangianti ai meno, associati a un momento della giornata, cioè la mattina a colazione colori tenui, il momento del pranzo colori più intensi, la sera al tramonto colori più spenti, durante la malattia colori deboli, dopo la convalescenza colori rinvigoriti, durante le passeggiate colori rilassati, durante le corse colori scattanti. Perché secondo Lili la verità degli insetti stava nei loro colori, e tutto quello che chi osserva può leggerci dentro lo deve alla particolare predisposizione d’animo che lo accompagna durante il giorno, secondo le attività che svolge e le cose che gli accadono, dal risveglio fino alla sera.

Questo suo personalissimo metodo basato sui colori degli insetti, l’umore e il momento dell’osservazione, attirò anche la curiosità di emeriti studiosi e premi Nobel, alcuni per complimentarsi dell’originalità del suo sistema di classificazione, altri per denigrare l’irragionevolezza di un sistema privo di ogni fondamento scientifico.

Per tutta risposta Lili non solo non si fermò, ma decise di allargare il suo campo di ricerca a tutti gli insetti del mondo.

L’idea di una figlia in giro da sola era impensabile per i suoi genitori. Allora la professoressa, consapevole dell’importanza del lavoro che avrebbe fatto, si offrì di accompagnare lei stessa Lili.

Ancora una volta si svolsero grandi consultazioni in famiglia, i genitori di Lili non sapevano più a quale comunità dare ascolto: a quella dei connazionali nel nuovo paese o a quella nel paese d’origine? I pareri erano discordanti, una zia di qua diceva una cosa, una zia di là ne diceva un’altra. Ma tutti concordavano col fatto che gli insetti non danno certo da mangiare.

Alla fine si decise che una persona adulta, sebbene di sesso femminile, poteva garantire l’incolumità fisica e spirituale della giovane Lili.

Fu concesso così alle due studiose di partire con un gruppo di ricerca della Scuola Superiore Universitaria.

Lili si preparava alla grande avventura, non lasciava trapelare nulla, ma moltiplicò la quantità di appunti e schizzi sul suo quadernino.

Sentiva che stava per succedere qualcosa di speciale. Avrebbero dovuto sorvolare paesi e città, mari e monti. Dalla finestra della sua camera aveva sempre fissato incantata gli aerei decollare e atterrare, le era rimasto nel cuore il ricordo lontano di un volo alto nel cielo oltre le nuvole, quando aveva attraversato sospesa il vuoto, preludio a una nuova esistenza, a un cambiamento.

Ora era libera di occuparsi dei suoi insetti, sarebbero tornati i giorni sereni della cattura spensierata.

Fu grazie a questo rinnovato entusiasmo di Lili che riuscirono a raggiungere insetti che altrimenti non avrebbero mai potuto catalogare: la sua capacità di cogliere forme, dimensioni e colori aveva qualcosa di prodigioso, altrettanto prodigiosa era la sua capacità di restituirli.

Giunsero anche nel paese di Lili e qui lei poté riconoscere le case, le strade, le scimmie, gli odori e i rumori.

Tutto le era familiare, e sentiva dentro di sé la felicità delle cose finalmente ritrovate. Guardandosi intorno iniziò a nominare tutto ciò che vedeva, le cose avevano di nuovo un nome. Lili sapeva parlare, Lili sapeva dire tutte le parole, Lili conosceva quegli antichi suoni.

Con immensa gioia riprese anche i disegni conservati dalla nonna.

“Ecco sono tuoi, lo sapevo che saresti tornata prima o poi” le disse l’anziana abbracciandola forte.

Con tutte le parole che adesso aveva per parlare, Lili riuscì a far comprendere il grande valore di quei piccoli esseri viventi, perché gli insetti con i loro colori e le loro forme erano la ricchezza più grande del paese, e che non c’era da perdere tempo.

Tutte le bambine e i bambini del paese avrebbero potuto adottare delle specie di insetti per poterle studiare meglio, perché non c’era differenza tra loro, tutti erano importanti, grandi o piccoli, neri o bianchi o colorati, volanti o saltellanti, diurni o notturni, ognuno aveva la sua bellezza.

Da quel giorno Lili, la professoressa, e tutte le bambine e i bambini del paese si misero al lavoro per raccontare la storia dei loro insetti. La voce si sparse da un capo all’altro del mondo, raggiunse tutte le comunità scientifiche, tutti volevano mostrare la bellezza dei propri insetti e fu così che iniziò la grande raccolta mondiale e fino a oggi il mistero dell’ultima specie di insetti non è stato ancora rivelato.

 

Questa sarebbe stata la vera storia vera di Lili.
Se avesse preso davvero l’aereo e non fosse partita invece con una barca.
Una barca troppo piccola per tutte le persone che avevano voluto prenderla, pagando anche più del prezzo del biglietto per l’aereo.
C’erano tanti bambini e bambine su quella barca.
Non tutti sono riusciti ad arrivare dall’altra parte del mare.
Questa storia è dedicata a coloro che prima di poter diventare qualcuno, devono poter diventare.

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Maddalena Francavilla

Sono laureata in lingue e letteratura inglese con una tesi su "Donne e scrittura nell''Orlando'" di Virginia Woolf. Ho raccontato le donne, reali o immaginarie, in fiabe e racconti pubblicati in vari concorsi e premi letterari di scrittura femminile. L’attenzione alla differenza di genere, culturale e linguistica mi ha sempre accompagnata nel percorso lavorativo: ho realizzato laboratori interculturali di lettura e di scrittura creativa, ho condotto ricerche con approccio di genere nel campo sociale e culturale, ho insegnato italiano agli stranieri. Attualmente insegno inglese in una scuola di Bologna e faccio parte del collettivo Emilia Slate, un gruppo di cinque insegnanti scrittrici, che ha recentemente pubblicato un giallo, "Il terzo lunedì di gennaio", (Bologna, Pendragon, 2018).

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