Testimonianza di un aborto clandestino

Irene Bianchi, 26 marzo 2020

L’indicibile diventa parola asciutta che ferisce. Orrore, lucidità e dolore nelle pagine del libro L’evento in cui Annie Ernaux narra il proprio aborto avvenuto nel 1963 e già menzionato ne Gli armadi vuoti (1974). Nel 2000 l’esperienza diventa il tema centrale di un volumetto da noi tradotto solo ora.

Di Irene Bianchi

In poco più di cento pagine Annie Ernaux esprime e rende tangibile ciò che nel 1963 era considerato impronunciabile e irrappresentabile da una società ottusa e cieca davanti ai drammi delle donne. L’evento preannunciato nel titolo cela l’aborto clandestino che non poteva essere espresso a parole perché non possedeva un suo “posto nel linguaggio”. A distanza di quarant’anni Ernaux ripercorre, con il consueto tono asciutto e puntuale, tutte le dolorose tappe che ha dovuto compiere in solitudine e in balia della disperazione per compiere ciò che la legge le negava.

All’inizio degli anni Sessanta, nella sua camera a Rouen una studentessa di ventitré anni scrive sulla propria agenda: “È orribile: sono incinta”. Davanti alla sospensione di ogni progettualità, la giovane Ernaux chiede aiuto a medici che, facendosi scudo della legge e dei pregiudizi della società del tempo, le negano un aborto sicuro consegnandola dunque a pratiche pericolose e spesso mortali. Al termine di varie peregrinazioni Annie, rimasta incinta dopo una notte di sesso con un ragazzo che non è in grado di darle una mano, giunge a Parigi, grazie a una conoscente che ha abortito. Dopo quasi tre mesi di affannosa ricerca, si ritrova così nel modesto appartamento di una “fabbricante di angeli” che, per quattrocento franchi, le assicura che, inserendole nell’utero un oggetto, la libererà da questo fardello che ha resistito ai ferri da calza e ad estenuanti escursioni in montagna.

Ernaux descrive la propria esperienza totalizzante, in cui la vita e la morte convivono e coincidono, come un momento di trapasso dalla giovinezza a una nuova visione del mondo. L’esperienza di vita e di morte segna in modo netto ciò che era prima e ciò che è diventata. L’aborto viene interiorizzato come un rito iniziatico consacrato dal sacrificio umano il cui simbolo è il feto che, ancora attaccato al cordone ombelicale, le pende tra le gambe: e sono pagine indimenticabili di dolore e orrore.

Ne L’evento Annie Ernaux rivive l’aborto sotto una nuova luce: nella parola scritta, che ha finalmente trovato una sua espressione, la scrittrice partorisce nuovamente la propria vita e la propria morte, in un ibrido di autobiografia, finzione narrativa e memorialistica. Nella narrazione si mostrano infatti come due soggetti narranti: uno che vuole scrivere e l’altro che tentata di abortire. Il testo della prima incorpora la parola della seconda il cui racconto viene però spesso interrotto dalle parentesi della scrittrice che interviene per mediare e modulare una voce che altrimenti si abbandonerebbe alla rabbia e al dolore.

Come si legge nelle due epigrafi del libro, desiderio di Ernaux è “che l’evento diventi scritto, che lo scritto diventi evento” (Leiris) e quindi esplicito e visibile a tutti; ciò è però possibile solo se si è disposti a “guardare le cose fino in fondo” (Tsushima). La sua non è infatti una confessione ma una testimonianza che mira a riempire uno dei tanti vuoti dell’esperienza femminile poiché quando si parla di aborto vi è sempre un’ellissi tra il momento in cui la ragazza è incinta è il momento in cui questa non lo è più. Risoluta ad andare fino in fondo, come lo era a ventitré anni quando strappò il certificato di gravidanza, con la sua testimonianza Ernaux rende visibile l’esperienza dell’aborto prestando la propria voce e riscattando le donne che, prima e dopo la legalizzazione dell’aborto, hanno dovuto tacere e reprimere questa difficile esperienza umana. Vi è nella sua scrittura una volontà di riscatto del silenzio, Scrive infatti: “Ho dovuto cancellare l’unico senso di colpa che abbia mai provato a proposito di questo evento, che mi sia successo e non ne abbia fatto nulla. Come un dono ricevuto e sprecato. […] le cose mi sono accadute perché potessi renderne conto”.

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Irene Bianchi

Irene Bianchi è nata a Bagno a Ripoli (FI) nel 1991. Si è iscritta alla facoltà di Lettere Moderne dell’Università di Pisa, laureandosi in storia della critica letteraria con il professor Sergio Zatti. L’argomento della tesi era il confronto tra il romanzo Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa e la sua trasposizione cinematografica diretta da Luchino Visconti. Nel 2018 ha conseguito la Laurea Magistrale in Italianistica presso il medesimo ateneo, relatore Sergio Zatti e correlatore Raffaele Donnarumma, discutendo una tesi avente per argomento l’analisi di alcuni temi presenti nei romanzi di Elena Ferrante, quali: il rapporto madre-figlia; i mutamenti del corpo; l’uso ed il significato dei termini “smarginatura” e “frantumaglia”. Nel corso dello stesso anno ha vinto il concorso di dottorato in Studi Italianistici presso l’Università di Pisa con il progetto di ricerca Ferrante e la tradizione del romanzo “al femminile”, tutor il prof. Sergio Zatti.

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One Comment
  1. Pina Mandolfo

    Apprezzo la sua recensione anche se non ho letto questo della Ernaux,(ma tutti gli altri si) e credo non lo leggerò perché il tema non mi interessa. Sarebbe interessante, parlando di questa brava scrittrice, approfondire il suo bisogno di raccontare sempre della sua vita. In qualche modo molti e molte autori e autrici lo fanno ma sempre sottotesto. Parlare di sta tra il coraggio e il narcisismo, e a volte per negazione o carenza di fantasia. Non so. Lei è brava e racconta tante pagine della nostra vita non solo della sua. Per questo i suoi libri comunque ci coinvolgono, oltre che per la buona scrittura.

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