Montalbano e le sue donne

Pina Mandolfo, 30 marzo 2020

Il 9 marzo scorso, inaspettatamente, è ritornato in tv, con due episodi inediti, il commissario più amato d’Italia. Ancora due intrecci post mortem del prolifico Camilleri, dopo i trentaquattro che dal 1999 incollano al piccolo schermo uno share da festival di Sanremo. E, per la felicità dei tanti estimatori, lo scorso lunedì 23 marzo, ci è stato somministrato un altro dei suoi innumerevoli racconti, La concessione del telefono, non privo dell’immancabile misogino topos, con alcune sequenze moleste se non disturbanti, di un virile protagonista e una assatanata donnetta pronta all’uso. E ancora, perché Montalbano non basta mai, dal prossimo lunedì 30 si ricomincia con le reiterate repliche.

La produzione narrativa di Camilleri, al di là degli innumerevoli Montalbano, è di sicuro pregio storico e letterario e, forse, in quanto a numero di opere, ha pochi eguali al mondo. Lasciamo il “vate d’Italia” a chi, tra presente e futuro, traghetta i valori del Canone, mentre ci interroghiamo qui sul planetario successo di Montalbano. Piace per la bellezza dei luoghi che accendono l’immaginazione del viaggiatore e della viaggiatrice incantati. Piace per un certo codice di valori, come il senso di lealtà e giustizia del commissario che lava il peso dell’umana cattiveria con una nuotata nel bellissimo golfo di Vigata (Puntasecca del ragusano), mostrando, senza pudori, un corpo di fattezza comune all’occhio generoso dello spettatore. Piace anche per l’invenzione singolare dell’intreccio. E ancora per la capacità di Camilleri di inventare personaggi credibili con i quali identificarsi. Un mondo senza tempo in cui si muove un maschile e un femminile moderno e arcaico, allo stesso tempo, dotato perciò del massimo delle identificazioni possibili. E tuttavia qualcosa infastidisce.

Da siciliana mi indispettisce: la sicilitudine stereotipa e l’uso un po’ “pasticcione” della lingua, che nessun siciliano userebbe o ha mai usato, compresa la parlata improbabile di Zingaretti. Ma si conceda l’invenzione letteraria. Mi infastidisce di più l’abuso di un dopolavoristico eloquio tra un Cadarella che mai riuscirà ad aprire una porta e un eccesso di “cabbasisi”. Un modo triviale per colorire la scena. Ma quello che mi indispettisce enormemente è la paternalistica misoginia patriarcal-popolare di cui è intrisa ogni puntata di Montalbano; accettata passivamente come parte del gioco narrativo o, ancor peggio, neanche notata.

Uno staff poliziesco tutto al maschile risolve casi difficili in cui le donne hanno ruoli di contorno e sulle quali si ammicca con stupita meraviglia su doti fisiche con commenti da osteria. Donne, in genere, discinte, semplici ma scostumate, facili, pronte all’uso, se non prostitute. Con la dovuta e ovvia eccezione di Livia, la fidanzata, nel filone moglie e madre, che saltuariamente si precipita per soddisfare le voglie e i bisogni affettivi del suo Salvo e, in ossequio ad una poco credibile modernità, liberata da regolare matrimonio.  Livia non è “scostumata” in quanto legittima donna dell’eroe Montalbano, così come devono essere le mogli e le madri della progenie maschile e paternalistica di un patriarcato che da sempre, con più o meno evidenza, si impone.

Sarò eccessivamente rigorosa se penso che il segreto del successo di questa fortunata serie sia in gran parte dovuto all’identificazione dell’italiano medio di sesso maschile misogino e tavernaro, e di quello femminile, la cui mediocrità è generalmente ignara e incapace di una lettura consapevole, se non tradizionalmente accomodante sulle fantasie dei propri uomini perché, si sa, l’uomo è cacciatore. Ruolo che non poteva mancare in questa seri fortunata e che è perfettamente confezionato sul “femminaro” Augello. Insomma stereotipi fastidiosi, amati dal pubblico e apparentemente innocui ma che hanno, invece, il celato potere di condizionare e legittimare il senso comune, appiattirlo e veicolare tutto quanto di deteriore, sul femminile, risiede nei pensieri di chi guarda. Un pubblico assuefatto a corpi femminili sovradimensionati e felicemente in mostra di sé nei “malsani” talk show. La nostra insipiente contemporaneità è terreno favorevole per la “magnificazione” dei Montalbano di turno. Ma anche questo concorre alla discriminazione, alle offese verso le donne le cui conseguenze spesso si fanno esponenziali e gravissime.  Eppure avevamo creduto che il cammino delle donne fosse tutto in salita. Tranne che constatare che questa salita è ancora tanto ripida.

Senza nulla togliere alla sapienza narrativa di Camilleri, soprattutto nei romanzi storici, non possiamo che indignarci della sua evidente e ricorrente ossessione per gli ingredienti di una sessualità pruriginosa. Pur avendo attraversato un secolo, con i suoi epocali cambiamenti, ci sembra che il bravo scrittore siciliano non si sia mai allontanato da una visione arcaica e misogina della sessualità e della donna. Incapace di dimenticare i sollazzi di una giovinezza patriarcal-sessista in fila agli ingressi delle case di belle damine. Lui stesso ne ha raccontato orgoglioso e malinconico in diverse interviste. Ma quello che in virile gioventù si è, ahimè, praticato e magari consentito da una società retriva, in età matura non possiamo che definirla libidine.

Mi si perdoni perciò se, da donna consapevole, rischiando di infastidire i numerosissimi estimatori e le molte estimatrici del grande Camilleri, a cui tutto è consentito, oltre che “vate d’Italia”, lo direi anche vecchietto libidinoso. La cultura ha anche un dovere pedagogico ed è la sola che ci rende liberi. Se essa aggiunge misoginia, oltre a quella che già serpeggia nel nostro sistema socio-culturale, si fa complice delle gravi conseguenze che sono quotidianamente sotto i nostri occhi.

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Pina Mandolfo

Sono attivista nei movimenti delle donne e nella diffusione delle loro pratiche e saperi. Il cinema, la scrittura, la difesa dei diritti e della "bellezza"sono oggetto del mio lavoro e del mio impegno politico e civile. Dal 1978 al 1982 ho organizzato, a Catania, le Rassegne cinematografiche: British film club; Il reale e l’immaginario; L’immagine riflessa; Sesso, genere e travestitismi al cinema; Sally Potter e Virginia Woolf, rappresentazione del femminile; Vuoti di memoria, il ‘900 delle donne (Palermo 2007); Le donne, la vita, il cinema (Palermo 2008). Nel 1996 sono stata socia fondatrice della Società Italiana delle Letterate e ho fatto parte dei primi due Consigli Direttivi. Sono autrice del romanzo: Desiderio (La Tartaruga Milano, 1995), tradotto in Germania e Svizzera. Nel 2000 ho organizzato l'incontro delle Madre di Plaza de Majo con la città di Palermo. Ho scritto i saggi: Il sud delle donne, le donne del sud (in Cartografie dell’Immaginario, Sossella, 2000); La felicità delle narrazioni (in Lingua bene comune, Città aperta, 2006); Tra i mie raccontii: Una necessità chiamata famiglia (Leggendaria, maggio 2001); Racconto di fine anno (in Principesse azzurre, Mondadori, 2004). Sono autrice del cortometraggio: Silenzi e Bugie, vincitore del Sottodiciotto Film Festival di Torino e targa CIAS; della sceneggiatura e regia del film Correva l’anno (2008); del soggetto e della co-sceneggiatura del film: Viola di mare vincitore del Nice Festival New York e Mosca 2009 e premio Capri. Sono autrice dei documentari: L’antigattopardo, Catania racconta Goliarda Sapienza (2012); Donne, sud, mafia (2013); Orizzonti mediterranei: storie di migrazione e di violenze (2014); Gesti di luce: passeggiata letteraria nei luoghi di Maria Messina (2014); Come un incantesimo: passeggiata letteraria nel Golfo dei poeti (2014); Le invisibili: 250mila donne sfilano a Roma (2016); dello spot per la Rete antiviolenza D.i.R.E. Le parole per dirlo (2015).

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4 Comments
  1. Serena

    Grazie di cuore per questo bruciante e veritiero articolo, cara Pina (ti seguo e ti leggo da anni). Si tratta di un tema che mi sta molto a cuore e di cui ho anche scritto, parlando della rappresentazione delle donne siciliane nella letteratura isolana a firma maschile. Lo sguardo mortificante sulle donne – e la scopofilia gettata senza pietà sui corpi femminili che abitano queste storie – sono tratti salienti delle saghe di Montalbano, con buona pace del successo letterario e mediatico, anzi in funzione di tale successo. All’indomani della morte di Camilleri qualcuno si affrettò a tessere le lodi dello sguardo del ‘Maestro’ sulle donne e sulla sua Sicilia al femminile. Avevo scritto di getto una risposta a queste affermazioni, ma poi lasciai perdere, e il file rimase nel mio computer, abbozzato. Ora, mi sembra che il tuo sia un prezioso filo rosso, da non lasciare sospeso. Continuiamo a parlarne, se possibile.

    Grazie, grazie, grazie, cara e bravissima Pina.

    Serena

    • Pina Mandolfo

      Cara Serena, grazie perché mi segui e mi leggi. La gratificazione per il nostro lavoro ci aiuta, ci scalda il cuore. Se mi segui da anni chi sei tra le alcune Serene che mi sono prossime? Grazie per aver condiviso il mio pensiero su Montalbano. Troppe cose in questa serie sono passate sotto silenzio o non viste in grazia ad un intrattenimento nazional popolare. spesso di bassa lega. D’altronde in questi ultimi decenni il livello offerto dalla televisione si è talmente degradato che Montalbano sembra quasi pedagogico e bonario.
      Spero di risentirti. Ti dispiace passare il tuo commento anche su facebook perché la redazione ne sia gratificata e anche io se mi posso permettere
      Un caro saluto.
      Pina pinamandolfo@virgilio.it

  2. Gabriella Pucci

    Condivido in toto quanto scrive Pina Mandolfo sugli stereotipi che serpeggiano subdolamente nella serie televisiva Montalbano. Penso che Pina ha ragione nell’affermare che queste narrazioni fissano un modello femminile che dovrebbe essere superato. E se non lo è forse è anche perché la misoginia travestita da fiction riesce a divertire incurante del danno che ancora può fare.

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