Mio padre è un boss

Mio padre è un boss è la prima prova letteraria della giovane scrittrice Maria Martino. E’ un romanzo breve scritto in prima persona (racconta la giovane Lucia) che del romanzo segue i canoni tradizionali, ma allo stesso tempo, si snoda attraverso il flusso di coscienza della protagonista. Il titolo ci dice molto sulla storia che l’autrice ha voluto dedicare a tutte le giovani vittime del silenzio e della paura dell’universo mafioso. E’ ambientato in un immaginario paese del Sud, dove Lucia vive la sua adolescenza tranquilla, allo stesso tempo, piena di turbamenti specialmenti notturni, tipici della sua età. Frequenta la terza media con passione, anche perché a scuola può vivere il forte sentimento dell’amicizia, totale e esclusivo con Concetta e Ivana. Fino a che una notte, i suoi sogni vengono spezzati dall’arresto di suo padre e del fratello maggiore, Paolo accusati di essere a capo di un’associazione mafiosa.

In un crescendo di eventi, Lucia vede pian piano sfaldarsi il mondo intorno a sé e le sue certezze. L’arresto del boss, suo padre che lei ha sempre amato e ritenuto un uomo tranquillo, dà inizio a una faida che vede contrapposte la sua famiglia e quella dell’amata amica, Concetta. In un agguato viene ucciso suo fratello minore, Francesco, un evento che getta disperazione tra le donne della famiglia: Lucia e sua madre. Appunto la madre. Una figura percorsa da ombre da cui la ragazza prova a trovare sostegno e affetto, ricevendo in cambio spesso freddezza, ostilità e silenzio. Una donna che ha perso la gioia di vivere, sepolta nel suo dolore, vestito di nero. Una delle tante donne di mafia “complici” del sistema che si ritrovano a guidare una famiglia allo sbando con le contraddizioni di cui sono capaci: obbedienza, sottomissione al patriarcato, fedeltà alle regole omertose,  e contemporaneamente, esercizio del potere in vece degli uomini, con la stessa ferocia e cinismo.

In questo contesto, Lucia si sente in una bolla da cui non sembra possibile uscire. Ciò che la ferisce profondamente è il divieto imposto dal fratello Paolo, ormai uscito di prigione e latitante, di frequentare Concetta, con cui comunque Lucia manterrà sempre i contatti attraverso le parole, scambiate su biglietti, senza spezzare il legame di affetto. Passano gli anni, tra la scuola superiore, le serate in parrochia con i suoi coetanei, le passeggiate solitarie, le notti popolate da incubi che si intrecciano con il desiderio di una vita libera e spensierata, lontana dalla sua comunità. Ancora una volta i suoi sogni si infrangono quando suo fratello, vuole imporle il matrimonio con il rampollo di una famiglia “amica”.

Lucia entra definitivamente nel cono d’ombra che il contesto familiare le ha costruito intorno. Le sono di consolazione solo i racconti di “commare Catuzza”, una vecchia donna del paese che ama inventare storie. E mentre nel paese i giovani cominciano a prendere coscienza di quello che la mafia rappresenta, sensibilizzati da magistrati e operatori sociali, Lucia viene finalmente liberata dal lieto fine che annuncia la pace tra le “famiglie” rivali. Finalmente Lucia può immaginare il suo futuro.

Il romanzo ci porta così con semplicità e freschezza in un mondo, ai più  sconosciuto, dove vigono leggi arcaiche che non solo mortificano e infrangono ogni principio di legalità, ma il domani delle giovani generazioni a cui l’autrice chiede indirettamente un atto di ribellione e di liberazione. Maria Martino ha saputo trattare con delicatezza temi scottanti, controversi e di estrema attualità. E per questo, dovrebbe essere un libro letto e discusso nelle scuole.

 

Maria Martino, Mio padre è un boss, Youcanprint, 2019

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Ivana Rinaldi

Vive a Roma, è docente di lingua e letteratura italiana presso il Trinity College-Rome Campus. Allieva di Enzo Santarelli, si dedica dagli anni ’80 alla ricerca storica, in particolare alla storia delle donne, alla storia locale e alla critica storica e letteraria. E’ autrice di saggi: "Ines Donati. Realtà e mito di un’'eroina fascista'" pubblicato in Quaderni di Resistenza Marche e, successivamente nel volume "Ai margini della Storia", a cura di Annalisa Cegna, 2010; "La Resistenza nell’alto maceratese. Profilo e testimonianze in Quaderni di Resistenza Marche", 1985 e ora nell’Atlante dell’Antifascismo Marche (in preparazione); "Un esempio di retorica femminile fascista", "Laboratorio degli Studi Linguistici", 1988; "I precursori e il regime, Storia e Problemi contemporanei", 1989; "Donne e Resistenza: una rassegna bibliografica", in Storia e problemi contemporanei, 1996, e in Marina Addis Saba, "Partigiane. Donne nella Resistenza", Mursia, 1998. Ha collaborato, inoltre, nel 2014, all’Atlante delle stragi nazifasciste. Autrice di numerosi articoli e recensioni per "Storia e Problemi contemporanei", "Società e storia", "Leggendaria. Libri Letteratura Linguaggi", "Filosofia in Movimento", "Gazzetta Filosofica". Fa parte della Società delle Storiche dal 2000.

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