Le personagge secondo Dacia Maraini

di Nadia Setti, 13 novembre 2016

 

foto di Dino Ignani

 

Dacia Maraini compie oggi 80 anni. Le facciamo tutti i nostri auguri, a lei che è  socia onoraria della Sil, qui la motivazione scritta da Roberta Mazzanti. E nell’occasione pubblichiamo l’intervista a cura di Nadia Setti, che si trova ora nel lIbro L’invenzione delle personagge. Pensando a tutte le personagge, vere e di finzione, che lei ha raccontato, da Marianna Ucria a Teresa la ladra, da Piera Degli Esposti a Santa Chiara, compresa se stessa. Auguri, Dacia!

Quando cominci un nuovo libro che cosa viene per primo: un evento, una scena, uno o diversi personnaggi?

L’ho anche scritto: per me viene prima il personaggio.

Ti sembra che la differenza tra personaggia/gio sia importante? Decisiva? Senza importanza?

Certo, per me che scrivo e sono donna mi riesce meglio identificarmi con un personaggio femminile. La preferisco. Ma in un romanzo un personaggio non è mai solo, è circondato da altri personaggi, maschi e femmina che intrecciano le loro storie. E lì non faccio distinzione: nell’ultimo romanzo per esempio, “Il treno dell’ultima notte” il personaggio principale è una ragazza, Amara Sironi, ma attorno a lei a poco a poco si formano altri personaggi, come l’uomo dalle gazzelle, o il bibliotecario di Vienna, che mi sono diventati molto cari e ancora sono affezionata a loro.

Se si tratta di un personaggio questo (lui o lei) è legato a un ricordo, a un fatto di cronaca, a un avvenimento storico, personale o collettivo, a un’immagine, a una frase …?

Il personaggio, in modo pirandelliano, viene a bussare alla mia porta. Io apro, lo faccio entrare e lui (o lei) mi racconta una storia. Io ascolto e poi saluto e quasi sempre il personaggio se ne va e non ricompare. Quando invece il personaggio, dopo avere bevuto il caffè mi chiede anche la cena e poi un letto per dormire, ecco capisco che è venuto il momento di scrivere la sua storia. Il personaggio si è accampato nella casa della mia testa e non se ne vuole andare.

Quando il personaggio si è confermato o imposto lo lasci continuare il proprio cammino, in altri termini trovi che i personaggi abbiano o no una vita autonoma ?

I personaggi hanno vita autonoma, eccome! Sono loro a decidere, non io. L’idea dell’autore autocrate che decide dall’alto una volta per tutte il destino dei suoi personaggi è fuori luogo. Come metafora preferisco quella di Pinocchio. Geppetto è l’autore che sceglie un pezzo di legno inerte e prende a scolpire il personaggio, ma appena gli inchioda i piedi in fondo alle gambe, il burattino, ovvero il personaggio, dà un calcio al suo autore e se ne scappa per conto suo. Con l’età ho imparato a praticare l’umiltà: ad ascoltare con pazienza quello che ha da dire il personaggio, anche se non era nelle mie intenzioni.

Secondo te, i personnaggi /le personagge sono più forti o no dell’autore/autrice?

Credo di avere già risposto nella domanda precedente.

Ti è capitato di essere state sorprese dal sopraggiungere di un personaggio inaspettato? In che modo il personaggio/la personaggia è una straniera/uno straniero per te? O al contrario qualcuno/a di estremamente intimo?

Il personaggio può essere anche estraneo, ma si impara a conoscerlo molto presto. Ascoltandolo e scrivendone si diventa familiari.

Quale tra personaggi (maschili e femminili) delle vostre letture hai amato  di più?

Non posso parlare di una predilezione assoluta, una volta per tutte. Ogni volta che sprofondo in un romanzo e si tratta di un lavoro di anni, mi innamoro del personaggio, anzi dei personaggi, maschi e femmina che siano e perciò mi stanno vicini e mi sono cari. Poi, a libro finito, devo fare uno sforzo per allontanarli. E dopo un’attesa spesso abulica, ricomincia l’attesa di quel bussare alla porta e di un altro, anzi di altri personaggi che mi porteranno per mano dentro un’altra storia.

Quali dei vostri personaggi/e ami di più?

Ho già risposto.

L’invenzione delle personagge, a cura di Silvia Neonato, Roberta Mazzanti, Bia Sarasini. Iacobelli, 2016

 

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