«Mantenete il disorientamento»

Chiara Cremaschi, 12 giugno 2024

Rachele fa la guida turistica a Gerusalemme e si muove tra vecchie e nuove rovine. Nel suo peregrinare c’è anche la ricerca della verità sul passato della propria famiglia, segnata dalla Shoah, tra omissioni e tragiche verità. “L’ordine apparente delle cose” è il debutto nella narrativa di Lara Fremder, sceneggiatrice di film importanti

Di Chiara Cremaschi

La prima immagine è quella di dodici turisti giapponesi. Poi si attraversa una strada, o si apre la finestra, ed ecco Gerusalemme.
Un’immagine che ci costruiamo riga per riga, seguendo Rachele Zwillig.
È lei la protagonista de L’ordine apparente delle cose, e racconta questa città per mestiere, fa la guida turistica, otto ore al giorno, «raccontando le storie che i turisti desiderano ascoltare, battaglie, disfatte, miracoli che si ripetono da secoli, storie che non fanno più paura e raramente commuovono, inganni di cui non si può fare a meno. (…) A volte mi invento una data, un imperatore mai nato, luoghi e genealogie inesistenti, nomi e date che sfuggono al controllo della storia e della memoria, in fondo piccoli e innocenti attentati alla realtà. Non lo faccio sempre, di mentire, non gioco d’azzardo, valuto con attenzione chi ho di fronte e scelgo il momento. Lo faccio anche con me stessa, me la racconto la vita, nel bene e nel male, la dipingo dei colori che voglio, la riempio di storie di amore e di odio e spesso ci credo».
Questa dichiarazione iniziale di Rachele, mi sembra corrisponda al metodo di scrittura che si è dato Lara Fremder, l’autrice del libro.
Fremder è una sceneggiatrice di film importanti. Ha lavorato molti anni con Studio Azzurro, un gruppo di ricerca artistica milanese, e la ricerca risuona anche in questo suo esordio letterario. Inoltre, l’atmosfera di L’ordine apparente delle cose mi ha ricordato quella di “Alambrado”, il film del 1991 di Marco Bechis, che ha una storia continuamente spostata dal vento. Anche lì, come in questo libro, Fremder costruisce una sorta di nostalgia del futuro.
La città che Rachele racconta esiste nelle sue contraddizioni: «Voglio dirvi da subito che qui non servono mappe e satelliti. Qui è bene perdersi. Perdersi significa non cercare risposte, quindi non fatemi domande se non strettamente necessarie. Non interrompete il vostro smarrimento di fronte ad apparenti certezze. Mantenete il disorientamento, mantenetelo il più possibile perché è questo ciò che ha valore. E quando avrete la sensazione di esservi ritrovati, guardandovi intorno vivrete un’inevitabile contraddizione: da un lato la realtà oggettiva con tutti i margini di errore, dall’altra la realtà unica, quella che siete voi a cogliere e che varia a seconda del sapere, del vissuto, dello stato emotivo. E ancora non basterà, perché il vostro sentire dipenderà dalle nuvole, dal vento, dall’azzurro del cielo, dalla stagione, dalla luce. Qui nessuno può darvi certezze. Nemmeno io, ovviamente».
Ci muoviamo in un racconto in cui non si sa con esattezza cosa sia reale e cosa immaginato o immaginario, compresi i sentimenti. Eppure ci sono una esattezza e una potenza di linguaggio che obbligano a restare lì, a seguire l’indagine di Rachele.
Un’altra immagine: «La foto ritrae me e Dahlia, mia madre, cinque giorni prima della sua morte. È il 1981, il 6 marzo. (…) Tiro fuori quella foto una volta all’anno, il giorno della morte di mia madre, e ogni volta che lo faccio trovo un elemento sfuggito allo sguardo e al dolore dell’anno precedente, come se lo smarrimento di allora si rinnovasse svelando un nuovo dettaglio (…). Dahlia e io siamo sedute su un muretto che corre, oltre i margini della fotografia, fino alla fine del mondo. Nella foto la mamma sorride. Come si possa sorridere a pochi giorni dalla propria morte è la domanda che mi insegue feroce da sempre».
Ancora immagini: sparse nel cassetto della credenza, Rachele conserva 5 fotografie. Tra quelle immagini ce n’è una sfocata, con una casa circondata da un giardino incolto, una sedia rovesciata e una donna davanti alla porta d’ingresso che guarda verso l’obiettivo. Una freccia rossa, marcata con forza, la indica con l’iniziale T. Dopo la morte di suo padre, Rachele vorrebbe chiedere molte cose, scoprire quale segreto si nasconda in famiglia, ma ne chiede solo una, ad Andrei: «Sto zitta, ascolto. Le forze che mi restano le tengo per il decimo ostacolo, per riuscire ad affrontare la collina che spezza il cuore perché è lì che voglio arrivare e allora gli mostro le fotografie e chiedo chi è quella donna.»
Ci muoviamo in questo filo che Rachele ci tende dal suo labirinto, dove le immagini compaiono, scompaiono, svaniscono, tornano. Come quella di un quadro che ritrae una bambina dalle gote rosse.
Cosa significa essere figli di sopravvissuti all’orrore della Shoah? È sicuramente difficile metabolizzare la sofferenza ereditata, ma pur superando quella sofferenza, resta la memoria necessaria per chiudere il cerchio, come scrive l’autrice: «Come figlia di un sopravvissuto, per lungo tempo non sono riuscita a elaborare la sofferenza. La storia di Rachele è un po’ anche la mia. Sono gli eredi delle vittime della Shoah, oggi, ma non solo loro, ad avere il compito di superare il dolore, pur conservandone la memoria. Uscire dal ruolo di vittima permette di chiudere il cerchio. Come Rachele, ci troviamo di fronte a una scelta: alimentare la ferocia o affermare l’umanità».
Nella prima pagina del libro, Fremder sottolinea: «Ho scritto questa storia prima del 7 ottobre, prima che l’ordine apparente delle cose si disintegrasse lasciando ovunque dolore e macerie. Rachele Zwillig, che per tutto il romanzo ha gridato con forza la necessità di staccarsi dal passato senza per questo dimenticarlo, si muove ora fra antiche e nuove rovine».

Lara Fremder, L’ordine apparente delle cose, gabrielecapellieditore, 2023

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Chiara Cremaschi

Chiara Cremaschi è laureata in Filmologia e si è formata in regia documentaria agli Ateliers Varan a Parigi. È stata più volte Finalista al Premio Solinas - scrivere per il cinema, e tre volte ha ottenuto la Menzione Speciale dello stesso Premio. Nel 1998 ha vinto il Premio per la Migliore Sceneggiatura di Rai International con "Il cielo stellato dentro di me". Nel 2017 ha ottenuto l’Étoile de La Scam per la scrittura del film documentario “Les enfants en prison”. I suoi film sono stati selezionati in festival in tutto il mondo, ricevendo menzioni e premi. È formatrice in scuole di cinema e conduce laboratori nei contesti più diversi, soprattutto quelli in cui il cinema non arriva.

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