Di gerani rossi e “falsomagro”: genealogia di una diaspora

Amanda Rosso, 29 maggio 2024

Sedici autrici italoamericane esplorano le proprie radici, la lingua, il cibo, i viaggi e le storie della diaspora italiana in Nord America. E c’erano gerani rossi dappertutto raccoglie le testimonianze di una storia migratoria multiforme e composita. A cura di Valentina Di Cesare e Michela Valmori

Di Amanda Rosso

Che cos’è l’italianità? Ma soprattutto, qual è il posto delle donne nelle narrazioni migratorie? Se lo chiedono le sedici autrici di E c’erano gerani rossi dappertutto. Voci femminili della diaspora italiana in Nord America, la raccolta tradotta e curata da Valentina Di Cesare e Michela Valmori per Radici Edizioni.
Nel volume vengono raccolte testimonianze biografiche e racconti di finzione che dialogano apertamente con il concetto di italianità e appartenenza, e cercano di tessere un filo rosso fra la migrazione di massa dall’Italia al Nord America fra l’Ottocento e il Novecento, e l’identità italoamericana delle discendenti di queste migrazioni che spesso, talvolta fisicamente, talvolta solo emotivamente, percorrono a ritroso i viaggi dei e delle loro avi. Tuttavia, man mano che le storie si dipanano sulla carta, appare evidente quanto l’italianità come concetto astratto sia aleatorio e problematico, fonte di semplificazioni eccessive e fallacie retoriche.
Grazie all’elemento autobiografico che a volte si interseca alla finzione, queste autrici esplorano la natura frammentaria e cangiante, contraddittoria e multiforme, non solo della propria identità, ma anche di quella dei nonni e delle nonne, dei genitori, e a volte dei propri figli e figlie. L’espressione di un’appartenenza assume caratteristiche squisitamente personali in relazione al luogo di provenienza e a quello di arrivo, alla generazione e ai mutamenti della società.
Sebbene infatti nessuna delle autrici si concentri esclusivamente sugli aspetti conflittuali della migrazione italiana, emerge spesso il contesto discriminatorio in cui i e le migranti hanno dovuto ricostruire le proprie vite. «Mi sembra che la vergogna giochi un ruolo importante nel modo in cui molti italoamericani sono arrivati a vedere sé stessi in relazione al resto del mondo» scrive Maria Laurino in Parole. Nella sua testimonianza l’autrice esplora uno dei cardini tematici della raccolta, quello del linguaggio. Lungi dall’essere una forma stabile di connessione fra chi parte e chi resta, l’italiano è spesso una lingua inventata, ibrida, dove il dialetto della zona di provenienza si mescola all’inglese e a un italiano appena accennato, estraneo a chi è partito, un italiano che rimane statico, talvolta obsoleto, che non riesce a riconnettere il passato e il presente, come accade alla madre di Laurino, che non riesce a comunicare con i parenti in Italia ma riesce senza fatica a dialogare con l’amica nel New Jersey, come lei figlia di quel melting pot linguistico che è cifra della diaspora italoamericana.
Allo stesso modo, però, il linguaggio può diventare uno strumento di «esplorazione di radici», come puntualizzano Ilaria Serra ed Emanuele Pettener nella postfazione a proposito del contributo di Marianne Leone, La mia storia d’amore italiana, e un processo di riappropriazione, come nel caso di Karen Tintori, che in Un piede qui, un piede lì. Un cuore diviso racconta il suo percorso per imparare la lingua che la porta fino a Recanati. La lingua appresa attraverso i libri è anche il percorso di Rosanna Staffa, che ha invece imparato l’inglese grazie alla passione per la lettura.
La migrazione italiana non è un monolite, ma è cifra di viaggi frammentati, altalenanti, mai definitivi, dove gli spostamenti e gli addii si moltiplicano, ma così fanno le connessioni, i legami e i ricordi. Le sedici autrici offrono esperienze dolorose e aneddoti spassosi per delineare il crocevia di traiettorie che le e i migranti hanno tracciato sul suolo natio e nella geografia composita del Nord America.
Talvolta sono le figlie e le nipoti a percorrere a ritroso i passi delle antenate, come nel caso di Joanna Clapps Herman, che nel suo Siamo Arrivate torna a Tolve per incontrare la prozia Lucia, e nel racconto di Jennifer Romanello Radici tra le pietre, dove la protagonista Olivia ritorna in Calabria e si domanda «Che cos’era? L’idea di casa? Di tornare in un luogo che una parte della sua coscienza non aveva mai lasciato? O solo il pensiero che qui, su questa stessa terra, avevano camminato le persone che l’avevano preceduta?»
La ricerca di queste donne attraverso i secoli, le geografie e le lingue ibride della diaspora italiana è prima di tutto un viaggio nella complessità delle origini, nella possibilità di abbracciare una moltitudine di appartenenze e identità, ma anche la ricerca di una connessione, a volte remota, altre immediata, con gli avi e con i genitori e le loro storie. A volte è lo sradicamento che unisce chi parte e chi da questo strappo viene generata, come in Filomatri di Annie Rachele Lanzillotto, altre è una relazione tumultuosa con il padre, come scrive Jean Feraca in Papà, era tutta una questione di parole.
Oltre alla lingua, anche il rapporto con il cibo e le tradizioni si fa viatico di scoperta, unione ed emancipazione. Nadila Laspina esplora il rapporto con la madre e con il proprio corpo disabile in Come sono contenta!, dove nella reciproca vulnerabilità madre e figlia preparano insieme un ultimo falsomagro, la ricetta preferita di Laspina, in una testimonianza che mette in luce l’interdipendenza della comunità famigliare e la estende non solo alla diaspora, ma alla società tutta.
D’altro canto, Rita Ciresi in Domenica italiana viviseziona con umorismo l’intersezione dell’identità e il concetto di tradizione in una famiglia del New Haven, dove le radici italiane che sbiadiscono vengono rivitalizzate da nuove tradizioni «cattoliche e pagane».
Nell’ultima sezione del volume le autrici si concentrano sulla storia squisitamente femminile della diaspora. Narrazioni celate da eufemismi e silenzi; viaggi ed esistenze sussurrate attorno al fuoco, laddove le imprese degli uomini sedevano a capotavola con loro. Ma, come scrive Loretta D’Orsogna in Nel dubbio o nella disperazione, migra, «a ben ascoltare le tracce delle storie c’erano. Riferite più piano, non in pompa magna, non al tavolo pieno di gente delle festività, ma piuttosto di sfuggita mentre si attizzava il fuoco, o si rassettava la cucina, fra due, tre o quattro zie, nonne, cugine[…]».
Queste nipoti e pronipoti sono ben consce che ogni vita è storia, e ogni storia che non viene raccontata erode pezzi di vite vissute, talvolta nel silenzio, nel trauma e nel dolore della fuga, talvolta nel coraggio e nella capacità di ricostruire, incessantemente, il sé altrove. Queste donne, queste matriarche «regine di un passato che si fa mito» attraversano più o meno in primo piano tutti gli scritti del volume, ma sono proprio D’Orsogna, e Luisa Del Giudice in Migrazione e figlie senza madri. Il perdurare dei traumi, che si propongono di investigare come il conflitto di genere abbia interagito con il topos della migrazione, sia nel caso in cui il patriarcato della terra d’origine attecchisca anche all’arrivo, sia nel caso in cui la migrazione stessa diventi possibilità per queste donne di fuggire da una condizione di abuso o trauma: al viaggio oltremare per ragioni economiche, tipico del modello migratorio maschile, si sostituisce una fuga speranzosa, un obiettivo di riaffermazione e scoperta di sé femminile in un territorio inesplorato. Per le antenate, infatti, forse anche più che per gli antenati, «migrare è fare in modo di sopravvivere alla crudeltà a cui capiamo di non poterci sottrarre, la via d’uscita che proviamo a trovare senza essere sicure che ce n’è una anche per noialtre. Migrare è la scommessa che non sai se vinci[…]».
Attraverso storie vere o inventate, dettagli presi in prestito, immaginati o d’impianto storico, le sedici autrici di questo volume mettono in discussione i luoghi comuni dell’emigrazione italiana in Nord America, giocano con le radici e manipolano l’immaginario attraverso una risignificazione degli elementi più noti dell’italianità: la lingua, il cibo e le relazioni famigliari, per delocalizzare e deromanticizzare lo sguardo nostalgico di una identità perduta e monolitica, e abbracciare una costellazione di relazioni, storie, possibilità e narrazioni.
E c’erano gerani rossi dappertutto è una raccolta che ha un valore fortemente politico, ma anche letterario, perché le autrici contribuiscono al panorama con una pletora di tematiche, stili e punti di vista diversi, elementi che Valentina Di Cesare e Michela Valmori hanno saputo restituire in un italiano puntuale che sperimenta con la varietà della lingua di partenza.

E c’erano gerani rossi dappertutto. Voci femminili nella diaspora italiana in Nord America, cura e traduzione di Valentina Di Cesare e Michela Valmori (Radici Edizioni, 2024)

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Amanda Rosso

Amanda è nata e cresciuta nell'entroterra ligure. Si è laureata in Comunicazione all'Università di Pavia e ora vive e lavora a Londra, dove frequenta un MA in Modern Languages and Comparative Literatures alla Birbeck University of London. I suoi racconti sono apparsi su "Narrandom", "Quaerere", "Malgrado le Mosche", e in alcune antologie online e cartacee, fra cui “Musa e getta. I racconti delle lettrici e dei lettori” (Ponte alle Grazie, 2021) e “Il corpo c'è” (Vita Activa Nuova, 2023). Ha co-tradotto la raccolta di racconti "Donne d'America" (Bompiani, 2022) a cura di Giulia Caminito e Paola Moretti.

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