Due poetesse e la guerra

Floriana Coppola, 30 marzo 2024

«Si sono alzati di fronte alla morte. Poi sono scomparsi come il sole», scrive la palestinese Fadwa Tuqan. E l’israeliana Agi Mishol: «In questo tempo muscoloso, baffuto, trovati un rifugio nella lingua santa». L’impotenza, la vendetta, la malinconia, il desiderio di pace nei versi di due autrici che vi proponiamo insieme

Di Floriana Coppola

A volte la poesia può essere la porta giusta per entrare in una terra e iniziare un viaggio alla scoperta di realtà lontane da noi, spesso manipolate dalla vertigine massmediatica. Colette Avital, diplomatica e politica rumeno-israeliana, di recente ha affermato: «il 7 ottobre ha indurito i nostri cuori, Israele vuole solo schiacciare Hamas. I kibbutz volevano la pace, non si fideranno mai più. La destra cavalca il rancore degli ebrei sefarditi discriminati, ora si prende la rivincita». Afferma che Netanyahu ha battuto la sinistra perché non sa più parlare al popolo. Secondo la storica rappresentante laburista: «Il premier vuole un Paese fascista, noi siamo visti come un’élite. Dobbiamo salvare l’indipendenza dei giudici e serve uno Stato palestinese, Barghouti potrebbe guidarlo».
In questo momento parlare di poesia civile e degli artisti che appartengono a entrambi i fronti è necessario per poter ricostruire la possibilità di un dialogo, che è stato cancellato. La poesia insegna l’empatia, permette di mettersi nei panni dell’altro, dell’avversario, del nemico, di chi è sconosciuto. Le donne nelle zone delle guerre sanno raccontare storie di amicizia, di solidarietà e di disperazione. La tragedia nel Medio Oriente insegna che la costruzione del nemico parte da lontano e che la pace si può costruire solo con la conoscenza dell’altro e con il valore della convivenza pacifica. Nel 1945 Hannah Arendt scriveva nel suo saggio Ebraismo e modernità dell’importanza politica di condividere e immaginare una confederazione di stati, dove palestinesi e israeliani potevano considerarsi reciprocamente cittadini con uguali diritti, e uguali doveri. Tuttora questo obiettivo sembra lontanissimo.
Fadwa Tuqan (1), poetessa palestinese, conosciuta a livello internazionale, ha scelto come forma di espressione la poesia, scrittura del suo impegno politico e del suo percorso di affermazione come donna. I suoi versi veicolano il significato della rivolta, della resistenza, della liberazione.

Desidero solo silenzio e quiete, / non parlarmi di cose del passato e del futuro /non parlarmi di ieri e non andare all’ indomani.
Questo attimo, per me, non ha né prima né dopo/ non ha più senso.
ieri è scomparso quali echi e ombre/ e l’ignoto domani si dilaga lontano e non si vede più
sarà forse diverso di quanto han disegnato le mani dai sogni tuoi e miei, diverso di quanto desideriamo?
Questo attimo, e non altri tempi, è un fiore che si apre nelle nostre mani: senza frutti senza radici
ma è solo un fiore di spontanea bellezza, teniamolo bene prima che si strappi, amore mio!

La poetessa racconta la storia del suo popolo, in frammenti di vita comune, racconta l’animo combattivo e resistente dei palestinesi e il desiderio di libertà. Le donne palestinesi hanno dovuto fronteggiare due ostacoli alla loro libertà personale: l’occupazione israeliana e la società palestinese, che ostacola la loro libertà espressiva. Anche Fadwa Tuqan si è sentita una prigioniera tra le mura di casa, in un “harem di donne che a 25 anni erano già vecchie”. Segregata dalla sua famiglia borghese, sarà il fratello, Ibrahim Tuqan, poeta, a salvarla dalla disperazione iniziandola alla poesia.
Le sue prime opere denunciavano la condizione femminile e la mancanza di autonomia decisionale. In una seconda fase, ha parlato dell’occupazione israeliana, dopo essersi trasferita in Inghilterra, ad Oxford, per laurearsi in letteratura inglese. Le donne, abituate a soccombere alla volontà patriarcale e maritale nell’ambito di una società immobile, sono diventate portavoce della rovina generata dalla Nakba (la catastrofe), l’esodo forzato di migliaia di palestinesi dopo la guerra arabo-israeliana del 1948. La relazione tra occupato ed occupante è descritta in termini di violenza fisica, psicologica e culturale.

Ahimè! Mendicare, sì, un permesso di attraversata! Soffocare, perdere il fiato/
Nel caldo del mezzodì /Sette ore di attesa / Ahi! Chi ha rotto le ali del tempo?
Chi ha paralizzato le gambe al giorno?
Il caldo mi flagella la fronte / Ed il sudore mi colma gli occhi di sale. Ahimè! Migliaia di occhi
Sono fissi con calorosa ansia / Allo sportello dei permessi; / sono specchi di angoscia, titoli di ansia e di pazienza. Ahimè! Mendicare un permesso! E la voce di un militante straniero/ Scoppia furiosa come uno schiaffo / Sul volto della folla: «Arabi…Disordine…Cani!… Tornate indietro/ Non venite vicino al cancello! Indietro!… Cani!…»
Una mano sbatte con rabbia lo sportello dei permessi, chiudendo ogni possibilità
in fronte alla folla che preme. Umiliata la mia umanità, pieno di amarezza il mio cuore e il mio sangue è tutto veleno e fuoco! «Arabi! Disordine! Cani!» O santa vendetta del mio popolo offeso!
Ormai ho solo da attendere, ma il momento giungerà… il momento della giustizia e della vendetta!

Preoccupante il sentimento di vendetta che vince sul dolore. Ai giovani martiri palestinesi Fadwa Tuqan dedica la poesia “Suhada al-intifadah” (“I martiri dell’Intifada”), un punto di non ritorno, vissuto nell’indifferenza dei poteri internazionali.

Sono morti in piedi, illuminando il cammino scintillanti come stelle, baciando le labbra della vita.
Si sono alzati di fronte alla morte. Poi sono scomparsi come il sole.

La tensione drammatica emerge da ogni verso, in sostegno della battaglia per la libertà e la democrazia. L’esaltazione nazionalista, la denuncia politica non soffocano mai del tutto lo spirito romantico delle sue liriche, l’intima levità, il legame autentico con la natura, la visione mistica in cui ogni creatura è immersa. Non parla della fame, dell’arretratezza economica e culturale, ma della sofferenza della sua gente. La tenda diventa il simbolo della sofferenza della diaspora di un popolo. Si assiste alla dolorosa nemesi storica del popolo ebraico, vittima di uno dei più drammatici olocausti del pianeta, carnefice di questo nuovo olocausto nella Striscia di Gaza. Eppure la destra israeliana non è il popolo ebraico, bisogna ricordarlo.

Quella sera svanirono i volti/ e attorno a noi svanì ogni cosa/ tranne il radioso balenio azzurro/ dei tuoi occhi e il richiamo/ nell’azzurro irradiante/ dove il mio cuore salpa/ nave guidata dalle onde/ e quella pietra ci trascinò/ verso un mare senza sponde/ esteso senza limiti né resa/ narra l’onda la storia della vita/ e l’infinito/ quando si riduce a uno sguardo/ e la terra affonda in un precipizio/ dei venti della marea e della pioggia./ Quella sera si destò il mio orto/ hanno divelto lo steccato/ le dita del vento/ e fremeva nella danza dei venti e della pioggia/ l’erba nel mio orto, e i fiori e i frutti. / Quella sera/ svanirono i volti e ogni cosa/ tranne il radioso balenio azzurro/ dei tuoi occhi e il richiamo/ nell’azzurro irradiante/ dove il mio cuore salpa/ nave guidata dalle onde.

Agi Mishol
Agi Mishol è una delle più note poetesse israeliane, autrice di sedici raccolte tradotte in molte lingue e vincitrice di diversi premi. Dal 2011 insegna alla Scuola di Poesia Helicon a Tel Aviv, dove tiene anche laboratori di scrittura creativa. Nata a Cehu Silvaniei, in Transilvania, da una madre sopravvissuta ad Auschwitz e un padre scampato ai campi di lavoro, Mishol fu la prima bambina della sua città venuta al mondo dopo la Shoah. La sua raccolta Ricami su ferro, (Giuntina 2017) è scritta in ebraico, anche se la madre parlava ungherese. Lingua d’identità, lingua di terra, di un cammino verso la sua casa di origine, nella lingua sacra: Tanakh. Le poesie di Mishol sono ancorate alla realtà quotidiana ma guardano il cielo, le cicogne e gli aironi: «vedere un uccello / dimenticare che tu sei tu / e trasformarti in volo».
Dice la poetessa israeliana: «Tutto ciò che si scrive è politico perché la realtà penetra nella poesia, che è la colonna sonora della mia vita». E ancora: «Scrivo da una nostalgia / che è il punto G dell’amore». «Io, Agi Mishol, seconda generazione / accendo torce di poesie / che non sono neppure un’arma deterrente»
Le parole creano la patria, senza usare le armi. Fanno luce al popolo ebraico che ha conosciuto la catastrofe dell’Olocausto. Afferma in un’intervista: «La poesia ha bisogno di quiete, molto rara in un posto dove il dramma va in scena ogni giorno. Essere poeti in Medio Oriente vuol dire essere esposti a un baccano politico senza fine, a tensioni e guerre. Se mai la poesia abbia un suo ruolo, questo è di ricordarci chi siamo, e metterci in contatto con gli strati più alti, morali e spirituali, dell’anima. E destare in noi la bellezza, la compassione e poi ricordarci chi siamo, appunto. La poesia deve essere libera. Come tutti i poeti in Israele, anche io sono in continua oscillazione tra i cannoni e le muse. Da un lato, ci si aspetta dai poeti che scrivano poesia politica e impegnata, altrimenti si sospetterà che scrivano poesia d’evasione. Ma dall’altro lato, c’è un desiderio di quiete e libertà».
Spazio difeso.

Perché corri?/ Perché afferri leve del cambio?/ Perché fai scorta di acqua minerale?/ Perché desideri ali di colomba per fuggire tra le rocce del deserto?/ In questo tempo muscoloso, baffuto, trovati un rifugio nella lingua santa/ raggomitolati come i libri sui loro scaffali/ accucciati nelle fessure delle vocali lunghe/ nelle segrete di quelle brevissime/ dimora nelle particelle grammaticali/ acquattati nel ventre della ghimel/ affinché non si divida la tua lingua/ racchiocciolati dentro la pe/ nel mezzo della shin/ comprimiti fino a diventare puntiforme come uno hirik/ e dalla stanza sigillata della mem sofit/ protendi il periscopio della lamed/per controllare se sono diminuiti i missili./Non ti sarà fatto alcun male.
Il testo mostra quanto sia riparo spirituale e morale la militanza letteraria. La scrittura nella lingua di origine diventa il non-luogo di un’appartenenza trasversale, che non si incarna nei confini geografici di un territorio ma che desidera un rifugio difeso e indistruttibile, senza aver bisogno di usare oppure subire violenza. A Hong Kong Agi Mishol ha preso parte a un incontro internazionale dal titolo “Poesia e conflitto” per rappresentare Israele. Scrive che il conflitto israelo-palestinese è complicato, spinoso. Non ci sono differenze tra un’ingiustizia e un’altra, tra una sofferenza umana e un’altra. Usa componimenti lunghi e brevi, frammenti di vita quotidiana sospesi tra prosa lirica e poesia. Si relaziona a tutto ciò che le sta intorno, a partire dalla sua esperienza femminile sulle cose, sul tempo e sulle relazioni.
Martire. Hai solo vent’anni/e la tua prima gravidanza è una bomba./ Sotto l’ampia veste sei incinta di esplosivo,/schegge di metallo, e così hai attraversato il mercato/ ticchettando tra la gente Andaliv Takatka./ Qualcuno ti ha cambiato le rotelle nella testa/ e ti ha inviato in città,/ e tu, che vieni da Betlemme, ti sei scelta proprio,/ una panetteria. Là hai estratto la sicura dal tuo corpo/ e insieme con i pani dello shabbat/ i semi di papavero e di sesamo/ ti sei fatta volare in cielo. / Insieme a Rivka Konreiev dal Caucaso,/ Nissim Kohen dall’Afghanistan,/ e Sushila Hushi dall’Iran,/ e anche due cinesi hai spazzato via con te/ verso la morte. / Da allora altre questioni hanno coperto/ la tua vicenda/ di cui parlo e parlo/ senza aver nulla da dire.
Nel testo emerge con esattezza chirurgica, la scelta mortifera del suicidio armato e il disagio impotente del poeta che sa di non poter far nulla per fermare il massacro e usa la parola per denunciare l’orrore e la tragedia, che non risparmiano le donne e i bambini. Agi Mishol sa bene di cosa sta parlando. La sua storia familiare ha determinato una memoria di ciò che è stato e di ciò che può ancora essere, memoria traumatica per qualunque essere umano. Ma il richiamo all’umanità e alla compassione è un grido universale.
Nessuno lo contò/ il piccolo asino/ fotografato sotto il titolo. Un asino bianco/ dalla vita legata a rottami/ e angurie,/ certo se ne stette fermo e tranquillo quando gli fissarono al corpo/ la sella di dinamite/ poi gli assestarono un colpetto sul didietro/ e lo spronarono/ con un yalla itla/ verso il nemico/ soltanto che allora/ in mezzo alla strada/ scorse dell’erba verdognola/ affiorare in mezzo alle pietre/ a causa della quale deviò dalla trama/ per brucare, / appartenente solo a se stesso/ nel silenzio ticchettante./ Non è scritto chi sparò:/quanti temevano tornasse indietro/ o coloro che rifiutavano di ricevere il regalo/ ma quando salì al cielo in un turbine/ fu innalzato al grado di messia dell’esplosione/ e settantadue asine immacolate/ gli leccarono le ferite.
Le creature innocenti vengono straziate dalla tempesta armata di una guerra che fa martiri e vittime su ogni fronte. E come può non venire in mente l’asino blu di Marc Chagall che vola e abbraccia gli innamorati? Animali pazienti e testardi, segni affettivi di un mondo contadino, fatto di legami intensi con gli elementi della natura. Ciò che nella pittura surreale e fiabesca di Chagall rimanda alla malinconia pacificata dell’ebreo errante e della sua relazione con le piccole creature, nelle liriche di Mishol muta: la figura dell’asino è il legame dolente con la natura e con la terra, che può spezzarsi da un momento all’altro, nell’atroce danza tra la vita e la morte. Gli asini e i cani, i colombi e i pesci, le oche e le cicale, i gabbiani e i gufi e tutto l’universo vegetale sono testimoni silenziosi e inermi di questo dramma inconsolabile della guerra. La poesia diventa quindi la patria disarmata degli invisibili, di coloro che non hanno potere decisionale ma che ospitano nella realtà immaginaria dei versi coloro che non sono più e coloro che saranno ancora, in una conversazione infinita e continua Agi Mishol: «È la poesia che trasforma la sofferenza in bellezza, e dunque in gioia, ad accendere il desiderio di origine, la compassione e la coscienza».

1. Le poesie sono state riprese dall’antologia In un mondo senza cielo. Antologia della poesia palestinese (Giunti, 2011)

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Floriana Coppola

Floriana Coppola Vive e lavora a Napoli, docente di Lettere negli istituti statali superiori, specializzata in Analisi Transazionale e Psicologia Esistenziale, perfezionata in Didattica e Cultura di genere e in Scrittura autobiografica, fa parte della Società Italiana delle Letterate. E’ presente in varie antologie. Le sue opere di poesia: Il trono dei mirti, ed. Melagrana onlus, 2005; Sono nata donna, Boopen Led, 2010; Mancina nello sguardo, La Vita Felice, 2012; Femminile Singolare, Homo Scrivens, 2016; Cambio di stagione e altre mutazioni poetiche, Oedipus, 2017; I suoi romanzi sono: Vico Ultimo della Sorgente, Homo scrivens, 2012; Donna Creola e gli angeli del cortile, La Vita Felice, 2014; Aula Voliera, Oedipus, in pubblicazione. Tra gli altri contributi, nel 2011 ha curato i primi due quaderni antologici di poesia Alchimie e linguaggi di donne Boopen Led/Photocity, l’antologia poetica con Ketti Martino La poesia è una città Boopen Led/Photocity. Nel 2013 scrive con Anna Laura Bobbi la silloge poetica MiticaFutura, itinerari nel mito di ieri e di oggi ed. Dalia. Cura con Lory Nugnes, le antologie poetiche del movimento dei Poeti Viandanti Contatti di/versi e Oltre la coltre di silenzio Ed. Decomporre. Nel 2016 presente con un contributo critico letterario su Claudia Ruggeri nell’antologia curata da Luigi Cannillo Passione Poesia. Letture di poesia contemporanea ed. CFR.

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