La donna di Contorno: Adelaide Gigli

Ginevra Antro, 12 marzo 2024

Adeilada, con la a. Quella a finale che la colloca linguisticamente nella storia. Se il linguaggio non è mai neutrale ma, al contrario, sempre connotato, stratificato, allora rievocare il nome di Adelaida Gigli in spagnolo ha un senso perché serve a rivendicare la sua vicenda, privata e politica e dunque di respiro universale. È questo quello che si propone di fare Adrian Bravi con il suo nuovo romanzo uscito per la casa editrice Nutrimenti. La biografia della scrittrice e ceramista argentina funge infatti da cartina tornasole e illumina il suo tempo storico, un tempo drammatico che ne ha profondamente condizionato lo spazio di libertà individuale.

Nata nel 1927 a Recanati da madre argentina e padre italiano, Adelaida Gigli abbandona ben presto il suo paese di nascita con i genitori, che sfuggono al clima di repressione culturale di stampo fascista e si rifugiano nella Buenos Aires che li aveva fatti incontrare. Qui si iscrive alla facoltà di Lettere e Filosofia ed entra in contatto con lo scrittore nonché futuro compagno David Vilnas. Nei caffè della capitale inizia ad essere conosciuta come “La donna di Contorno”, alludendo così alla rivista fondata insieme ai suoi colleghi di università, punto di riferimento della vita culturale argentina. Unica redattrice, Adelaida si distingue da subito per il suo temperamento irriverente e il linguaggio critico e mordace.

Vilnas, dopo la pubblicazione del suo primo romanzo, è costretto a riparare in Venezuela e lei lo segue. Qui scopre la ceramica, che diventa il suo medium espressivo prediletto e che la accompagnerà fino alla fine, quando le parole non basteranno più a tradurre un dolore che può farsi solo gesto. Infatti negli anni Settanta, quando la violenza repressiva della dittatura militare di Videla si fa più sistematica e capillare, entrambi i figli di Adelaida e David vengono catturati dall’Alleanza Anticomunista Argentina, nota anche come Triple A, un’organizzazione paramilitare guidata dal generale Jose Lopez Rega. Di loro non si avrà più traccia. Mini e Lorenzo Ismael vanno così ad ingrossare la lunga lista dei desaparecidos, militanti e dissidenti confinati in campi di detenzione, torturati e barbaramente uccisi dei quali non si saprà più nulla. A questo punto Adelaida, aggrappandosi all’unica forma di resistenza possibile, richiede il passaporto italiano ed emigra, facendo ritorno in quella Recanati che l’aveva vista nascere ma della quale aveva solo vaghi ricordi.

Inizia così la sua seconda vita, una vita da esule, condizione legata inevitabilmente a una perdita, che, nel suo caso, è linguistico-geografica ma soprattutto affettiva. Adelaida tenta di ricucire questo strappo attraverso il medium artistico che le è più congeniale, la lavorazione della ceramica, una ceramica che è sempre in fieri, in continuo divenire, e mai prodotto finito. Infatti le sue argille, così come i suoi scritti, rifiutano la compiutezza. Entrambi sono, al contrario, sempre revisionabili, suscettibili di essere modificati, esposti ad infinite alterazioni. Quello che importa non è tanto il risultato finale ma il processo, l’atto creativo in sé.

Adrian Bravi, argentino di origini italiane come Adelaida, sembra condividerne perfino le migrazioni. Nato a Buenos Aires, si trasferisce in Italia durante il percorso di studi e si installa a Recanati, dove vive tuttora. È proprio qui che ha modo di conoscere la ceramista e decide di farsi portavoce della sua storia prima che cada nell’oblio. E per farlo sceglie di affidarsi all’italiano, sua lingua adottiva nonché lingua prediletta della scrittura. Abituato, come la stessa Adelaida, a muoversi tra due lingue, sceglie quella che, proprio per la distanza che impone, gli consente maggiore libertà. Poiché il linguaggio plasma il pensiero, ed è dunque intrinsecamente politico, l’autore è consapevole del fatto che raccontare la storia di Mini e Lorenzo Ismael in spagnolo, la lingua che li ha consegnati alla morte e li ha privati della libertà, impedirebbe ogni tentativo di riconciliazione. D’altronde la stessa Adelaida quando era sopraffatta dal dolore si rifugiava nell’italiano, per lei una sorta di schermo protettivo. Occorre pertanto una lingua nuova, diversa, che dia ai suoi figli, almeno attraverso la scrittura, la sepoltura che non hanno ricevuto in vita. E in questa seconda lingua Bravi dimostra ancora una volta di muoversi agilmente.

La sua scrittura, limpida e precisa, evoca il personaggio che Adelaida ha saputo cucire attorno a sé stessa. Ci sembra di vederla nei caffè avvolti dal fumo di Buenos Aires mentre discute di politica e filosofia, partecipiamo alle sue celeberrime feste mascherate e ci lasciamo sorprendere dalle sue mises sempre più eccentriche, entriamo nel suo monolocale stipato di libri e la osserviamo aggirarsi con il bicchiere di whiskey in mano, il rimmel nero e il rossetto slabbrato.

“Quanto è faticoso essere normali” sembra che Adelaida dicesse ai suoi amici, rivendicando la sua fame di libertà e anticonformismo. Di sicuro normale, ammesso che questa parola significhi davvero qualcosa, la vita di Adelaida non lo è stata. “May you live in interesting times”, dice la traduzione di un antico detto cinese che suona come una maledizione travestita da augurio. Adelaida ha vissuto tempi interessanti, certo, ma estremamente drammatici. Se ognuno di noi è, almeno in parte, conseguenza della storia, questa interconnessione appare particolarmente evidente in lei, che è stata plasmata dai regimi, prima quello fascista, che l’ha costretta a abbandonare l’Italia e poi quello argentino, che l’ha ricondotta nel suo paese natale inducendola a lasciare la terra dei suoi affetti. Esule due volte, tenterà per tutta la vita di suturare le sue ferite attraverso la scrittura e la ceramica.

Il romanzo inoltre non è solo un omaggio a Adelaida Gigli, ma un libro sulla memoria e sul potere del linguaggio. Negli ultimi anni di vita perde progressivamente la memoria e lo stesso Bravi ne è testimone. Viene colpita infatti dal morbo di Alzheimer, che cerca di combattere disseminando la casa di messaggi rivolti a sé stessa, attaccati in punti strategici o inseriti tra i libri. Eppure anche i ricordi più saldi e costitutivi della sua persona – come l’assassinio dei suoi due figli – sono esposti alla perdita. E la dissoluzione dei ricordi va di pari passo con la scomparsa del linguaggio. Adelaida, che aveva due nomi e abitava due lingue diverse, finisce per perderle entrambe. Con il suo romanzo Adrian Bravi si propone di affidare alla carta la storia così che almeno noi la possiamo ricordare. Affinché, almeno nella scrittura, Mini e Lorenzo Vilnas non siano più desaparecidos e il loro ricordo non rimanga sospeso nel vuoto ma possa aggrapparsi a delle parole.

 

Adrian Bravi, Adelaida, Nutrimenti 2024 p. 144

 

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Ginevra Antro

Ha studiato Lingue e Culture straniere e si è specializzata in Letterature Comparate all’Università di Vienna. Vive a Roma, dove lavora come guida turistica e mediatrice museale freelance. Oltre che all’interesse per le lingue e la storia dell’arte coltiva una grande passione per la scrittura e la lettura. Talvolta riesce ad unire questi due ambiti, organizzando itinerari letterari a tema in diversi quartieri della città. Ama i gatti, le colazioni salate e le lunghe passeggiate nella natura.

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