La protagonista è un’assassina

Simona Raimondo, 23 febbraio 2024

Emilia uccide la sua amica. Ma quando si commette il male è impossibile dimenticarlo, si può lavorare su sé stessi per riuscire a lasciarlo andare. E cos’è il male? Su questo si focalizza il nuovo romanzo di Silvia Avallone, Cuore Nero

Di Simona Raimondo

Emilia, la protagonista di Cuore Nero, il nuovo romanzo di Silvia Avallone pubblicato da Rizzoli (2024), è un’assassina.
Inutile girarci intorno o provare a indorare la pillola cercando aggettivi più clementi, sconti di pena che la lingua potrebbe pure concedere, ma la coscienza no. E infatti quella di Emilia non si perdona. Non si perdona di avere tolto la vita ad Angela, la sua amica/nemica che, nell’estate in cui è morta, aveva sedici anni come lei. Eppure, questo non ha fermato la mano con cui Emilia, tenendo saldo il coltello sottratto alla cucina di casa, ha squarciato prima la pancia e poi la gola della giovane, condannata con quel gesto a rimanere una sedicenne per sempre.
Sin dalle prime pagine del romanzo, in cui Emilia e il padre risalgono una strada dissestata di montagna per raggiungere la casa disabitata di una vecchia zia defunta, la protagonista dichiara il suo intento di voler vivere una vita lontana dalla vita stessa, al riparo dagli sguardi e dai ricordi delle persone che, in un modo o nell’altro, potrebbero venire a conoscenza del suo passato o che ― e questa è l’ipotesi che più detesta ― conoscono già la sua colpa.
Non è per cercare di sfuggire alla colpa, dunque, che Emilia si rifugia nella minuscola Sassaia, ma per cercare di dimenticarla. Quello che il lettore scoprirà dentro le pagine di Cuore Nero, è che quando si commette il male, è impossibile dimenticarlo, ma in qualche modo si può lavorare su sé stessi per riuscire finalmente a lasciarlo andare.
Su questo si focalizza infatti la scrittura della Avallone, interrogandosi più volte ― e interrogando così anche i lettori ― sulla natura del male, su cosa sia, come possa entrare a fare parte delle nostre vite e come, soprattutto, sia possibile lasciarlo uscire.
«Me lo sono chiesta mille volte: Cos’è il male? È un errore che fai tu? Una scelta? Oppure è una falla nel tuo sistema, una colpa che c’è in ogni essere umano? È la follia? È un più, una cellula impazzita con cui nasci? Oppure è un meno? Io penso che sia un meno. Che sia un vuoto che si genera da una crepa interiore, e poi ti scava, ti scava, ti annienta».
La voce narrante all’interno del romanzo è quella di Bruno, un uomo di 37 anni che il male anziché farlo lo ha subito quando era ancora solo un bambino di 13 anni. Insieme alla sorella Valeria, ha infatti assistito alla tragica morte dei genitori, precipitati insieme ad altre persone da una funivia da cui si staccarono dei fili usurati dal tempo e dall’incuria di chi, facendo il proprio lavoro come invece non è stato, avrebbe potuto evitare una strage. La scrittrice, che ci ha abituati a storie di amicizie femminili potenti e salvifiche, in Cuore Nero ha voluto dare a due uomini il ruolo di presenze perno nella vita di Emilia: Bruno, appunto, che ne diventerà il compagno e riuscirà – se pure con fatica all’inizio – a sospendere il proprio giudizio sul passato di Emilia e a vivere con lei in funzione del futuro, e Riccardo, il padre di Emilia. E proprio Riccardo risulta una delle figure chiave di questa storia che parla del male, del perdono e della redenzione. Questo padre che è sempre rimasto accanto alla figlia, anche quando tutti l’hanno considerata un mostro.
«Non lo auguro al mio peggior nemico, però io ti vedevo, Emilia: eri mia figlia, eri tu, anche nei momenti peggiori. E ne saremmo usciti perché ci saremmo voluti bene. Nessuno stuolo di giornalisti mi ha impedito di proseguire la mia carriera, nessun abitante di Ravenna mi ha costretto ad andare via. Gli amici veri, quelli sono rimasti. E alla fine ho trovato anche una compagna. Emilia, per favore, non scappare più.»
Centrale, nel romanzo, anche l’importanza delle parole, intese dalla scrittrice come un mezzo per imparare a conoscere sé stessi e le proprie potenzialità, ma anche considerate il modo per riconquistare una dignità di persona e smettere di vedersi solo come assassina, come un essere ormai senza speranza. All’interno dell’istituto penitenziario minorile di Bologna dove è detenuta, Emilia, inizialmente costretta dall’assistente sociale, Rita, e dalla direttrice del IPM – da tutte denominata La Frau – , torna sui libri, riuscendo a conquistare prima il diploma lasciato a metà quando la sua adolescenza si è bruscamente interrotta, e poi una laurea in Storia dell’Arte che, una volta uscita di prigione, le ha dato un lavoro, una possibilità di vita normale e di futuro che Emilia non credeva più di meritare.
Attraverso una prosa ricca di sentimento e istinto, ma mai eccessiva e priva di pietismi, Silvia Avallone conduce i lettori dentro il cuore nero di chi ha commesso il male più atroce e, anche, di chi lo ha subito. Non fa sconti, non giustifica niente a Emilia, non fa in modo che si salvi nel confronto col dolore che pervade la vita di Bruno; ci dà però gli strumenti per cercare di rispondere alla domanda che ci si pone sin dalle prime pagine: Che cos’è il male?
Forse, quel vuoto che crede Emilia, quel meno che assorbe e cattura la luce e lascia credere che non ci sia più alcuna speranza di redenzione per chi lo ha compiuto? O quel buco che si crea nella vita e nel petto di chi lo ha subito e non sa più come tornare indietro? C’è un momento, nella parte conclusiva del romanzo, in cui Emilia trova una risposta: il non saper perdonare. Il non saper lasciare andare.
Nel caso di Emilia, il male è la rabbia che cova per la morte prematura della madre, è l’ingiustizia subita dai compagni di classe che la bullizzavano, la mancanza di parole di comprensione e conforto per una ragazza ancora priva dei mezzi per poter combattere i propri demoni. È l’incapacità di lasciare andare tutto questo e la mancanza di qualcuno che provi a riempire con il più della speranza tutto quel meno.
Cuore Nero è il racconto, lucidissimo e commovente, dell’importanza fondamentale del fare attecchire possibilità lì dove il bene, senza la spinta della famiglia, della società, della cultura, non potrebbe nascere, crescere aprire spiragli di luce dentro le tenebre.

Silvia Avallone, Cuore nero, Rizzoli, 2024

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Simona Raimondo

Simona Raimondo è nata a Catania nel 1988. Ha cominciato a scrivere per magazine online della sua città a vent’anni, occupandosi di cultura pop e società. Nel 2015 si è trasferita a Torino per studiare Reporting alla Scuola Holden, dove si è poi diplomata in Storytelling&Narrazione del reale nel 2017. Dopo avere conseguito il master in storytelling è tornata a Catania, dove ha lavorato come content editor e social media manager per diverse agenzie di comunicazione. Nel frattempo ha continuato a coltivare la sua più grande passione: scrivere. Ha infatti pubblicato alcuni racconti con riviste letterarie quali Formicaleone, Salmace Rivista e RISME Rivista. Nel 2022 ha esordito con il suo primo romanzo, Storia di Bianca (L’Erudita) e nel 2023 un suo racconto è stato scelto per essere inserito all’interno dell’antologia Oltre il buio (Giacovelli Editore).

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