RACCONTA UN SOGNO: Rebus e significanti

Gisella Modica, 21 febbraio 2024

Ultimo appuntamento per il breve ma prezioso gioco dedicato all’attività onirica. Grazie a chi ci ha inviato i propri sogni (ne pubblichiamo oggi altri sette) e alla psicoanalista Ivonne Banco che ci ha aiutato a dipanare questo favoloso materiale inconscio

Di Gisella Modica

Il sogno, il sognare, è il cardine della psicanalisi, il mistero del soggetto seduto sul lettino a raccontare il proprio sogno; è un momento misterioso del paziente e dell’analista, scrive Ivonne Banco, psicoanalista, psicoterapeuta individuale e di gruppo che ha letto per noi i sogni estraendone dei significanti. Per Freud il sogno è la via regia dell’inconscio, è un rebus, un testo sacro dove attingere le nostre paure, i nostri desideri.
Il flusso dei nostri pensieri in questo periodo storico sembra essere confinato al solo agire razionale ed efficace, siamo catturati da situazioni sia personali che sociali, da relazioni affettive, sociali, di lavoro, e non ultime relazioni digitali: i nostri sogni dove vanno a finire? si domanda Ivonne. Sembrano disturbare, complicare la nostra vita, spesso ci inquietano. Forse per questo facciamo resistenza a ricordarli? Invece i sogni sono occasioni per entrare più a fondo nel proprio desiderio.
Ivonne Banco ha colto per ogni sogno alcuni significanti che, secondo la sua lettura, possono avere qualificato il soggetto del sogno. Alcuni sono con un simbolico interessante, scrive; altri posso dare avvio ad un incipit; altri posso essere associati ad un ricordo, ed ancora a metafore o a concetti. Significanti da rivisitare, arrivati in qualche modo alla coscienza.

S’intende per significante un elemento del discorso reperibile a livello conscio e inconscio che rappresenta il soggetto e lo determina (R. Chemama)

Di seguito vi elenchiamo i significanti nei quali chi ha partecipato al gioco può rivedersi. Possono costituire anche dei tag e dare avvio all’incipit di un nuovo racconto.
1) sangue, voce, inquieta, figli, cadavere.
2) cacca, madre, incontro, abbraccio, case malconce.
3) vino rosso, tempo, petali di rose rosse, carne.
4) notte, boato il mare, acqua, persiane, casa.
5) riportare alla luce, stucchi dorati, faraone anello, madre, dito.
6) esame di maturità, libri, imbrogliare, il tempo passa, tapis roulant, aeroporto pericoloso, documenti.
7) casa, cammino, città sconosciuta.
8) treno, zainetto quasi vuoto, riso con piselli, casa appartenenza, corridoi con luce soffusa, occhio simile alla telecamera, cucina britannica, drappo colorato.
9) ragna-tele, il ragno femmina, preda, nonna materna, rannicchiata, piglio autorevole, voce sferzante, la tua mamma.
10) un certo luogo, la guida, appartamenti, la mappa, colori caldi, buttandosi giù dal 4 piano, ascensore segreto, personaggio di circa 3 cm, burbero, poi scoprirò essere mia madre, dunque sono arrivata anch’io.
Scrive Ivonne: “Interessante come la scrittura e la premessa di alcuni sogni siano in alcuni passaggi come già dei significanti che potremmo chiamare associazioni sul sogno. (…) Come cambia la scena del sogno nel passaggio tra racconto orale, attraverso la voce e attraverso la parola scritta, il gesto?” “Il soggetto del sogno si è più ritrovato?” Si è ritrovato nell’emozione della scena onirica?
E aggiunge, per concludere, che si riscontra in questi scritti un piacere della scrittura, un andare a cercare con accortezza quella parola, quella frase per rendere e aderire il più possibile alla scena onirica. Cercare di far combaciare nel racconto il più possibile l’emozione o quella scena, è una caratteristica dei sogni, ma spesso rimane qualcosa d’impreciso, di vago, come se ci sfuggisse qualcosa. Anche questo è il mistero del sogno e il suo fascino.
Tutto ciò, conclude la psicoanalista, ci interroga sul fatto che la nostra realtà non è soltanto quella che conosciamo o che favoriamo. Rimane sempre qualcosa che non afferriamo.
Lasciamo le nostre lettrici al gioco dei significanti.
Non prima però di aver riportato una frase della grande filosofa M. Zambrano, su cui Ivonne invita a riflettere: “Se Edipo sogna la propria madre, è solo perché si trova ancora dentro di lei… E in questo senso è dentro la propria madre chiunque non si liberi del passato”. (M. Zambrano, Il sogno creatore, B. Mondadori, 2002, pp. 101/103).
(bancoivonne55@gmail.com)

I SOGNI

Carla Barbieri

L’ultimo sogno che ho fatto oggi pomeriggio è questo.
Viaggiavamo sulla Transiberiana io mia sorella e sua figlia, reduce dell’ennesimo disastro da disequilibrata catastrofica, le mie cugine mediche sparse in Lombardia, tutte, sia quelle vive che quelle morte.
Tutte donne, se mi ricordo bene. E non passeggere ma chéf.
Dovevamo preparare i pasti per i passeggeri.
Il treno dondolava come una nave. Era difficile tenersi in equilibrio ma tra una risata e l’altra, vestite di tutto punto da chef procedevamo.
Agnese, la dentista di Lecco, vivacissima nel sogno ed anche in vita, e la più vecchia di tutte noi, rideva come una matta. Doveva essere il capo perché aveva anche un cappellone bianco in testa. Noi altre no.
Giravamo per la Transiberiana portando budini che barcollavano e si agitavano come quelli portati da Ferruccio Soleri, il più famoso Arlecchino servitore di due padroni di Strehler (non so se l’avete mai visto, io due volte).
C’era un’aria strana, qualcosa che mi incombeva addosso sempre di più. Non sapevo cos’era, forse un veleno in qualcosa che avevo mangiato, pensavo mentre andavo su e giù.
Poi all’improvviso una curva a radicchio mi ha svegliata.
Mi sono ritrovata a letto senza sapere in quale parte del giorno, con un reflusso fortissimo che mi stava andando pure di traverso. Ci ho messo un po’ a capire che era pomeriggio e anche tardo e che probabilmente mi ero messa su un fianco, provocando quello strano reflusso angolare.

Marzia La Barbera

Voglio raccontarvi un sogno che sono riuscita a ricordare perfettamente al risveglio, al contrario di molti altri che invece non superano la barriera del sonno e non si fissano a lungo nella mia memoria. È un sogno strano, che credo sia stato influenzato da alcuni temi che sono per me al momento prevalenti, ed è un sogno per il quale non sono riuscita a trovare un’interpretazione precisa, sebbene sia ricco di motivi interpretativi anche molto diversi tra loro. Scrivo oggi a distanza di qualche giorno e ancora sento lo stesso turbamento che avvertivo al risveglio, dunque intuisco che c’è qualcosa di speciale in questa precisa esperienza onirica che ancora non riesco ad afferrare del tutto, qualcosa su cui magari ancora vale la pena interrogarsi.
Eccola allora, narrata qui per voi.
Sono a cena in un ristorante molto elegante con un uomo più grande di me. Il ristorante è quasi deserto, ma io so che è tutto parte di un piano stabilito dal mio accompagnatore, del quale non so il nome – o forse non riesco a ricordarlo – ma che sembro conoscere da molto tempo. Facciamo conversazione e beviamo vino rosso in un’atmosfera rilassata, mentre le portate cominciano ad arrivare. Il rosso è il colore predominante: ci sono fragole negli antipasti, petali di rose rosse sul tavolo, e io stessa indosso un abito rosso scuro, un colore che raramente fa la sua comparsa nel mio guardaroba.
La cena prosegue con grande intimità. Sono sicura che l’uomo che mi sta davanti, che trovo affascinante e attraente, sia il mio compagno e il mio mentore, ma non riesco a capire fino in fondo quali siano gli argomenti di conversazione che affrontiamo, sebbene intuisca che è una conversazione per me di grande interesse e che assorbe completamente la mia attenzione. Tutto sembra procedere come in un normale appuntamento galante con una cena a lume di candela, finché non arriva la portata di carne. Non so che tipo di carne sia, ma sembra una bistecca al sangue, che il mio accompagnatore taglia in bocconi molto minuti, come se si apprestasse a imboccare un bambino appena in grado di masticare e deglutire quella consistenza insieme morbida e fibrosa. La taglia tutta, un gesto inconsueto, e mi rendo conto che ne fa cubetti quasi perfetti, micro-porzioni rosee e delicate, succulente anche solo nell’aspetto. Poi, senza darmi il tempo di chiedere spiegazioni e senza offrire alcuna spiegazione lui stesso, comincia a riempirsi la bocca di cubetti di carne, senza masticarli, e mi attira a sé come per baciarmi. Avverto la spinta della carne contro le labbra prima ancora di sentirne il sapore, e sebbene sia confusa da questo passaggio, dalle sue motivazioni e dal valore che non riesco a comprenderne, è qualcosa che non mi causa fastidio o disgusto, ma accende in me una scintilla di consapevolezza.
Ecco, sembra che il mio corpo dica alla mente forse intorpidita dal troppo parlare, ecco il risveglio dei sensi, l’esperienza fisica intimamente condivisa.
Assaporo il gusto forte e metallico della carne al sangue, addolcito da uno a me più familiare che riconosco come il sapore stesso della bocca di quell’uomo che amo e ammiro, mentore e amante. Infine mi sveglio, confusa da questo sogno troppo intenso e che forse non potrò mai davvero interpretare.

Leila Falà

Invece della realtà ti racconterò un mio sogno ricorrente. Io sogno molto spesso di non riuscire a fare qualche cosa, perché il percorso per arrivarci è troppo difficoltoso.  Un percorso concreto, che spesso è una strada, una scala eccetera. Le metafore dei sogni a volte sono terra terra.
Ad esempio questa notte nel sogno avrei dovuto fare un salto da sopra un palazzo,
Mi trovavo insieme ad un gruppo con cui dovevo fare un’azione politica e dovevamo raggiungere un certo luogo con una guida.
È sera e la guida ci ha portato in un palazzo, nelle soffitte, dove ci sono appartamenti usati da altri nascostamente.
La mappa di questi appartamenti è molto complessa e sono pieni di armadi armadietti e divisori autocostruiti o do riciclo.
Il luogo è caratterizzato da colori caldi.
Ci fermiamo in uno di questi “appartamenti” e ci accomodiamo su materassi in terra e divani per riposarci un po’, prima di ripartire.
Ripartiamo, quindi saliamo sulla terrazza sopra il palazzo, dove la guida salta giu dal palazzo, buttandosi giù dal 4^ piano.
Noi la guardiamo.
Naturalmente si rialza in perfetta forma.
Io guardo inorridita pensando che nessuno la seguirà e men che meno io.
Ma la relatrice più importante della cosa che stiamo andando a fare, salta anche lei giù in modo totalmente normale e ovviamente ce la fa.
Ma io non ci penso proprio.
Allora nel sogno preferisco tornare indietro e andare a prendere l’ascensore, scendere con quello.
L’ascensore è fatto in modo strano: non è riconoscibile da fuori come ascensore, come se fosse “segreto”; provo ad usarlo e ci riesco, nonostante abbia anche un funzionamento un po’ particolare: riesco ad arrivare fino a piano terra e va tutto bene.
Provato che il percorso è possibile anche con l’ascensore, torno di sopra perché prima devo recuperare i miei abiti, che avevo lasciato negli appartamenti, cioè il Giaccone e il golf. Quando però rientro nell’appartamento, il giaccone e il golf sono spariti, non ci sono più e io ho solo la mia maglietta leggera e fuori è freddo.
Nel frattempo tutta la compagnia si è già recata verso il luogo dove dovevamo andare tutti insieme e quindi io non so neanche più dove siano e neanche per dove devo andare.
Trovo qua e là buttati dei vecchi golf che sembrano abbandonati e me ne infilo un paio in sostituzione del mio giaccone.
A quel punto sul muro della cucina in una piccola sporgenza come una piccola mensola appare un personaggio di circa 3 cm che sembra governare e sapere tutto.
È un personaggio burbero e poco accogliente con un abbigliamento etnico molto colorato. Poi scoprirò essere mia madre.
A questo personaggio espongo la situazione chiedendo se ha visto i miei vestiti, e chiedo di aiutarmi, ma il personaggio non è intenzionato a cercare i miei vestiti, come se la loro perdita fosse un mio atto di sciatteria di cui non si vuole occupare.
La scena cambia e mi ritrovo improvvisamente al giorno dopo, insieme a tutti gli altri nel luogo dove dobbiamo fare questa manifestazione. (dunque sono arrivata anche io) . Vado dalla mia referente nonché organizzatrice e le spiego che ho perso il giaccone e il resto… se per caso si riuscisse a ritrovarli sarebbe importante, chiedo, ma c’è molto fervore e tanto chiasso e lei non mi ascolta. O forse proprio non mi sente.
Fine del sogno.
Ora che l’ho scritto mi sembra veramente un sogno pesante. Mi sono svegliata con un terribile senso di pesantezza di cose che alla fine sei anche riuscita a fare, ma con una fatica indicibile.

Rossella Caleca

Come penso accada a molti, ricordo poco dei miei sogni al risveglio – spesso solo immagini isolate, o sensazioni, echi di emozioni, tracce labili sull’io cosciente, che (forse) vuole ignorare i contenuti più disturbanti. Nei periodi di maggiore tensione emotiva, però, mi capita – e non è strano – di ricordare molto di più: e alcuni sogni sono in forma narrativa, con scene assai vivide. Così è accaduto nella primavera del 2020, all’inizio della pandemia.

Primo sogno. Sono nel bagno di casa mia. Girandomi all’improvviso vedo che dal rubinetto del lavandino gocciola sangue. Il flusso aumenta, il sangue riempie il lavandino e trabocca, si riversa al suolo. Io sono inorridita ma non faccio nulla, mi volto e vedo che anche dal rubinetto della vasca esce sangue e la vasca è già piena, il liquido si riversa, dilaga sul pavimento e senza toccarmi oltrepassa la soglia. Io ritrovo la voce, chiamo urlando mio marito e lui mi dice: non c’è niente da fare, ci hanno messo un cadavere nella cisterna.

Secondo sogno. Mi trovo a una festa in un grande salone, tutti sono elegantissimi, me compresa, è
un veglione di fine anno. So che con me ci sono alcuni amici e familiari. La festa sta per concludersi, ormai è notte alta, e mi rendo conto che tutti quelli che conosco sono andati già via o stanno per andarsene; divento sempre più inquieta perché devo tornare a casa, non voglio restare lì da sola e non c’è nessuno che mi accompagni. Ma, con sollievo, vedo arrivare mio fratello (di molti anni minore) che mi dice di salire sulla sua auto perché lui è tra i pochi che possono circolare. Salgo e con noi ci sono altre persone, tra cui i miei due figli. Si è fatto giorno e
siamo giunti davanti a casa mia, vedo mentre ci fermiamo che diverse persone stanno scendendo da altre automobili e ci precedono. Vedo da fuori che la mia casa è piena di gente e nel giardino si sta svolgendo una specie di “garden party”, stanno servendo aperitivi e tartine. Mi avvicino esitante al cancello; nel frattempo i miei figli sono entrati, hanno riconosciuto tra gli ospiti alcuni loro amici e hanno cominciato a parlare e ridere con loro. C’è un’atmosfera allegra e spensierata. Io mi accorgo improvvisamente che le invitate e gli invitati, vestiti di colori vivaci, sono tutti molto giovani, ci sono anche tanti bambini, e capisco con terrore che io non posso entrare, non potrò mai più.

Barbara Vuano

Mi faccio la cacca addosso: mi scappa e non riesco a trattenerla, quindi devo pulirmi. Lo faccio al modo degli animali, trascinando il sedere per terra prima nell’erba, poi nella polvere. Questo mi fa perdere tempo e saltare l’incontro con mia madre (che è morta da molto tempo e non sogno quasi mai) che è già partita in auto per raggiungere una località delle Dolomiti dove siamo dirette. Io sono con mia sorella (che non è la sorella reale ma un’altra). Quando le telefoniamo, mia madre è ormai a Sesto ed è impossibile farla tornare indietro. Mezzi per raggiungerla non ce ne sono: né bus, né treni. Facciamo autostop e non è difficile trovare un passaggio. All’arrivo ci sono case malconce, tutte da ristrutturare e rimettere a posto. Entro in una e trovo un amico dell’infanzia che abbraccio calorosamente, non è chiaro se con interesse sessuale. Nel sogno della notte precedente la cacca non passava per i tubi di scarico perché erano troppo stretti.

Serena Todesco

È notte, è novembre e fa innaturalmente caldo. Però c’è anche una nebbiolina fastidiosa che non fa dormire, perché entra nelle ossa senza andarsene più, è bastata un’uscita sul balcone per l’ultima sigaretta, quando tutti si sono finalmente addormentati.
Mi sono addormentata di colpo e ho sognato. Ero in una stazione ferroviaria, sul binario, pronta a prendere un treno. A sinistra c’era un lunghissimo treno che mi avrebbe portata all’estero, cioè in Italia. La destinazione era Roma, ma la linea si sarebbe spinta ancora oltre, verso Sud. Sapevo che, andando lì, mi sarei vista con una persona desiderata, il corpo tremava per l’emozione e l’aspettativa. Non avevo praticamente bagaglio, solo una giacca pesante e uno zainetto quasi vuoto sulle spalle. Avevo addosso due paia di pantaloni, e tra l’uno e l’altro ero colma di riso con piselli, riso cotto e poi seccato, che cadeva a fiotti dal buco, sul selciato, spargevo cibo a ogni passo.
Ma a destra partiva il treno che sapevo di dover prendere, era diretto a Chiswick, in Inghilterra, un luogo che nel sogno era percepito come locale, come casa di appartenenza alla quale mi toccava tornare per un legame indissolubile. L’idea, il rovello mentale, era che andare in Italia non mi conveniva affatto, nonostante il desiderio per quella persona. Allora salivo sul treno per Chiswick, che si rivelava un mondo fantasmagorico, il culmine del sogno: ovunque corridoi con luce soffusa e calda, stanzette di velluti rossi e stampe alle pareti, sedie antiche, pareti d’epoca, un angolo con un tavolo con un gioco di società su Houdini con pezzi in legno e stupendi toni accesi di rosso e marrone, lettere e ghirigori, un’antica farmacia stile vittoriano con barattoli e tubetti, tanti tavolini… Poi, in ogni ambiente, che attraversavo con un occhio simile a una telecamera, mi sfioravano e mi passavano accanto persone silenziose e gentili, eleganti studenti dislocati sui sedili o intenti a leggere… C’erano poi moltissimi angolini silenziosi e uno slargo dove stavano abbandonati vassoi con vecchi scones, black pudding e altre specialità della cucina britannica. Presa dalla fame, pensavo di afferrarne qualcuna per placare la mia fame momentanea, ma poi decidevo di lasciar perdere. Scendendo e salendo dal treno, in qualche modo, ero riuscita a spargere dietro di me molto di quel riso che faceva parte di me, e una signora – l’unica ostile – si era lamentata, ma io avevo fatto finta di nulla. Alla fine, alle mie spalle, sotto il sedile che avevo appena lasciato per scendere e proseguire non ricordo dove, avevo lasciato cadere un drappo colorato, scintillante (un copri-tavolino che possiedo davvero a casa, sempre un po’ polveroso, uno di quegli oggetti che dà sempre noia tenere puliti).
Questo treno che viaggiava così lindo ed elegante, con la promessa di portarmi in quella che per me era casa aveva del tutto soppiantato il desiderio per Roma. Uno scambio di binari e di appartenenze.

Provato che il percorso è possibile anche con l’ascensore, torno di sopra perché prima devo recuperare i miei abiti, che avevo lasciato negli appartamenti, cioè il Giaccone e il golf. Quando però rientro nell’appartamento, il giaccone e il golf sono spariti, non ci sono più e io ho solo la mia maglietta leggera e fuori è freddo.
Nel frattempo tutta la compagnia si è già recata verso il luogo dove dovevamo andare tutti insieme e quindi io non so neanche più dove siano e neanche per dove devo andare.
Trovo qua e là buttati dei vecchi golf che sembrano abbandonati e me ne infilo un paio in sostituzione del mio giaccone.
A quel punto sul muro della cucina in una piccola sporgenza come una piccola mensola appare un personaggio di circa 3 cm che sembra governare e sapere tutto.
È un personaggio burbero e poco accogliente con un abbigliamento etnico molto colorato. Poi scoprirò essere mia madre.
A questo personaggio espongo la situazione chiedendo se ha visto i miei vestiti, e chiedo di aiutarmi, ma il personaggio non è intenzionato a cercare i miei vestiti, come se la loro perdita fosse un mio atto di sciatteria di cui non si vuole occupare.
La scena cambia e mi ritrovo improvvisamente al giorno dopo, insieme a tutti gli altri nel luogo dove dobbiamo fare questa manifestazione. (dunque sono arrivata anche io). Vado dalla mia referente nonché organizzatrice e le spiego che ho perso il giaccone e il resto… se per caso si riuscisse a ritrovarli sarebbe importante, chiedo, ma c’è molto fervore e tanto chiasso e lei non mi ascolta. O forse proprio non mi sente.
Fine del sogno.
Ora che l’ho scritto mi sembra veramente un sogno pesante. Mi sono svegliata con un terribile senso di pesantezza di cose che alla fine sei anche riuscita a fare, ma con una fatica indicibile.

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Gisella Modica

Gisella Modica, attivista femminista scrive per le riviste: Letterate Magazine on line e Leggendaria. È socia della Biblioteca delle donne Udi Palermo e della Società Italiana delle Letterate. Pubblicazioni: per Stampa Alternativa Falce, Martello e cuore di gesù Storie verosimili di donne e occupazioni di terre in Sicilia (2000) e Parole di Terra (2004). I racconti della Cattedrale Storie di occupazioni, rimozioni, immersioni Villaggio Maori (2016). Le personagge sono voci interiori Vita Activa (2017); Come Voci in Balia del Vento Iacobelli (2018); per Mimesis/Eterotopie ha curato con Alessandra Dino Che c’entriamo noi. Racconti di Donne, Mafie, contaminazioni (2022). Ha scritto racconti e saggi in libri collettanei: Terra e parole Le donne riscrivono paesaggi violati a cura di R. Falcone e Serena Guarracino, ebook, @woman, 2017; Abitare la vita abitare la storia. A proposito di Simone Weil a cura di Maria Concetta Sala, Marietti, 2015; Lessico della crisi e del possibile Cento lemmi per praticare il presente a cura di Fabrice Olivier Dubosc, ed. Seb 2019; SIL/labario Conflitti e rivoluzioni di femminismi e letteratura a cura di Giuliana Misserville Rita Svandrlick, Laura Marzi, Iacobelli 2022.

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