#UNITE Una violenza di sistema

di Loredana Magazzeni, 16 febbraio 2024

In qualunque posto di lavoro occorre restare sull’avviso rispetto a sorrisetti, molestie, palpeggiamenti e sarcasmi maschili. E sempre gli uomini non sono interessati a discutere con te, non ti vedono, non ti leggono, o se ti leggono ti leggono con ritrosia, disagio, senso di estraneità

Di Loredana Magazzeni

Nella mia esperienza la violenza contro le donne è così pervasiva da passare inosservata, naturale. Si comincia da piccole: alcune cose non sono adatte a noi, e ce lo dicono le nostre stesse madri Che, educate a loro volta nello stereotipo femminile, ripropongono alle figlie di aderire, pena l’esclusione (da loro stesse sofferta). Inizia così la schiavitù del rosa, delle bambole, dei giochi da maschio da evitare, del non ridere troppo, della oblatività a tutti i costi. Negli anni Settanta una generazione di ragazze insorse, e io fra queste, al gesto di pollice e indice di entrambe le mani unite. Furono anni di ribellioni, di pensiero collettivo, di riflessioni e proposte che generavano pensiero e cambiamento. Erano i favolosi anni dei Consultori, del Noi e il nostro corpo, delle riforme, del diritto all’aborto e al divorzio. Pure lì però i compagni di sinistra dalle belle barbe e dai lunghi capelli chiedevano una rivoluzione che non liberava le loro compagne. Queste si rifiutarono di essere chiamate “angeli del ciclostile” e vollero fare pensiero nel movimento delle donne. Lo racconta bene Clara Sereni in Sigma Epsylon. Del dissidio fra realizzazione politica e sociale maschile e segregazione familiare femminile parlano sia Alba De Céspedes di Dalla parte di lei, sia Carla Cerati di Un matrimonio perfetto.
Crescendo scegliemmo un lavoro adatto a noi, molte diventarono insegnanti (così unisci tempo per la casa e tempo del lavoro). In qualunque posto di lavoro dovemmo restare sull’avviso rispetto a sorrisetti, molestie, palpeggiamenti, sottolineature, ironie e sarcasmi maschili. Per quante cose e quanto pensiero abbiamo potuto produrre in quarant’anni, la sensazione che si ha è quella che ci viene riconosciuto solo in seno ad altre donne. Gli uomini non ti vedono. Gli uomini non ti leggono, o se ti leggono ti leggono con ritrosia, imbarazzo, disagio, senso di estraneità. Non sono disposti ad abbandonare i privilegi senza colpo ferire. Almeno fino a oggi. L’arma più forte l’indifferenza, la dimenticanza, l’esclusione, la mancanza d’interesse al dibattito con te su queste questioni.
Così nel terzo millennio si continua a essere escluse da cariche pubbliche, decisioni importanti, consigli di amministrazione, posti di potere, redazioni di giornali, storia delle discipline, letteratura passata.
Verga scriveva alla nipote quindicenne, che gli chiedeva consiglio su qualche romanzo contemporaneo, qualche libro di lettura dalla Biblioteca delle giovinette, di tenersi alla larga dalla “letteratura delle Jolande”, una letteratura di poca cosa. Il pregiudizio è rimasto fino ad oggi, quando ti chiedono se la letteratura delle donne è stata inferiore per qualità e quantità.
Dalla posizione di potere in cui erano, professori, accademici, gli uomini hanno sempre diffidato delle donne: Antonio Banfi consigliò ad Antonia Pozzi di lasciar perdere la poesia. Carducci diceva che alle donne e ai ragazzi era vietato scrivere versi. Tutti a sostenere un’idea di letteratura alta, così alta da essere irraggiungibile dalle donne, da sempre relegate al livello basale.
Questa non è violenza di sistema? Violenza del patriarcato che ha negato l’esistenza di una produzione femminile in ogni ramo del sapere.
Indifferenza di sistema, e a specchio violenza spicciola familiare: ma che ne sai, ma stai zitta, ma non è vero, ma non ci credo: minimizzare sempre le nostre idee, occupazioni, sensazioni, bisogni. Questa è violenza di sistema. Non avere una indipendenza economica.
E allora quella violenza fisica, dalle molestie, allo stalking al femminicidio, diventa una rotella del grande sistema, un portato certo angosciante, pericoloso, da evitare, ma è un ingranaggio del tutto e per evitarlo occorre sabotare l’intera macchina, il sistema.
Quello che cerchiamo di fare da anni, ma forse non ci riesce del tutto perché siamo silenziate, emarginate, non viste, minimizzate. Basteranno le nostre vite a far avanzare il cambiamento?

Questo articolo è parte di una campagna a cui hanno aderito scrittrici e giornaliste italiane per denunciare la violenza di genere e nominarla.

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Loredana Magazzeni

Loredana Magazzeni vive a Bologna, si occupa di poesia, critica letteraria e storia dell’educazione delle donne. Ha conseguito il Dottorato di ricerca in Scienze pedagogiche, e pubblicato un saggio sulla storia dell’educazione femminile: Operaie della penna. Donne, docenti e libri scolastici fra Ottocento e Novecento (Aracne, 2019). Ha co-curato varie antologie di poesia, fra cui Cuore di preda. Poesie contro la violenza sulle donne (CFR, 2012), Fil Rouge. Antologia di poesie sulle mestruazioni (CFR, 2016) con A. Barina, con F. Mormile, B. Porster e A.M. Robustelli Corporea. Il corpo nella poesia femminile contemporanea di lingua inglese (Le Voci della Luna Poesia, 2009), La tesa fune rossa dell’amore. Madri e figlie nella poesia femminile contemporanea di lingua inglese (La Vita Felice, 2015), Matrilineare, Madri e figlie nella poesia italiana dagli anni Sessanta ad oggi (La Vita Felice, 2018). È da più di vent’anni nel Gruppo ’98 Poesia, nella redazione della rivista Le Voci della Luna e nell’Associazione Orlando di Bologna. Fa parte del Collettivo di traduzione WIT (Women in Translation), con cui ha pubblicato l’antologia Audre Lorde, D’amore e di lotta. Poesie scelte (Le Lettere, 2018). È nell’attuale direttivo della SIL (Società italiana delle letterate).

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