Il Giardino che cresce con noi

di Barbara Bonomi Romagnoli, 6 febbraio 2024

Due giorni a Firenze in dicembre al Giardino dei ciliegi per ritrovarsi finalmente vicine a parlare di corpi di naufraghi, corpi non conformi, corpi in classe e negli spazi urbani

di Barbara Bonomi Romagnoli

Più di altre volte, è stato difficile rileggere gli appunti presi durante l’ultimo convegno di dicembre 2023, dal titolo “Quali corpi contano? Mappe di inclusione/esclusione e politiche di resistenza”, promosso dal Giardino dei Ciliegi, da una idea di Clotilde Barbarulli e realizzato con il contributo di Giada Bonu Rosenkranz, Elisa Coco, Pamela Marelli, Laura Marzi, Antonella Petricone e di me che scrivo.

Difficile perché oltre alle parole sparse nelle pagine del quaderno, sono riemerse immediatamente le emozioni del ritrovarsi in tante e in presenza, con rivoli di discussione e confronto proseguiti nelle pause pranzo e cena, ma anche negli scambi di occhiate&battute.

In questo impasto strano di parole scritte, ascoltate, metabolizzate e rielaborate si fa fatica a sintetizzare e tirare le fila, per un punto che si mette, altre parentesi si aprono e non sempre si richiudono. Eppure, fare politica con la letteratura e le narrazioni significa anche questo, soprattutto quando l’obiettivo è ambizioso. Le curatrici hanno infatti pensato di dover andare non solo oltre il sentimento pandemico, che tutte ci attanaglia dal 2020, ma anche di provare a ragionare attorno ai nuovi tempi di guerra che esigono pace, responsabilità e capacità di pensiero collettivo.

La recente pandemia non ha messo in discussione la gerarchia dei corpi esistente, anzi l’ha evidenziata: il corpo di un siriano in un campo profughi o di un europeo benestante o di una donna in una baraccopoli a Johannesburg ad esempio non sono equiparabili. Anche finito il pericolo del virus, tutto è tornato come prima, anzi sono in aumento le frontiere territoriali e non, materiali o immateriali, statali o fisiche: tutti questi diversi confini punteggiano la superficie del mondo, che sempre più assomiglia a una zona di frontiera universale e onnicomprensiva, espressione della molteplicità dei rapporti di potere che si sviluppano nello spazio escludendo quei corpi che non contano a causa delle discriminazioni abiliste, di genere e sessualità, razza e classe”: a partire da questa considerazione condivisa, Barbarulli ha evidenziato il mutevole e persistente progetto capitalistico a cui contrapporre un comune respiro del vivere senza paura.

Non è facile certo, lo ha ricordato l’avvocata Alessandra Ballerini, citando anche Giovanna Covi: nella narrazione delle migrazioni, la scrittura diventa spazio politico, perché dal razzismo non si esce solo usando etnia al posto di razza, ma coltivando l’empatia nelle parole e nel cuore. Chi chiama persona un naufrago lo salva, chi lo chiama clandestino lo lascia morire. Sollecitata da Pamela Marelli e Silvia Neonato, Ophelia Nicole Berva ha spiegato cosa significa incarnare le frontiere e osservare le interazioni sociali attraverso il corpo, aprendo il varco a un ragionamento profondo sui corpi trans non binari disabili, su cui hanno dibattuto Elisa Coco, Fau Rosati e Elia Zeno Covolan.

E poi ancora, abbiamo provato a ragionare sui corpi non umani, che sono nulla vicino agli altri esseri viventi, soprattutto le specie vegetali. E allora sarebbe necessario, come femministe, superare non solo l’umanocentrismo ma anche l’animalecentrismo, non semplicemente con diete alimentari, piuttosto con lo sguardo politico rivolto all’accelerazione imposta dai capitalismi e dai cambiamenti climatici, per pensarci come un noi complessivo capace di agire, non solo uno sciame digitale che si esaurisce nel tempo di un click. A riguardo, affascinanti le riflessioni sui giardini di Maryse Condé e Jamaica Kincaid di Francesca Maffioli, su come attraverso la nomenclatura delle piante possiamo leggere le diaspore e la creolizzazione delle culture; fino al compost di Nina Ferrante, su come e quanto sia possibile queerizzare la natura del corpo politico.

Una sfida che può essere raccolta da chi abita, spesso con scomodità, istituzioni come la scuola: le testimonianze di docenti femministe nelle parole di Laura Marzi, Roberta Ortolano e Antonella Petricone hanno messo al centro sia il senso di solitudine e di marginalità che si può vivere, sia il potere che si può esercitare anche in chiave sovversiva.

Per proseguire a scompaginare il canone con scritture impreviste, come emerso dal tavolo con Roberta Mazzanti, Marilena Umuhoza Delli, Gabriella Ghermandi e Angelica Pesarini, tutte espressioni della molteplicità di identità e voci del nostro paese che ancora una volta avvertono: per alleanze proficue è necessario posizionarsi e capire da dove siamo partite. Perché il colore della pelle è ancora una linea di confine. Soprattutto quando si attraversano gli spazi pubblici, tutti da ripensare in chiave transfemminista ma su cui molto si sta già lavorando come evidenziato da Giada Bonu Rosenkranz, Federica Castelli e Serena Olcuire.

Tratteggiate così sembrano linee parallele, mentre sappiamo che sono tutte linee intrecciate e che rimandano anche a reti di collettivi e movimenti che sono in continua trasformazione, un po’ come le note del coro di donne “Le Musiquorum” con cui si è chiusa la due giorni, ricordandoci che la politica è passione, desiderio, gioia e condivisione, particolarmente quando si occupa di ingiustizie e violenze, perché – vale la pena ricordarlo sempre – si è femministe insieme, mai da sole.

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Barbara Bonomi Romagnoli

Barbara Bonomi Romagnoli. Laureata in filosofia, ricercatrice indipendente di studi di genere e femminismi e giornalista specializzata in tematiche culturali e sociali. Dal 2008 anche apicoltrice ed esperta di analisi sensoriale dei mieli. Da tempo ha deciso di usare entrambi i cognomi, materno&paterno, come pseudonimo per firmare articoli e libri. Ho pubblicato Irriverenti e libere. Femminismi nel nuovo millennio (2014), Bee Happy. Storie di alveari, mieli e apiculture (2016) e con Marina Turi Non voglio scendere! Femminismi a zonzo (2018) e Laura non c’è. Dialoghi possibili con Laura Conti (2021).

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