Ridare le parole a Liliana

Amanda Rosso, 25 novembre 2023

«E Liliana, coraggiosa e amorevole, tentò in tutti i modi ciò che tante donne nella sua stessa posizione hanno fatto: si oppose alla violenza, cercò di sfuggirle, la rifiutò, si abituò, resistette, la disattivò, vi scese a patti, finché, poco tempo prima del femminicidio che le tolse la vita, si allontanò da lui». Il 17 luglio del 1990 il corpo di Liliana Rivera Garza viene trovato nel suo appartamento a Città del Messico. Cristina Rivera Garza ricostruisce la biografia della sorella scomparsa e insieme racconta i femminicidi in Messico

Di Amanda Rosso

Il tempo cura tutto tranne le ferite
Chris Marker, Sans soleil

L’invincibile estate di Liliana, memoir ibrido della scrittrice messicana Cristina Rivera Garza, si apre «sotto un albero pieno di uccellini invisibili». Sedute «sul bordo giallo di un marciapiede» l’autrice e la sua amica Sorais attendono che l’avvocata Irazábal rientri in ufficio dopo la pausa pranzo. Sono quasi le sei e mezza di sera, e sono già state rimpallate diverse volte da un ufficio all’altro, da un distretto all’altro della brulicante Città del Messico. In perfetto burocratese, dopo aver aspettato fumando in varie sale d’attesa, qualche funzionario minore ha comunicato un verdetto allo stesso tempo frustrante e speranzoso: il file non è qui, ma potrebbe essere là. La copia completa del fascicolo di indagine del Pubblico Ministero con identificativo 40/913/990-07 è la documentazione di un omicidio avvenuto quasi trent’anni prima, il 17 luglio del 1990, quando la vittima di uno strangolamento è stata ritrovata nel suo appartamento in calles Mimosas, ad Azcapotzalco, nel nord della capitale. La ragazza ventenne era Liliana Rivera Garza, la sorella minore della scrittrice.
Attraverso un pellegrinaggio em0tivo e politico, Rivera Garza riannoda i bandoli sfilacciati di una vicenda devastante nella sua incontrovertibile ripetitività, e ricostruisce una genealogia del femminicidio in Messico ricomponendo con minuziosa precisione non soltanto il proprio lutto, ma la violenza istituzionale di una nazione e una società che fino al 2012 non ha riconosciuto il femminicidio come crimine d’odio, ma come delitto passionale.
L’autrice, conscia della difficoltà del raccontare e della limitatezza del memoir per rielaborare un lutto personale e collettivo, si fa archeologa, archivista, giornalista e storica, tracciando i passi di Liliana dalla nascita – «Liliana si era messa di traverso» racconta la madre – alla fissazione per la scrittura, le lettere, i biglietti, il cinema, alla passione per il nuoto, la carriera universitaria, gli amici, le canzoni, le relazioni. Solo dopo, con la precisione della ricercatrice, la sua morte.
Negli undici capitoli che costituiscono l’opera, Rivera Garza si serve di dispositivi narrativi diversi per illuminare il chiaroscuro di Liliana, e raccontare la sua storia non nell’ordine cronachistico di una tragedia annunciata, ma nella caotica concomitanza di versioni discordanti, eventi dalle risonanze imprevedibili, e il palpito della cacofonia di voci di chi ha accompagnato sua sorella.
Nella ricostruzione, che è a tratti romanzo, a tratti carteggio a tratti scavo all’interno di un’esistenza, dell’ultima «invincibile estate» di cui scrive Albert Camus, l’autrice dona alla sorella uno spazio sacrale di autobiografia postuma: «Nel corso della vita, mia sorella, Liliana Rivera Garza, costruì un meticoloso archivio di sé stessa», scrive nelle note finali. Ed è questo auto-archivismo femminile a fornirle gli strumenti per esaminare, da filologa, linguista e grafologa, la vita di una donna prima della morte, rivelandone il portato storico-politico e collettivo.
Il viaggio si dipana fra le vie, gli edifici e le piazze della metropoli oscura, rinegoziando il movimento conflittuale dei corpi delle donne nello spazio urbano. Minuziosa come una guida turistica e caustica come un’esule disillusa, l’autrice si re-impossessa del mondo esterno palmo a palmo prima di rifocalizzare l’attenzione sull’interiorità.
Nella prima parte, grazie all’uso tempo presente, Rivera Garza ci guida nel percorso arzigogolato della sua ricerca del fascicolo sull’omicidio di Liliana per mano dell’ex fidanzato, in una villanelle urbana dove ogni gesto si ripete nella frustrazione e l’incompiutezza, e ogni donna uccisa senza aver mai trovato giustizia accompagna il suo viaggio mai davvero solitario.

«Succedono così tante cose in trent’anni. Succede la morte, soprattutto. Non smette di succedere. La morte di migliaia e migliaia di donne. I loro cadaveri qui, di guardia. Dietro la schiena. Nelle pieghe della mano, che si stringono. Agli angoli delle labbra. Dietro le ginocchia, quando si flettono. Succedono qui accanto, accanto a me. Non smettono di succedere» (p.18)

Nella seconda e nella terza parte si aggiungono gli scritti di Liliana, la sua grafia ordinata, la scelta accurata della carta da lettere, gli adesivi, l’inchiostro, la busta. Scriveva a sé stessa e alle amiche più care, al padre in Svezia per un dottorato, alla sorella che studiava a Houston; scriveva di ragazzi che la corteggiavano e di tumulti adolescenziali, di desiderio e corpo in un Messico che sviliva la sessualità femminile e si nascondeva dietro alla rispettabilità. Ci viene dato il privilegio di esplorare la prospettiva di una Liliana bambina e poi adolescente sulla vita, i rapporti e l’amore, un sentimento che alla giovane scrittrice di allora «dà fastidio» le fa «perdere il senno», la «soffoca», ma che la sorella minore sembrava voler accogliere, espandere e ingigantire. «Non ho mai dubitato dell’amore di Liliana», scrive Rivera Garza.
Il presente narrativo si alterna al passato nel quarto capitolo, dove l’autrice comincia ad affrontare il lutto, una sostanza porosa, un urlo primordiale e un silenzio tombale, un vuoto che aliena e frammenta l’unità famigliare. Ha inizio quindi una minuziosa indagine per ricostruire gli ultimi anni di vita della sorella a Città del Messico, la cerchia di amici e parenti che sarà la sua famiglia negli anni che precedono l’omicidio. Sono le loro voci che, nella quinta, sesta e settima parte, ritraggono Liliana da decine di diverse angolazioni, dalla figura di leader del gruppo, al suo legame quasi totalizzante con l’amica Ana, alle relazioni con i ragazzi, fatte di tenerezza e assenza, di parole e film, ma soprattutto di confini e paletti che Liliana voleva imporre e spesso non venivano rispettati.
Quello delle relazioni intime è un nodo centrale nella narrazione, l’onnipresenza invisibile del patriarcato nell’intimità, l’eterosessismo e l’ossessione della monogamia, dell’ufficialità equiparata alla legittimità di una relazione. Per quanto parziali, le narrazioni molteplici che raccontano Liliana non mancano mai di sottolineare il suo incontenibile desiderio di libertà, di relazioni romantiche non costrittive e prevaricanti; «Liliana è il nome che ho dato alla mia libertà», dichiara Ana.
Ma allora che aspetto ha la vittima di un femminicidio? Come appare al mondo, quali sono i suoi sogni, le sue aspettative e aspirazioni, le dinamiche sociali in cui si muove? È mite, sommessa, introversa, posata, o a uno sguardo esterno appare sicura di sé, ironica, piena di progetti e prospettive?

«Ricostruire gli ultimi mesi di vita di Liliana non è semplice. Oltre alla ragazza sveglia e luminosa, l’amica affidabile e a volte protettiva, la ragazza chiacchierona e simpatica che sapeva curare le ferite con le parole; oltre alla giovane universitaria che si stava innamorando sempre di più dei suoi studi; la sagace, come l’ha descritta uno dei suoi amici, la carismatica, la leader; oltre alla donna che credeva sempre di più in se stessa, c’era anche la Liliana che, per quanto ribaltasse il mondo, non trovava le parole per definire la violenza che la seguiva da vicino». (p.203)

Quello della mancanza di linguaggio per definire la violenza intima sulle donne è un tema cardine de L’invincibile estate di Liliana, una riflessione su cui l’autrice torna sovente, seguendo la mappatura della violenza descritta da Rachel Louise Snyder nel suo saggio No Visible Bruises; «tutto ciò che non sapevamo sulla violenza domestica o psicologica, sul terrorismo intimo, agli inizi degli anni Novanta […] una notte fece irruzione nell’appartamento di mia sorella ad Azcapotzalco, le mise un cuscino sulla faccia, e le tolse la vita».
La mancanza di linguaggio che «ci lega, ci soffoca, ci strangola, ci spara, ci scuoia, ci fa a pezzi, ci condanna», le parole che non esistono ancora per descrivere non solo il femminicidio, ma soprattutto il carattere pervasivo di una violenza che Rivera Garza individua sin dal primo incontro di Liliana con quello che diventerà il suo omicida, durante l’adolescenza, e che si infiltra in ogni aspetto della sua vita, come in preparazione a un rito sacrificale.

«E Liliana, coraggiosa e amorevole, tentò in tutti i modi ciò che tante donne nella sua stessa posizione hanno fatto: si oppose alla violenza, cercò di sfuggirle, la rifiutò, si abituò, resistette, la disattivò, vi scese a patti, fece tutto il possibile e immaginabile finché, poco tempo prima del femminicidio che le tolse la vita, si allontanò da lui. Si allontanò da Ángel. Sentimentalmente. Fisicamente» (p.204)

Quello dell’autrice è il tentativo fermamente politico di denunciare un sistema allora muto e tutt’oggi complice del patriarcato, ma soprattutto di restituire a Liliana e a tutte le donne uccise il diritto a una voce, ferma a irriverente, divertita, trasognata, complessa. Nell’intessere la trama di una vita vissuta, «una mappa, o meglio: una piantina», Cristina Rivera Garza disinnesca il meccanismo pietistico e spersonalizzante della vittimizzazione «per far parlare lei stessa» così da difendere e raccontare ciò che conta, «la sua voce e la sua parola, le sue parole»
L’invincibile estate di Liliana è l’autoetnografia di un lutto perpetuo, quello dell’autrice e quello di una comunità, ma è anche un nostos emotivo, un ritorno al luogo dello strappo, il viaggio nella ferita aperta della perdita e il senso di colpa, che si specchia in quello leggendario di Quetzalcóatl nel Mictlán, il regno dei morti, per recuperare le ossa delle donne e degli uomini lí abbandonati. E, come il dio degli Aztechi e dei Maya, non è solitario. Ci sono le altre donne, le maree che si scontrano in mare aperto con le correnti del patriarcato; la marea viola, la marea verde. E «le parole piccole come formiche» ricostruiscono quelle vite, e come le formiche della leggenda di Quetzalcóatl «riportano anche i chicchi di mais» per nutrire il mondo. Le parole che ci uniscono e ci sopravvivono, portate da altre nelle strade e sui ponti, nelle aule e nelle piazze. Nelle storie.
«Quanto vorrei che smettessimo di essere fate in una terra di ghiaccio», scrive Liliana il 13 giugno 1989, e nell’ultima lettera alla sorella, il 9 marzo 1990, risuona la risposta carsica e vitale di Rivera Garza, custodita a quasi trent’anni di distanza in un libro che spalanca le possibilità della scrittura memoriale come strumento politico: «Né il dogma dell’amore, né quello della fama o del denaro potranno distruggere qualcosa di molto più saldo e innocente al tempo stesso: il desiderio insensato, timido, impetuoso di vivere, di vivere e creare un altro vivere, qualcosa di più bello, qualcosa di più giusto. Per questo abbiamo voce e mani».
All’inizio della narrazione, quando un funzionario giudiziario le chiede la ragione, dopo così tanto tempo, per cui ha deciso di recuperare il fascicolo dell’omicidio di Liliana, Rivera Garza risponde che vuole giustizia. Vuole che il colpevole venga messo di fronte alle conseguenze del suo gesto.
Eppure la giustizia che l’autrice sembra rivendicare per se stessa e i suoi cari non è una punizione esemplare in un sistema che svaluta le vite delle donne e poi ne strumentalizza la morte per promuovere la propria autorità; è la possibilità di costruire per Liliana e le donne come lei un monumento di parole e memoria. Guarire il linguaggio, indagare i detriti, resuscitare le storie.
Se domani sono io, se domani non torno, recita la poesia dell’attivista peruviana Cristina Torres Cacéres, distruggi tutto.
Se domani tocca a me, se domani non torno, racconta la mia vita con parole mie.

Cristina Rivera Garza, L’invincibile estate di Liliana (trad. Giulia Zavagna. SUR 2023)

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Amanda Rosso

Amanda è nata e cresciuta nell'entroterra ligure. Si è laureata in Comunicazione all'Università di Pavia e ora vive e lavora a Londra, dove frequenta un MA in Modern Languages and Comparative Literatures alla Birkbeck University of London. I suoi racconti sono apparsi su "Narrandom", "Quaerere", "Malgrado le Mosche", e in alcune antologie online e cartacee, fra cui “Musa e getta. I racconti delle lettrici e dei lettori” (Ponte alle Grazie, 2021) e “Il corpo c'è” (Vita Activa Nuova, 2023). Ha co-tradotto la raccolta di racconti "Donne d'America" (Bompiani, 2022) a cura di Giulia Caminito e Paola Moretti. Fa parte dell'attuale direttivo della Società Italiana delle Letterate.

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