L’istruzione delle bambine fa paura

Carmela Covato, 11 ottobre 2023

Sono trascorsi cinquant’anni dalla pubblicazione del noto testo di Elena Gianini Belotti, Dalla parte delle bambine. L’influenza dei condizionamenti sociali nella formazione del ruolo femminile nei primi anni di vita (1973). Il volume ha rappresentato, nella realtà italiana, la prima indagine finalizzata al disvelamento dei condizionamenti familiari, sociali e scolastici che hanno, a lungo, predeterminato in modo costrittivo i destini identitari delle bambine e, con motivazioni opposte, dei bambini in base al genere di appartenenza.
In anni evidentemente precedenti alla rilevazione ecografica, si legge nel testo: «“È’ un maschio.” “È una femmina.” Sono le prime parole che l’ostetrico pronuncia appena il bambino è nato, in risposta alla muta o esplicita domanda della madre. Lui, o lei, sono del tutto ignari del problema del sesso a cui appartengono e lo saranno ancora a lungo. Ma c’è chi se ne occupa, nel frattempo, e ha già le idee chiare sul modello ideale di maschio e di femmina. Il figlio, o la figlia, devono aderire il più possibile a questo modello. A qualsiasi costo». 1 Loredana Lipperini, dopo molti decenni, nel corso dei quali la saggistica sul tema si è straordinariamente ampliata sul piano sociologico, psicologico e pedagogico, in Ancora dalla parte delle bambine (2007), ci rivela che i modelli dominanti non erano ancora poi tanto mutati. Sostiene, infatti, che molto spesso le eroine dei fumetti invitano le bambine a essere soprattutto belle; le riviste a loro destinate propongono test sentimentali e consigli su come truccarsi. Nei libri scolastici, le mamme continuano prevalentemente ad accudire la casa per padri e fratelli. La pubblicità le dipinge come piccole cuoche. La moda le vuole in minigonna e tanga. Le loro bambole sono sexy e rispecchiano (o inducono) i loro sogni: diventare ballerine, estetiste, infermiere, madri. Sembra ancora essere questo il mondo delle “nuove” bambine, così come spesso anche i social si impegnano a fare.
Nuove aspirazioni al cambiamento, sono maturate più di recente, sebbene ancora racchiuse in un circuito ristretto. 2
«La necessità pedagogica che sembra profilarsi è dunque quella – sostiene, ad esempio, Silvia Nanni – di progettare, a partire da un dialogo intergenerazionale che attraversi tutti gli ambiti formali e informali, percorsi educativi che aiutino i soggetti a rileggere la propria storia di genere e a mettere a fuoco il ruolo che i processi di “addestramento” al genere svolgono nel modo di vivere il proprio essere umano nell’ambiente […]» 3
Ma bisogna fare i conti con l’eredità di un passato ingombrante. A lungo, tuttavia le donne sono state educate a non istruirsi. All’interno di una prassi formativa egemone per secoli nella storia dei rapporti educativi, lo spazio destinato all’istruzione femminile ha svolto un ruolo decisamente marginale. Al contrario, la convinzione diffusa della necessità di educare le donne sulla base di contenuti a loro specificamente destinati ha origini molto antiche ed è stata oggetto, nel tempo, di una grande e costante attenzione.
Scriveva Aristide Gabelli, ministro dell’istruzione di ispirazione positivista ma profondamente conservatore dal punto di vista politico e sociale, su “La Nuova Antologia” ancora nel 1870: «Il bisogno di procacciare alle fanciulle un’istruzione che vada al di là del leggere e dello scrivere, che serva a svilupparne l’intelligenza, che dia loro coscienza di sé medesime, che valga ad educarle non è sentito comunemente […]. L’istruzione della donna è riguardata tuttavia come qualche cosa che debba distrarla dal suo vero ufficio e poco meno che farle perdere la sua natura. Le si concede di saper leggere ma a condizione che di solito non legga, poiché in questo caso prenderebbe a schifo le cure modeste della famiglia, nelle quali soltanto deve trovare ogni diletto e porre la sua compiacenza. Una donna con un libro in mano, nella fantasia di non pochi, è una donna che lascia di fare quello che dovrebbe, e rende la stessa immagine di un uomo che dipanasse una matassa di refe, filasse lino o facesse calze».4
Se, in Occidente, nell’arco del ‘900, si è compiuta quella che il grande storico Eric Hobsbawm ha definito l’unica rivoluzione compiuta del secolo scorso, vale a dire, pur fra mille contraddizioni, la conquista, da parte delle donne, di una nuova appartenenza alla storia, alla vita sociale, alla cittadinanza, alla possibilità di prendere la “parola”; tuttavia, nel decollo del terzo millennio, si assiste paradossalmente ad una drammatica riproposizione dell’ostilità nei confronti dell’istruzione femminile, dall’Afghanistan all’Iran, al Pakistan alla Nigeria e in molte altre realtà ne4l contesto di una sorta di apartheid di genere.
Malala Yousafzai, nata in Pakistan nel 1997, premio Nobel per la Pace nel 2014, narra in Io sono Malala (2013)5, come a soli 15 anni abbia subito, insieme ad altre ragazze, un violento attentato, da parte dei talebani ostili all’istruzione femminile, mentre si recava in autobus a scuola, nella valle dello Swat, rischiando così addirittura di morire. Miracolosamente salvata, grazie ad un soccorso internazionale, viene curata in Inghilterra e da allora si dedica con coraggio e determinazione alla causa dell’emancipazione delle donne e dell’istruzione delle bambine e dei bambini. Il 12 luglio del 2013 in occasione del suo sedicesimo compleanno, parla all’ONU a New York, lanciando un appello per l’istruzione delle bambine e dei bambini di tutto il mondo.
È appena il caso di ricordare, a questo proposito, che, alla fine del settembre del 2022, si è verificato un attentato suicida in una scuola a ovest di Kabul con la conseguenza di 19 morti e di diversi feriti. L’attacco è avvenuto in un centro educativo a ovest di Kabul. L’attentatore si è fatto esplodere in un’aula gremita di studenti che stavano per sostenere l’esame di ammissione all’Università e la maggior parte delle vittime sono ragazze. L’istruzione è un tema sempre più scottante in Afghanistan, dopo il ritorno dei talebani.
Le ragazze sono state bandite dall’università, dopo che altrettanto era stato fatto con le ragazzine sopra i 12 anni, escluse dalle scuole secondarie, e dopo che alle donne erano stati vietati anche i parchi. Il loro futuro appare sempre più confinato, infatti, all’interno delle mura domestiche in un registro di coercitiva tutela maschile, in un mondo ormai scrutabile, non solo simbolicamente, dalle fessure visive del burka.
Com’è noto, il Ministero dell’istruzione superiore dell’Emirato Islamico in una lettera inviata a tutte le università governative e private dell’Afghanistan ha decretato, nel dicembre del 2022, che l’istruzione femminile fosse sospesa il prima possibile informando il Ministero della sua attuazione. Nei mesi precedenti, era stato concesso alle ragazze di partecipare agli esami di ammissione sebbene con forti limitazioni. Erano proibiti per loro i corsi di laurea in veterinaria, ingegneria, economia e agricoltura, mentre il giornalismo veniva fortemente scoraggiato. Alcune di loro si erano collocate ai primi posti, ma fu, in seguito al decreto, del tutto inutile e si rivelò solo un’illusione.
La paura dell’istruzione femminile e dell’autonomia delle bambine, delle ragazze e delle donne sembra costituire ancora oggi la ‘pietra d’inciampo’ rivelatrice del permanere di assetti patriarcali e asimmetrici nel rapporto fra i generi.
La sfida, non solo pedagogica, al cambiamento è tuttora aperta.

1E Gianini Belotti, Dalla parte delle bambine. L’influenza dei condizionamenti sociali nella formazione delle bambine, Milano Feltrinelli 1973. P.27

2 E. Ortu (a cura di), Oltre lo specchio delle bugie. Indagini sulle alterità di genere nelle narrazioni per l’infanzia e l’adolescenza, Parma, Edizioni Junior 2022.

3  S. Nanni, Ecofemminismo e intersezioni. Uno spazio pedagogico, in F. Borruso, R. Galelli, G. Seveso, Dai saperi negati alle avventure della conoscenza, Unicopli, Milano 2022, p.226.

4 Gabelli, “La nuova Antologia”, n. 9, 1970, p. 146.

5 M. Yousafzai, C. Lamb, Io sono Malala, Milano, Corriere della sera 2013.

Suggerimenti di lettura
F. Borruso, R. Galelli, G. Seveso, Dai saperi negati alle avventure della conoscenza, Unicopli, Milano 2022, p.226.
F. Borruso, Infanzie. Percorsi storico-educativi, fra immaginario e realtà, Milano, Franco Angeli 2019.
C. Covato, Idoli di bontà, il genere come norma nella storia dell’educazione, Milano, Unicopli 2014.
C. Covato, M.C. Leuzzi, E l’uomo educò la donna, Roma, Editori Riuniti1989.
E. Gianini Belotti, Dalla parte delle bambine. L’influenza dei condizionamenti sociali nella formazione delle bambine, Milano Feltrinelli 1973.
L. Lipperini, Ancora dalla parte delle bambine, Milano, Feltrinelli 2007.
E. Ortu (a cura di), Oltre lo specchio delle bugie. Indagini sulle alterità di genere nelle narrazioni per l’infanzia e l’adolescenza, Parma, Edizioni Junior 2022.

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Carmela Covato

Carmela Covato ha insegnato Storia della pedagogia presso il Dipartimento di Scienze della Formazione dell’Università degli Studi Roma Tre. La sua attività di ricerca ha dato luogo alla pubblicazione di saggi e monografie su temi inerenti gli studi di genere, la storia della scuola, la storia dell’infanzia e delle emozioni. Si segnalano "Pericoloso a dirsi. Emozioni, sentimenti, divieti e trasgressioni nella storia dell’educazione", Milano, Unicopli 2018 e la nuova edizione del volume "L’itinerario pedagogico del marxismo italiano", Roma, Edizioni Conoscenza 2022.

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