Tranne le ferite

Chiara Cremaschi, 19 settembre 2023

Sceneggiatrice e docente, Chiara Laudani ha scritto il suo primo romanzo “Per non scomparire”: la protagonista vuole avere un figlio in extremis, a tutti i costi. L’inseguimento di quel figlio sognato la costringe a sbrogliare i nodi del suo passato familiare e non solo

«Chi ha detto che il tempo guarisce le ferite? Bisognerebbe dire che il tempo guarisce tutto, tranne le ferite»
Sans soleil, Chris Marker

Di Chiara Cremaschi

La lettura del libro di Chiara Laudani è arrivata per me in un momento in cui stavo riflettendo sulle stesse tematiche. Non è una coincidenza: lei ed io siamo quasi coetanee e facciamo lavori molto simili. Mi sono quindi riconosciuta in molti elementi generazionali e biografici della protagonista del libro, Anna, che credo sia stata costruita con molte caratteristiche autobiografiche.
Chiara Laudani è nata a Cagliari e ha vissuto a Torino dove, prima di trasferirsi a Roma, ha frequentato la Scuola Holden. Sceneggiatrice, ha vinto il Premio Solinas, il Festival Corto in Bra e il Premio Medusa distribuzione. Tra le sue sceneggiature: Il giovane Montalbano, Tutti pazzi per Freud, Le indagini di Lolita Lobosco, Carla. Insegna presso il Centro sperimentale di cinematografia di Roma, la Scuola Holden di Torino e la Anica-Netflix Academy. Come script consultant, collabora con Torino Film Lab, Biennale di Venezia e Alpi Film Lab. Per non scomparire è il suo primo romanzo.

Penso che Per non scomparire sia principalmente una riflessione sul tempo.
Per una donna, la scelta della maternità ha un tempo di decisione. Questo è il primo livello del libro: il tempo biologico di Anna sta per scadere.
Ma, nel racconto, il tempo è declinato in molti modi: i diversi tempi del passato tessono fili con le sorelle, la nipote, i genitori, un ex marito, un figlio non nato, un bambino incontrato casualmente sul treno. Il tempo futuro, di colpo, per Anna non può esistere senza un figlio.
L’inseguimento di quel figlio sognato, nel presente, costringe la protagonista a sbrogliare i nodi di tutti quei fili passati.

Tutti i personaggi e le personagge sono raccontati attraverso la relazione con i genitori e con le sorelle/fratelli. Seguiamo Anna nel suo desiderio di avere un figlio a tutti i costi, che si scontra e incontra con la sua dichiarazione: «Non sono mai riuscita a separare l’idea del figlio da quella di famiglia». Attraverso esami clinici, la scoperta della paillette – il kit della riproduzione con lo sperma congelato-, il conto degli ovociti, un’ipotesi di fecondazione eterologa, la richiesta dell’ovocita della nipote diciottenne, Anna torna a vedere che ci costruiscono le nostre relazioni, i nostri affetti, la cura che diamo e riceviamo.

Il libro è organizzato in capitoli, ognuno è un monologo, si alternano le voci di Anna, di sua sorella Lucia, di sua nipote Fulvia.

Trovo fondamentale il mestiere che Chiara Laudani ha scelto per la sua protagonista: Anna è autrice di testi comici e dichiara all’inizio del libro: «Scrivere per far ridere non è cosa da donne. La voce di una donna è flebile e appena cerca di imporsi si fa stridula e isterica. Il passo successivo è la completa perdita della dolcezza a favore di sentimenti grossolani, banali. Per non parlare del rischio tematico, incagliarsi in argomenti ritenuti comici per le donne, quelli rosa: dieta, orgasmo, dimensioni del sedere, chirurgia estetica, parto, figli, ex, vibratori e menopausa».
Ed è da questa premessa che parte il mio confronto con lei. Dietro la spietata ironia, mi interessa il suo sguardo sul mondo.

Ho scelto delle frasi che raccontano lo stato d’animo di Anna. Mi piacerebbe raccontassi quando le hai pensate e scritte. La prima: «È difficile, da adulta senza figli, passare inosservate».
Crescendo e non aderendo a un ruolo (per scelta, per destino, per caso), si osserva il mondo da un punto di vista diverso e si è osservate, dalle donne, a volte, come la sfortunata che non ha avuto figli e, dagli uomini, come forse qualcuno che ha sofferto, forse un ottimo partito perché sei single e non hai bambini. Insomma, ancora si è diverse. Vedo, però, che la mia generazione pioniera in questo, sarà seguita da tante altre fino a che la scelta di non avere bambini o il caso di non averne sarà una scelta come altre.

«Anna comincia a sospettare di non essere mai cresciuta. Pensa che l’immaturità non sia una prerogativa maschile. Sempre che di questo si tratti. L’idea di qualcuno che dipenda da lei, qualcuno piccolo che fisicamente possa scivolarle dalle braccia spiaccicandosi al suolo la atterrisce. Anna teme le madri che vanno a prendere i figli a scuola con le auto parcheggiate in seconda fila, le riunioni di classe, l’organizzazione delle feste di compleanno, le chat dei genitori, i menu della mensa, gli spogliatoi della piscina gremiti e, sopra ogni cosa, le giostre gonfiabili. I bambini no, non le fanno paura».
Temo molto l’idea di figli come soddisfazione di una parte di sé, come carta d’accesso a un ambito sociale, affettivo, collettivo. E poi sono una persona timida e anche la famiglia mi mette agitazione.

«Anna pensa a una collega che, durante un contest di stand up, aveva descritto il risveglio del desiderio di maternità, le veniva da rubare bambini dai passeggini al supermercato o nei negozi in giro per i saldi. La collega ha deciso che congelerà le sue uova in attesa della stagione sentimentale e lavorativa che le permetta di schiuderle».

Questo lo ha detto una mia carissima amica, scherzando. Si chiama anche lei Chiara.

«Molti suoi amici hanno creato qualcosa pur di non scomparire: un film, una graphic novel, un racconto, un romanzo, qualche frase ben ponderata pensata e ritoccata sui social».

Scomparire ci fa paura e forse ancora più paura ci fa il non essere visibili mentre esistiamo. L’arte, credo, ultimamente abbia questa forte connotazione, di rendere “visibili” nel bene e nel male a discapito dell’arte stessa.

«Perché non sono determinata? Perché non sono una donna progettuale? Perché non vedo mai dove è più conveniente andare?»

Ho avuto una educazione in cui il genere non era contemplato. Sono stata cresciuta come un individuo e non come una femmina e solo dopo ho capito che le femmine erano diverse da me, o, meglio, io ero diversa da loro. Ero caotica costruttiva, ma non facevo programmi, non sognavo una famiglia, ero lenta in amore e mi piaceva tanto leggere e scrivere. Ed era per queste due attività che facevo programmi e progetti …

«La certezza di Anna è che dal suo porto non sono partite nuove navi. (…) E le fa male. Intorno a lei, invece, vede porti da cui partono navi: piccole, grandi, scalcagnate, imperfette, con manie di perfezione, navi prive di capitani o con a bordo abili nocchieri. Figli come vascelli. Forse in questo suo paese che vive sotto un incantesimo da cui non riesce a svegliarsi, una vecchissima addormentata nel bosco, che ignora la sua stessa età e che ha scovato il siero per prolungare il tempo, nella favola, ma non nella realtà, il desiderio di un figlio si fa ossessione, a volte, incubo».

Io ho avuto uno strano rapporto con la maternità. Non ho associato bei pensieri, bei ricordi, belle sensazioni e me ne dispiaccio ma ho accettato ciò che mi è capitato. L’ho compreso oltre la sofferenza che poteva provocare.

«Dove è stata per tutto questo tempo? Mentre il ritmo della vita continuava a scorrere, cosa si era messa in testa per credere all’eternità?»

Siamo generazioni che pensano, o magari solo io sono così, di essere eterni, sempre giovani. Ed è un bene da alcuni punti di vista, non da quello biologico. Io credo di avere 30 anni e ne ho 52, ma non perché voglio restare giovane, è solo che siamo, ripeto, pionieri.

I genitori di Anna e la sorella Lucia (che è sposata e ha due figli), hanno adottato una terza bambina, facendola arrivare dall’India. Anna racconta quel gesto, l’adozione, come l’ennesima prova d’incoscienza dei genitori. Il rapporto con la sorella adottiva resta conflittuale per tutto il racconto. Quando Lucia le propone di pensare all’affido lei rifiuta categoricamente.
Lucia: «“Puoi iniziare in una comunità per minori e provare poi con un affido”
Anna: “Fallo tu il volontariato con i bambini problematici degli altri, che per altro se li hanno abbandonati, c’è un motivo”».
«Anna e Lucia non avevano dormito per mesi interi. Mesi infiniti da madri sostitutive, da pretoriane. C’erano stati gli anni dei grandi ripensamenti, dell’interrogarsi sugli errori commessi, il rivendicare per sé come singoli componenti, poi come intera famiglia, le decisive cantonate prese con quella bambina testarda arrivata dall’India con le treccine strette strette alla testa, il vestitino rosa a quadrettoni, gli ossiuri, i pidocchi, una forza vitale indiscutibile e una notevole Fortuna».
Perché questa scelta narrativa?

Perché l’adozione è una cosa seria, perché, nel caso di Anna, lei vuole generare. Vuole percorrere il cammino di chi genera, di chi non vuole “estranei”, di chi vuole chiudersi nella sua fortezza famiglia… È molto diffuso questo atteggiamento. Non lo giudico, magari non lo condivido, ma è diffuso.

La pacificazione di Anna arriva tramite la consapevolezza dell’amore della nipote Fulvia.
«Zia è la mia madre di scorta». Ci credi anche tu?

In parte sì, in parte credo che la pacificazione non arrivi mai. Come scrivevi tu in apertura con quella bellissima frase di Chris Marker: «il tempo cancella tutto tranne le ferite». Il segno rimane e diventa parte del corpo e della psiche.

Chiara Laudani, “Per non scomparire”, Scritturapura editrice, 2022

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Chiara Cremaschi

Chiara Cremaschi è laureata in Filmologia e si è formata in regia documentaria agli Ateliers Varan a Parigi. È stata più volte Finalista al Premio Solinas - scrivere per il cinema, e tre volte ha ottenuto la Menzione Speciale dello stesso Premio. Nel 1998 ha vinto il Premio per la Migliore Sceneggiatura di Rai International con "Il cielo stellato dentro di me". Nel 2017 ha ottenuto l’Étoile de La Scam per la scrittura del film documentario “Les enfants en prison”. I suoi film sono stati selezionati in festival in tutto il mondo, ricevendo menzioni e premi. È formatrice in scuole di cinema e conduce laboratori nei contesti più diversi, soprattutto quelli in cui il cinema non arriva.

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