VARCARE CONFINI 13. JOYCE LUSSU

Amanda Rosso, 21 giugno 2023

Esule e poliglotta, la scrittrice ha usato la lingua come pratica politica durante la Resistenza, quando imparò anche a falsificare e creare documenti per chi doveva scappare. Infine varcò frontiere linguistiche per tradurre poeti africani, turchi, albanesi e valorizzare altre culture e mondi diversi

Di Amanda Rosso

Joyce Lussu è stata partigiana, scrittrice e traduttrice, ha viaggiato su e giù per l’Europa procurando documenti falsi a chi fuggiva dalle persecuzioni nazifasciste. Finita la guerra si è dedicata ai diritti delle donne e dei lavoratori, senza rinunciare alla passione per la scrittura e la traduzione. Silvia Ballestra racconta la sua storia rocambolesca e appassionata in “La sibilla. Vita di Joyce Lussu” edito da Laterza e candidato al Premio Strega e al Premio Campiello 2023.

Silvia Ballestra le chiedo, da biografa e amica, chi era Joyce Lussu? Come è iniziato il vostro viaggio insieme?
Il viaggio con Joyce Lussu è iniziato agli inizi degli anni Novanta e da amica (e allieva, nel senso che ho cominciato a leggere la sua opera anche interrogandola e seguendola negli incontri pubblici; Joyce sapeva comunicare molto bene con i più giovani, avendo sviluppato negli anni una pratica di incontri con gli studenti) è durato fino al 1998, anno della sua morte.
Avevamo l’editore marchigiano in comune – Transeuropa/Il lavoro editoriale – e anche una lontana parentela. Poi conoscevo la Joyce poetessa perché già alle elementari la maestra ci leggeva “C’è un paio di scarpette rosse”, la sua poesia pubblicata nei sussidiari di quegli anni e nota in tutto il mondo. Quando la incontrai per la prima volta, nel 1991, nella sua casa di San Tommaso a Fermo, c’era questa idea di libro fotografico in cui una serie di donne scelte da Joyce dovevano scrivere un piccolo testo da accompagnare ai ritratti scattati da Raffaello Scatasta: il libro si intitolava Streghe a fuoco. Quindi, già da subito, il nostro rapporto è stato anche basato sui libri, da leggere e da produrre, anche insieme, come poi fu Joyce L., una vita contro che scrissi per Baldini e Castoldi nel 1996, e che era costituito da conversazioni intrattenute con lei nel corso di mesi e anni e registrate e poi trascritte e montate: un libro che ha avuto diverse edizioni negli anni e che ho ritrovato citato in molte tesi di laurea, riguardanti sia l’opera di Joyce che quella di Emilio Lussu.

Lei ha spesso definito Lussu “La sibilla”, che è anche il titolo della sua attenta e coinvolgente biografia. Come mai?
Ho scelto il titolo La sibilla, principalmente per due motivi. Il primo è che Joyce ha lavorato sulla figura della sibilla appenninica quando si è messa a fare la storia del suo territorio – il fermano, appunto – e ha dato di questo mito antico la prima interpretazione “da donna”, da scrittrice e da storica. Per secoli della sibilla hanno scritto gli uomini e a seconda dei periodi è stata raccontata come una profetessa, una maga incantatrice, una strega, una figura mitologica e soprannaturale.
La sua sibilla, invece, è semplicemente, una figura in carne e ossa, legata alla terra in quanto conosce l’agricoltura, la pastorizia, la medicina naturale, sa amministrare il suo territorio, ha accumulato conoscenze, incarna un modello sociale alternativo, pacifico, che non conosce guerre e proprietà privata. Joyce la connette alle “comunanze”, organizzazioni presenti sulle montagne picene – sui Sibillini, in cui si trova la grotta della Sibilla, appunto – caratterizzate da un’organizzazione comunitaria paritaria per cui a ognuno viene dato secondo i bisogni e le risorse naturali di boschi, acqua, pascoli vengono gestite equamente, senza accumulazioni personali a scapito di altri.
Per Joyce la sibilla è una donna intera, autonoma e che non ha mai perso la sua identità nonostante i vari poteri che si sono succeduti abbiano cercato di annientarla e cancellarla. E poi è una donna autorevole, rispettata, ascoltata. In questo senso, Joyce è stata una sibilla del suo tempo. E lo è stata, per me, anche per un altro motivo: secondo la leggenda classica, la sibilla tesse i fili del tempo, tenendo insieme passato, presente e futuro. Ecco, lei nella sua vita ha fatto anche questo. Ha fatto storia da protagonista e da studiosa, quindi ha lavorato sul passato; è stata sempre molto calata nel suo presente, e ha anticipato il futuro parlando già negli anni ’70 di temi che sarebbero diventati centrali nei decenni successivi e che sono ancora molto attuali: è stata tra i primi a parlare di ambiente (con il suo pamphlet “L’acqua del 2000”), si è occupata di storie delle donne, dei loro diritti, del loro ruolo nella società (con “Padre, padrone, padreterno”); non ha mai smesso di lavorare per la pace, avendo conosciuto e fatto la guerra in prima persona (“L’uomo che voleva nascere donna”, il suo pamphlet pacifista e antimilitarista è attualissimo).
Quindi la definizione sibilla mi sembra racchiudere molti aspetti suggestivi e produttivi che aiutano a definire Joyce, la quale è stata molte cose (scrittrice, storica, traduttrice, attivista, partigiana, politica, militante) e ha vissuto una vita densa e piena di pensiero e azione.

La nostra rubrica si chiama “Varcare Confini” perché vuole raccontare scrittrici e personagge che si muovono attraverso linee di demarcazione ben definite, fisiche o ideali. Joyce Lussu prima di tutto ha fatto esperienza diretta di esilio, “con la sua lunga storia di passaporti negati”…
Sì, lavorando alla sua biografia mi sono resa conto che, leggendo i suoi libri autobiografici e di testimonianza, non avevo subito messo a fuoco fino in fondo la sua condizione di ragazza esiliata e perseguitata dal regime fascista. Poiché Joyce ha subito reagito a questa persecuzione entrando nella lotta, decidendo a soli dodici anni (quando suo padre Guglielmo viene pestato da una squadraccia fascista e rischia di essere ammazzato) che il suo essere donna non era un buon motivo per restare al sicuro a casa e mandare avanti gli uomini, ero stata subito attratta dalla dimensione eroica – che c’è, eccome, nelle sue gesta generose e coraggiose – senza capire però il prezzo che questi ragazzi (lei, suo fratello Max e anche sua sorella Gladys) avevano pagato per le loro scelte antifasciste, loro e prima ancora dei genitori. Erano scappati, Joyce aveva avuto un’istruzione irregolare, avevano sempre avuto limitazioni di movimento a causa della loro iscrizione nel casellario poliziesco come appunto oppositore del regime, e quindi problemi coi documenti, con il lavoro, con gli studi e con i soldi: i genitori che avevano origini aristocratiche ma avevano scelto di proletarizzarsi per fedeltà ai loro principi non lavoravano molto, essendo intellettuali e per di più critici. Sono scelte pesanti, che si pagano care.
Joyce e suo fratello Max, a un certo punto, attraversano anche un momento di crisi in cui, giovani adulti in un mondo che li ha rifiutati ed espulsi, tentano anche la fortuna altrove, andando in Africa a lavorare in un’azienda agricola. Ma poi entrambi rientrano in Europa e si ributtano nella lotta. Questa parentesi spiega, secondo me, ancora più a fondo la consapevolezza e la decisione di certe scelte.

Ha varcato confini fisici durante tutta la Resistenza, viaggiando su e giù per l’Europa occupata e procurando ad altre persone documenti falsi per attraversare le frontiere. Quel tipo di intelligence non è spesso al centro delle narrazioni belliche, ma ho trovato interessante l’affinità di questo lavoro minuzioso, rischioso e fondamentale, con la scrittura, un’operazione solitaria e a volte tediosa, cesellata, in continua revisione…
La cosa che ho sempre trovato straordinaria di Joyce è che, quando ha avuto problemi con i documenti, li ha risolti in modo sorprendente, e cioè falsificandoli, autoproducendoseli. Per sé e per gli altri: grazie alle carte false che fabbricava a Marsiglia con tecniche apprese da un compagno anarchico di Carrara di Giustizie e libertà, si sono potute mettere in salvo centinaia di persone. E la stessa Joyce e il suo compagno Emilio hanno avuto diverse identità, nomi e documenti falsi prodotti da Joyce con cui hanno circolato per tutta Europa con l’Ovra alle calcagna ma non venendo mai scoperti. È davvero un’impresa eccezionale (e non l’unica), per cui alla fine Joyce ha ricevuto la medaglia d’argento per la lotta di liberazione.
Sì, lei stessa racconta la sua preoccupazione, la delicatezza di quel compito, la cura nel riprodurre firme, bolli, date, inventare nomi e identità, il timore che per un piccolo segno sbagliato qualcuno potesse essere catturato e ucciso, la solitudine nello sgabuzzino in cui lavorava. Ed è vero che questi aspetti della lotta, se vogliamo queste tecniche di guerriglia, restano sottotraccia nel racconto della Resistenza, in cui la figura del partigiano col mitra che sale in montagna è ovviamente in primo piano. Però è vero che negli ultimi anni si stanno anche recuperando le storie di tutti coloro i quali hanno appoggiato la resistenza in vari modi, dalle staffette (che in un esercito regolare sarebbero ufficiali di collegamento), alle persone che hanno comunque ospitato e fornito appoggio logistico, cibo, riparo: la stessa madre di Joyce, Giacinta, tornata nelle Marche, aveva continuato insieme al marito Guglielmo a fare lotta antifascista e per questo era anche stata mandata al confino in Abruzzo, all’età di 65 anni.

Nel suo libro scrive: «È interessante notare come il lavoro di Joyce memorialista, scrittrice, si componga e disponga alla rievocazione di figure femminili che sembrano minori ma che, a ben vedere, sono la rete minuscola (invero manco troppo minuscola) di quella solidarietà che ha permesso l’organizzazione della resistenza». La centralità delle donne è una tematica ricorrente nel lavoro di Lussu, sia come scrittrice che nella sua vita politica…
Joyce ha lavorato moltissimo per le donne (e anche per i bambini). Si è occupata della condizione femminile sempre, ma ancora di più quando subito dopo la guerra fa per qualche anno lavoro politico per il partito socialista. Quando arriva in Sardegna, nel ’44, comincia a girare per portar aiuti in una regione disastrata e si rende conto che esiste un mondo per lei sconosciuto; comincia allora a cercare il contatto con questa realtà e incontra donne sia attraverso la politica sia per una sua sorta di ricerca sul campo. Gira per tutta la Sardegna, scrive per Noi donne, è tra le fondatici dell’Udi, partecipa alle campagne elettorali del suo partito facendo molti comizi in quanto brava e lucida oratrice e anche come figura simbolo della Resistenza. Produce inchieste, coordina il lavoro politico di base, nelle sezioni, nei paesi più sperduti, insieme a compagne di altri partiti (il Pci ma anche la Democrazia Cristiana) organizza un convegno di donne a Cagliari in cui, per la prima volta, arrivano 3000 donne da tutti i villaggi della Sardegna per confrontarsi su lavoro, diritti, voto, scuola, strade, portare la loro esperienza, trovare soluzioni a problemi pratici e concreti sulle loro vite e le vite dei figli.
È un lavoro molto importante, che oggi diamo per scontato forse perché non ci ricordiamo o non sappiamo cos’era il paese prima, lontanissimi ormai dall’Italia di quegli anni, dalla vita che facevano le donne, sfruttate sul lavoro, pagate male, senza diritti sindacali, con i bambini che morivano di fame e facevano lavori pesantissimi, le bambine a servizio e i bambini ai pascoli con le greggi. In quegli anni sono stati fatti progressi enormi e Joyce è stata senz’altro una figura importantissima nel lavoro di ricostruzione del paese anche se quel tipo di azione politica, sul campo, di base, non viene messo abbastanza in risalto.

Le lingue sono state per Joyce Lussu sia strumenti di resistenza, durante la guerra, che di incontro appassionato con la traduzione. Ci può parlare un po’ della Joyce traduttrice e del suo metodo diciamo anticonvenzionale di approcciarsi al testo in lingue che non conosceva?
Joyce era poliglotta. Conosceva l’italiano, l’inglese, il francese, il tedesco, il portoghese. La conoscenza del tedesco l’ha aiutata a salvarsi – e salvare Emilio – una volta che erano stati fermati durante un tentativo di passaggio in Svizzera, il francese l’aveva aiutata quando era stata arrestata dopo aver fatto scappare i coniugi Modigliani. Dopo la guerra, quando comincia a girare per convegni internazionali sulla pace, la conoscenza delle lingue diventerà centrale per il suo lavoro di traduzione di poeti di lingue e letterature “minori” o comunque poco note in Italia.
Comincia quando incontra il poeta turco Nazim Hikmet (è lui a suggerirle di tradurre in italiano le sue poesie): Joyce non conosce il turco ma insieme elaborano un “sistema”, fatto di spiegazioni attraverso lingue terze, e che prevede la presenza del poeta – vivente, ovviamente – che spiega alla sua traduttrice parola per parola, verso per verso, le sue poesie e come vanno rese. Tra Joyce e Nazim c’è subito una forte intesa: Joyce si sente molto vicina a quel poeta esule, perseguitato, che ha conosciuto lunghi anni di carcere. Va in Turchia per conoscere i luoghi, la storia, incontra la moglie di Nazim, Munnever (anche lei traduttrice): arriverà a liberarla, perché Munnever è strettamente controllata dalla polizia turca in quanto moglie del poeta sovversivo, e questa storia di traduzione che diventa anche storia di liberazione ed evasione è tutta da leggere. Dopo Hikmet, Joyce comincia a cercare le poesie dei poeti africani, di paesi che in quegli anni stanno lottando per decolonizzarsi. Tradurrà poeti del Mozambico, dell’Angola, di Capo Verde, affiancando al lavoro poetico un lavoro politico molto importante, di solidarietà internazionale e diffusione di saperi. Il suo Tradurre poesia è per me un libro molto interessante, sia dal punto di vista politico (una sorta di diplomazia “poetica”, con leader rivoluzionari che spesso sono anche poeti) sia da quello linguistico. Tradurrà poeti curdi, albanesi, eschimesi, polacchi, facendo anche storia. È una prospettiva molto interessante, un’idea di traduzione davvero completa e molto originale.

Per concludere, una domanda su una questione che sta molto a cuore a Letterate Magazine, ovvero la scrittura delle donne. Lei ha scritto che «i libri delle donne li raccolgono le donne, nei luoghi delle donne. E li consultano soprattutto le donne». Si può definire questa “archeologia letteraria femminile” come un atto di resistenza all’erosione?
Questa delle scritture delle donne è una storia che mi sta molto a cuore. Ogni volta che entro in una biblioteca femminista – penso a quella dell’Unione Nazionale Femminile di Milano, la più antica credo in Italia, ma anche alla Fondazione Badaracco, alla favolosa Biblioteca delle Donne di Bologna, e tanti altri luoghi delle donne che ho avuto modo di conoscere negli anni – mi sembra di entrare nella stanza del tesoro. Mi sembrano un po’ delle miniere con vene ancora da scoprire, o riscoprire, depositi pieni di storie che ci sono state ma che ogni tanto in qualche modo perdiamo perché per tanti anni il mondo delle lettere non si è occupato abbastanza delle donne, per vari motivi, storici, di cui potremmo discutere. Questo fenomeno non riguarda solo la produzione letteraria, artistica, saggistica, è una caratteristica che riguarda, secondo me, in generale la storia delle donne: ci sono momenti in cui la società vive delle accelerazioni, delle vere rivoluzioni, che la portano avanti, molto avanti, e poi, magari per anni, la storia sembra fare una specie di giro e tornare indietro (poi in realtà non è così, non si torna mai veramente indietro ma magari tocca attardarsi a difendere le conquiste già acquisite e questo fa perdere un po’ di terreno). Le lotte delle donne attraversano la storia in maniera anche carsica, appaiono poi tornano sotto traccia, poi quando è il momento saltano fuori, sono molto dinamiche e costituiscono sempre una grande spinta per tutti. Ci sono ma a volte non si vedono. Se vogliamo, anche la storia di Joyce ha seguito un po’ questo destino, soprattutto dopo la sua morte, come talvolta capita quando muoiono gli scrittori (ma più spesso capita alle scrittrici). I libri per un po’ non si trovano, poi vengono ristampati, poi vengono messi a disposizione di chi quegli scritti e quella storia non la conosceva. Ho scritto questo libro anche per questo: per far conoscere Joyce, il suo libro, il suo pensiero, la sua esistenza generosa e coraggiosa.

 

Silvia Ballestra, “La sibilla. Vita di Joyce Lussu”. Laterza, 2022

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Amanda Rosso

Amanda è nata e cresciuta nell'entroterra ligure. Si è laureata in Comunicazione all'Università di Pavia e ora vive e lavora a Londra, dove frequenta un MA in Modern Languages and Comparative Literatures alla Birbeck University of London. I suoi racconti sono apparsi su "Narrandom", "Quaerere", "Malgrado le Mosche", e in alcune antologie online e cartacee, fra cui “Musa e getta. I racconti delle lettrici e dei lettori” (Ponte alle Grazie, 2021) e “Il corpo c'è” (Vita Activa Nuova, 2023). Ha co-tradotto la raccolta di racconti "Donne d'America" (Bompiani, 2022) a cura di Giulia Caminito e Paola Moretti.

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