La notte dell’infanzia

Amanda Rosso, 12 giugno 2023

Una donna sfoglia un blocco di post-it, 253 foglietti, che narrano luoghi e persone della sua vita. Leggendo con lei conosciamo le violenze che ha subito sin da bambina, dalla madre, dagli educatori… Ma ora ha una figlia e la speranza si accende. Ma resta la critica implacabile della complicità di tutti/e noi con la violenza

di Amanda Rosso

«Dieci anni quanti sono? Dieci anni sono tanti o pochi?» è la domanda ossessiva della protagonista di Senzanome (Giulio Perrone Editore) di Mirfet Piccolo. Chi ha diritto all’infanzia?

Incontriamo prima una bambina che ama lo spazio. Poi la sua mamma, che si muove nel mondo un po’ tremolante ma salda, osserva la figlia e la segue, passo dopo passo, fino al cortile della scuola: «visto che questa figlia nata in lei e da lei è diversa da lei, visto che è nuova, allora c’è speranza». Una speranza di parabole che non si incontrano mai, di distanze siderali fra l’infanzia della madre e quella della figlia.

La madre, «la donna che ha paura della notte», per lavoro scrive di vite che non sono la sua, e custodisce un blocco di post-it gialli in un cassetto che non vuole aprire. Accumulati uno sull’altro, si susseguono 253 frammenti di un’esistenza, raccontati con chirurgico disincanto. Come per le vite dei personaggi ricchi e famosi che aiuta a costruire, o inventate come le storie che la donna offre in pegno alla figlia, la protagonista raccoglie la testimonianza di vite marcescenti e invisibili.

Dieci anni quanti sono? Dieci anni sono tanti o pochi?

Prima è una bambina dai capelli crespi la cui esistenza è plasmata da mancanza e circostanze: la bambina che «non gioca» e «non mangia dolci», una madre con nove denti marci in bocca che la umilia e la frusta di notte con l’asta di gomma dello stendibiancheria, «ha lo sguardo arreso di chi non vuole essere salvato», una sorella dagli occhi «azzurri e belli come in giro non se ne sono mai visti» che sparisce presto, fagocitata dalle sabbie mobili di miseria e incuria. La prima infanzia trascorsa in un universo separato, la cascina, dove all’umiliazione quotidiana inferta dalla madre si accompagna uno zoppicante senso di comunità: «Ci sono bambini e bambine; padri che si improvvisano allevatori di vacche e conigli, e padri, questi forse la maggioranza, che sono altrove a scontare pene detentive mentre le mogli accudiscono la prole un po’ selvaggiamente perché, cosa vuoi, alla fine quel che sarà, sarà. Ci sono le sante e le puttane, tutte insieme, sedute lì, sotto il portico che le ripara dal sole, a rammendare i calzini ancora una volta bucati, o a rifare l’elastico della gonna che se n’è andato in malora.»

Poi una casa popolare, una gioia effimera che dura il tempo necessario alla madre per ambientarsi, il tempo di una moka che fischia prima di un’altra notte di botte e sputi, prigioniera di una periferia dove i palazzi «sono lunghe scatole scrostate che contengono uomini e donne con i loro figli maledetti» da cui «si può volare e non tornare».

Lo spiraglio di una famiglia affidataria, vacanze al mare, un «uomo burlone e una donna buona» e un pupazzo, Senzanome, che è l’unico nome che ci è dato conoscere. «Insieme ridono e lei si sente felice, eppure sa che c’è una scadenza. Tutto ha una scadenza, come i cartoni del latte e il latte andato a male non si può bere»; la bambina sa che le persone come lei, i bambini della cascina, sua madre e sua sorella sono in debito di gioia. Un debito che dovranno ripagare quadruplicato.

Dalla periferia all’orfanotrofio, alla comunità-alloggio, dove si consumano altri abusi, nell’omertà di chi occupa spazi marginali ed esercita il limitato, insufficiente potere per violare chi è invisibile e muto.

Chi ha diritto all’infanzia?, sembra domandarsi Piccolo in questo romanzo intriso di orrore che tuttavia si mantiene in equilibrio millimetrico grazie alla scrittura piana e precisa dell’autrice. L’importanza delle parole rimbalza dalle pagine a Piccolo, che riesce a invocare paure e traumi con una prosa asciutta e controllata, senza mai ricadere nel patetismo.

In un famoso racconto della scrittrice statunitense Ursula K. LeGuin intitolato Quelli che si allontanano da Omelas la città omonima è un luogo rigoglioso, di pace e prosperità, che si innalza irreale fra i tumulti del mondo. Ma a ben vedere, Omelas e i suoi abitanti si nutrono della sofferenza invisibile di un bambino prigioniero: «Tutti sanno che è lì, tutti gli abitanti di Omelas. Alcuni sono venuti a vederlo, altri si accontentano di sapere che è lì. Tutti sanno che deve stare lì.
Alcuni di loro comprendono perché, e alcuni no; ma tutti capiscono che la loro gioia, la bellezza della loro città, la tenerezza delle loro amicizie, la salute dei loro figli, la saggezza dei loro dotti, l’abilità dei loro fabbricanti, perfino l’abbondanza dei loro raccolti e il benigno clima dei loro cieli, dipendono interamente dall’abominevole infelicità di quel bambino».

Come l’infante di Omelas, anche la protagonista di Senzanome «piange senza farsi sentire perché sa che la sua voce non serve a niente», circondata da adulti abusanti, crudeli o semplicemente indifferenti. Come i bambini della cascina, che «piangono di rabbia quando nessuno li vede», la bambina, la ragazza e poi donna del romanzo è agnello sacrificale di un equilibrio antico, data in pegno perché donne con cappotti di cammello e uomini in giacca e cravatta possano ciabattare su marmi italiani e tappeti persiani.

Tutti sanno che c’è chi giace affamato sul fondo del pozzo.

Pur nell’impietosa descrizione di una donna crudele e sadica, Mirfet Piccolo ha saputo cristallizzare nella madre un’oppressione che attraversa le donne come lei dall’inizio dei tempi. Ce la racconta «piegata a lucidare i mobili di una casa non sua» dove «la pagano appena quanto basta per poter mettere qualcosa in tavola; sfrega stringendo la rabbia tra i denti marci, sfrega sempre». La rabbia, la vergogna e il risentimento la riempiono di bile fino agli occhi, i denti marci «sono la miseria corrosiva e la perdita della ragione, sono la notte buia che dura da tutta la sua vita». Una donna che non conosce amore e cura, in costante modalità di sopravvivenza, che non può tramandare alle figlie nulla se non ciò di cui conosce intimamente ogni anfratto: rabbia, odio e violenza. Una furia senza potere, senza protezione o direzione.

Dieci anni quasi undici, quanti sono? Sono tanti o pochi?

Nel 1969 Indro Montanelli, ospite del programma L’ora della verità di Gianni Bisiach, dichiarò di aver sposato una «bellissima ragazza Bilena di dodici anni». L’aveva «regolarmente sposata» ovvero «comprata dal padre» per 500 lire perché, aggiunse Montanelli, «in Africa è un’altra cosa». Fatima-Destà venne poi «ceduta» da Montanelli al generale Alessandro Pirzio Biroli che, spiega lui stesso in un’intervista con Enzo Biagi nel 1982, aveva un harem.

Per Montanelli, e per molti dei suoi sostenitori tutt’oggi impegnati a difendere un passato intoccabile perché impossibile da analizzare secondo i valori del presente, dove una bambina di dodici anni poteva essere considerata a tutti gli effetti una donna, l’infanzia di Destà non ha alcun valore. Una bambina è una donna se così desidera l’uomo che la possiede. Una bambina in una terra colonizzata, in un territorio di guerra, una bambina povera senza genitori attenti in una struttura creata per proteggerla non ha voce.

Alla violenza impotente della madre si sostituisce quindi quella più subdola degli operatori della comunità-alloggio, uomini che esercitano potere assoluto nel reame da incubo di bambini terrorizzati e inermi: «Quanto silenzio può esserci nella bocca di una bambina di dieci anni, e quanto sangue nella sua vagina?».

Condannata a lamenti muti e inascoltati, la bambina diventerà una «ragazza cupa» che «mente con un dolore muto: in fondo lei non vale così tanto e tutto si perderà perché tutto, dentro di lei, è in una condizione di sfacelo perenne in cui lei rimane a galla aggrappata ai detriti; si sente morire, nonostante quel cielo e quelle nuvole; se tu sapessi, pensa, ma non dice niente di tutto questo».

Mirfet Piccolo, nel vivisezionare le ferite della protagonista, costruisce un immaginario molto più complesso e articolato, un domino di trauma ereditato dalle generazioni precedenti, una maledizione che si consuma nelle relazioni intime, ma sopravvive grazie a un complesso sistema di disinteresse, oppressione e incuria. Un sistema che sembra ossessivamente interessato a dare la vita ma non a renderla dignitosa.

«La giovane donna adesso ha ventitré anni e vive con l’uomo che ha conosciuto alla festa. L’uomo non la prende a sberle, non le tira pugni, non usa il suo corpo e neppure lo ama, ma l’uomo-controllore conosce ogni password, ogni chiave di accesso alla sua vita»

Il circolo dell’abuso si rigenera ogni notte, ogni anno si nutre di nuove ossa frantumate e mancanze. La ragazza fugge a Londra, una città dove «Si può rinascere, si dice, ci si può reinventare», momenti in cui smettere di essere solo «quella bambina con la merda tra le labbra e tra le narici e tra le ciglia» e non sentire «più il dolore della sua vagina che sanguina».

Nell’ultima parte del romanzo, Piccolo accompagna la sua protagonista nei corridoi dei tribunali, nei salotti delle nostre case indifferenti, sulle pagine dei giornali. La bambina ammutolita diventa una donna inascoltata, immersa in un pantano dove il trauma deve contenere tutti gli elementi desiderabili per essere riconosciuto come tale, e la parola di chi sopravvive, da sola, non conta. Chi ascolta è prono all’empatia solo se a essere accusato non è uno di loro, uno con la reputazione e il potere, con gli avvocati e la legge, armi improprie: «Andrà così: loro, chi le ha fatto ciò che le ha fatto, erano parte di un’istituzione importante pronta a pagare un esercito di avvocati a tutela del prestigio del loro nome.

E sa cosa diranno i loro avvocati in tribunale? Le diranno una cosa terribile, e cioè che lei è solo una bambina nata in una famiglia povera e disagiata, e che quindi è in cerca di attenzioni e di popolarità, e non fa niente se lei ha lavo-rato duro per avere una vita onesta e dignitosa, non fa niente quanto ha lavorato e studiato e lavorato ancora;

ciò che ha fatto per arrivare sino a qui, la sua resistenza, il suo equilibrio ostinato, per loro non conteranno nulla; distruggeranno tutto quello che lei ha costruito pur di negare ciò che quelle persone le hanno fatto».

La responsabilità della violenza è collettiva, rimbalza come una pallina da tennis in fiamme fra chi abusa e chi giustifica, dalla notte nel dormitorio di una comunità-alloggio al comfort di una casa illuminata dal sole. L’oscurità degli altri tacciata come morbo endemico di una personalità disturbata invece che come sterminato territorio di sopraffazione sistemica:

«[…] è passato tanto tempo, non ci pensare più; ma sei sicura di ciò che è successo?; sono passati trent’anni, forse ricordi male; è anche colpa tua; avresti dovuto parlare subito; è colpa tua che sei andata a prendere la chitarra; mi sembra strano che tu lo dica proprio adesso; […] come ti vestivi da bambina?; sei sicura di non averlo provocato?; gli uomini sono deboli; le bambine sono sempre un po’ maliziose; secondo me ti sbagli.»

La donna allora parla; per difendersi, scrive e racconta, in un ultimo tentativo di ristabilire la propria presenza nel mondo, occupare lo spazio della sua vita. Raccontare per non «Uccidere la bambina e la madre della bambina e tutta la storia». Inventa il passato e se stessa per sopravvivere. Le storie che legge, preziose compagne di miseria, e quelle che poi scriverà, racconterà alla figlia di un passato dai colori pastello, cura e tenerezza, come fuga e come strumento di emancipazione: «La figlia domanda; la madre crea e ricrea, confeziona e perfeziona ricordi-souvenir di se stessa, e negli anni è diventata così brava che talvolta anche lei dubita, in fondo in fondo, che le cose non siano davvero andate in quel modo». Perché se può immaginare qualcosa di diverso allora può esistere.

Nell’invocare per sua figlia un’altra infanzia, la donna che è sfuggita a ogni previsione di sventura e rovina, che ha imparato la cura e l’amore, custodisce il germe di una maternità che contraddice ogni pronostico e genera possibilità: «avrebbe avuto modo di insegnarle subito che bisogna resistere alle condanne preventive, quelle della culla, quelle di chi ti dice tu sei nata nel niente e quindi vali niente, tu sei stata vittima e quindi il tuo destino è essere carnefice».

La notte dell’infanzia non è un destino.

Mirfet Piccolo, Senzanome. Giulio Perrone Editore. 2022, Roma

U.K. LeGuin, Quelli che si allontanano da Omelas, in “I dieci punti cardinali”. Editrice Nord. Traduzione di Roberta Rambelli, Milano 2004

Indro Montanelli intervistato da Gianni Bisiach a L’ora della verità, 1969

Indro Montanelli intervistato da Enzo Biagi per Io ti saluto, vado in Abissinia, 1982

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Amanda Rosso

Amanda è nata e cresciuta nell'entroterra ligure. Si è laureata in Comunicazione all'Università di Pavia e ora vive e lavora a Londra, dove frequenta un MA in Modern Languages and Comparative Literatures alla Birkbeck University of London. I suoi racconti sono apparsi su "Narrandom", "Quaerere", "Malgrado le Mosche", e in alcune antologie online e cartacee, fra cui “Musa e getta. I racconti delle lettrici e dei lettori” (Ponte alle Grazie, 2021) e “Il corpo c'è” (Vita Activa Nuova, 2023). Ha co-tradotto la raccolta di racconti "Donne d'America" (Bompiani, 2022) a cura di Giulia Caminito e Paola Moretti. Fa parte dell'attuale direttivo della Società Italiana delle Letterate.

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