Nonne ribelli

Amanda Rosso, 12 maggio 2023

Tredici donne anziane sono le protagoniste dei racconti che compongono “Spazzolare il gatto”, esordio letterario della ottuagenaria Jane Campbell, edito in Italia da Edizioni di Atlantide e tradotto da Federica Bigotti. Sono storie di fantasmi, amori impossibili, robot filosofi e morti spettacolari. Al centro i corpi delle donne e i loro desideri.

di Amanda Rosso

“La gatta e io stiamo imparando il processo di espropriazione. Invecchiare è spesso descritto come un accumulo, di malattie, sofferenze, rughe, ma è in realtà un processo di espropriazione, di diritti, di rispetto, di desiderio, di tutte quelle cose che una volta possedevi e di cui godevi con tanta naturalezza”
Jane Campbell, Spazzolare il gatto

«La voglia di un vecchio è disgustosa ma la voglia di una vecchia è peggio» esordisce Susan, la protagonista del primo racconto della raccolta di Jane Campbell, Spazzolare il gatto, edita da Edizioni di Atlantide con la traduzione di Federica Bigotti. Desiderio inconfessabile e irrinunciabile, quello di Susan, anziana ospite di una casa di riposo, per Miffy, la giovane infermiera che le cambia una lampadina. Fin dalle prime righe del suo superbamente indecoroso esordio, l’ottuagenaria Campbell, che ha sempre scritto per sé ma non aveva mai pubblicato nulla, sguscia via dalle aspettative che l’editoria, e la società, custodiscono per le anziane scrittrici: nei tredici violenti, ironici, seduttivi racconti che mescolano generi e rigettano classificazioni, le protagoniste di Campbell si muovono fra l’Inghilterra, il Sud Africa e le isole Bermuda, fra case di riposo, scompartimenti di prima classe, ristoranti di lusso e camere ardenti.
Il sesso e il desiderio attraversano la narrazione come una sottile corrente: dagli amplessi deludenti di Susan, in Susan e Miffy, «aveva attraversato tra ansimi e grugniti trent’anni di accoppiamenti coniugali, come immaginava facessero tutte le donne, perché davvero, a che serviva il sesso?», ai ricordi erotici della protagonista di Spazzolare il gatto, racconto che dà il titolo alla raccolta, «E poi, inevitabilmente, mi vengono in mente gli altri esercizi in cui le mie cosce venivano coinvolte un tempo», fino alla nostalgia per un vecchio amante che spinge Linda ad avventurarsi alla ricerca di quelle sensazioni perdute in Lamia, «Come si sentiva potente. Non si era sentita più così da quando Malik le aveva spinto la testa sul pavimento con la forza e il veleno dei suoi baci», il corpo e i suoi umori puntellano la narrazione. Il corpo, che smette di essere desiderato e diventa a tratti armatura difettosa a tratti strumento di macabra emancipazione – come nel racconto Il Graffio, dove Nell rivendica finalmente la sua individualità e si riappropria del corpo tramite il suicidio – è oggetto di scherno e ricettacolo di paure altrui, ma restituisce a chi legge un ritratto accurato dello sguardo obliquo e pigro di cui le donne anziane sono oggetto: le tredici protagoniste sono vecchie, come si vedono e percepiscono rispecchiando con crudeltà lo sguardo che le osserva, rugose, corpulente, sottili, crudeli, distaccate, razionali, fragili, appassionate e vendicative. Sono donne borghesi che agli occhi di chi le circonda hanno ormai esaurito la loro funzione primaria, quella riproduttiva e di cura. In Spazzolare il gatto, alla sessualità robusta e spericolata della giovinezza si sostituiscono una gatta siamese e i ferri da calza, in Susan e Miffy i figli non riescono nemmeno a immaginare che la madre possa trarre piacere dalle carezze di una donna più giovane anziché attendere con lacrimosa commozione l’avvento del suo primo pronipote: «Che peccato, dicevano tutti, che non avesse vissuto abbastanza da vedere il suo primo pronipote. Le avrebbe dato qualcosa per cui vivere».
Il privilegio delle protagoniste, donne facoltose, educate in scuole prestigiose, dalle carriere e le famiglie apparentemente invidiabili, offre una prospettiva quasi inaudita della vecchiaia, quella di una solitudine che viene negata, una compagnia imposta da una famiglia e una società ansiose di rimpolpare vite che percepiscono come ormai votate all’oblio. Nei racconti Fantasmi del lockdown e Shopenhauer e io la tecnologia viene impiegata per imbrigliare gli anziani in una servizievole dipendenza, una compiacente invisibilità: «Ci sono degli articoli strazianti scritti ultimamente dove ci si domanda se questa sia vita o semplicemente non-morte. In altre parole, ne vale la pena?». La cautela e la protezione quasi autoritaria che nega agli anziani ogni possibilità di solitudine è l’ottenebrante ageismo di chi percepisce la vecchiaia solo come l’anticamera della morte. Ma è proprio in Shopenhauer e io che la contraddizione fra cura e invisibilizzazione si fa più definita e l’asciutta ironia delle protagonista decostruisce proprio il paradosso della solitudine: Martha è ossessionata dalla morte del suo levriero Hobbes per cui incolpa la struttura in cui si trova, che si oppone alla presenza di animali domestici ma offre invece robot da compagnia: «Mi ero forse avventurata inconsapevolmente in una relazione a vita con la peggior specie di minaccia totalitaria, impermeabile alla ragione, insensibile alla mia sofferenza, indifferente al conflitto, e le avevo permesso di impedirmi di piangere? Probabilmente sì». Il robot si fa quindi osservatore inanimato e carceriere, e Martha la sua cavia da laboratorio: «Avendo raggiunto la ragguardevole età dei settanta e più e avendo con successo sciolto i nodi di un certo numero di sgradevoli alleanze, ci ritrovavamo adesso a dover affrontare di nuovo quell’atroce esperienza di essere da soli in una stanza con una persona che non poteva né vederci né sentirci e che però possedeva il potere di determinare come dovevamo comportarci?» La ribellione di Martha e quella delle sue compagne di viaggio non è solo un capriccio ma la rivendicazione di una complessità volitiva e desiderante, che non accetta la pacificazione forzata di una partita a carte e un robot da compagnia.
Ammansite, incomprese, accantonate e relegate alla noia sferruzzante da famigliari distratti, le tredici protagoniste di Spazzolare il gatto operano minuziosi e quasi ineffabili atti di ribellione in cui ripescano dalla poltiglia omogeneizzata delle aspettative altrui individualità scomode e roboanti, talvolta quietamente sovversive, come nel caso di Gentilezza, in cui sotto l’apparenza tranquilla di una comunità balneare, l’aggressivo Bruto e il suo viscido padrone conosceranno le ire di una macchinosa pensionata.
Campbell non ci consegna personagge consciamente emancipate e ribelli, stereotipi pre-digeriti di eroine moderne che rivelano un’autocoscienza fermamente schierata e illuminante, ma donne immerse in un tempo storico e sociale che ne ha partorito le insicurezze e le crudeltà, ne ha nutrito il senso di competizione e ferito lo spirito. L’acutezza del loro sguardo non le protegge dalla visione pervasiva di se stesse come superflue e sprovvedute, smemorate e attempate, e in quel territorio di negoziazione Campbell rivela non solo il proprio talento di narratrice, ma anche la sua affinità anagrafica e di classe con le protagoniste, che le permette di esplorare con sarcastica iconoclastia la relazione fraudolenta fra la vecchiaia e la sua rappresentazione.
L’autrice reclama infatti per le sue protagoniste il privilegio di essere messy women, donne incasinate – una prerogativa che fino a ora apparteneva solo alle donne giovani e in qualche modo desiderabili – con lo stesso diritto alla sensualità così come alla crudeltà.
Attraverso una lingua piana ma evocativa, a tratti brutale, asciutta e ironica – che la traduzione italiana di Federica Bigotti riesce a restituire pienamente – Jane Campbell riesce a vivificare le contraddizioni, le peculiarità, i vizi, i traumi e le solitudini di donne complesse, senza relegarle al ruolo di matrigne, fattucchiere o bisnonne, e restituendo a Susan, Martha, Nell e le altre il diritto al desiderio, la vendetta, l’immaginazione ma soprattutto all’insolente e gloriosa vitalità della vecchiaia.

“E il fatto che loro si capissero era fondamentale perché ciascuno per proprio conto aveva ormai sviluppato l’abitudine a considerare che per la società, e in particolare la famiglia, la propria vita interiore, intellettiva ed emotiva e, si potrebbe aggiungere, psicologica, era inesistente. Come se al sopraggiungere delle rughe e una certa incertezza nell’equilibrio seguisse la cancellazione di ogni pensiero, di ogni significato, di ogni speranza, di ogni ambizione, di ogni (lui le disse molto più avanti) passione.”
Jane Campbell, 183 Minuti

Jane Campbell, Spazzolare il gatto. Edizioni di Atlantide, 2023. Traduzione di Federica Bigotti

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Amanda Rosso

Amanda è nata e cresciuta nell'entroterra ligure. Si è laureata in Comunicazione all'Università di Pavia e ora vive e lavora a Londra, dove frequenta un MA in Modern Languages and Comparative Literatures alla Birkbeck University of London. I suoi racconti sono apparsi su "Narrandom", "Quaerere", "Malgrado le Mosche", e in alcune antologie online e cartacee, fra cui “Musa e getta. I racconti delle lettrici e dei lettori” (Ponte alle Grazie, 2021) e “Il corpo c'è” (Vita Activa Nuova, 2023). Ha co-tradotto la raccolta di racconti "Donne d'America" (Bompiani, 2022) a cura di Giulia Caminito e Paola Moretti. Fa parte dell'attuale direttivo della Società Italiana delle Letterate.

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