VARCARE CONFINI 11. CLAUDIA BRUNO

Amanda Rosso, 17 aprile 2023

Le strade di Londra non sono lastricate d’oro

Da Roma alla capitale inglese, Ludovica sperimenta l’angoscia esistenziale di una generazione e scoperchia le aspettative della migrazione come opportunità per rivelarne le incrinature. In “Sola andata” il percorso di una giovane donna alla ricerca di se stessa

Di Amanda Rosso

La prima volta che sono andata a Londra è stata anche l’ultima. A caso, come assillata da una colonia di formiche sottopelle, sono partita.

All’inizio di un febbraio di piogge torrenziali, i miei genitori mi hanno affidato un piumino d’oca che usavano per andare a sciare, due cambi di lenzuola e calzettoni di lana, come se invece che in una metropoli europea mi stessi trasferendo in Alaska.

A Londra c’erano tredici gradi e non pioveva. Ho aspettato sotto l’orologio alla stazione di Victoria che le mie amiche venissero a recuperarmi, sudando nel mio piumino-sauna a ogni sussulto della Circle line fino a Paddington. Era il Capodanno cinese e il ristorante a China Town dove abbiamo cenato quella sera avrebbe chiuso i battenti dopo una settimana. Non potrei fare una lista delle dieci cose da fare a Londra, perché probabilmente non le ho fatte. Ma conosco a memoria certe placche sulle panchine di Hyde Park, i bagni dei teatri dove nessuno ti chiede di consumare, e le traiettorie meno battute dai turisti, passeggiate di chilometri ininterrotti sulle High Street di marciapiedi, corner shops e negozi che chiudono per fare spazio a un altro Pret a Manger.

Quando Ludovica, la protagonista di Sola andata, il romanzo di Claudia Bruno per NN Editore, racconta dei suoi milioni di passi evanescenti, riconosco i luoghi di Londra che appartengono ai non visti, i non luoghi di passaggio in cui scomparire.

«Mi sembrava che camminassimo da sempre, che da quando ero arrivata a Londra non avessimo fatto altro che camminare. E avrei voluto lasciarmi cadere al centro della strada, gridare che dovevamo tornare al cantiere, alle corse in macchina che ci portavano al mare, invece non facevo che seguirlo come avevo fatto sempre».

Ludovica ha seguito a Londra Cristian, l’amore che credeva potesse tenerla insieme, attribuirle un senso. Ciò che scoprirà, nei sotterranei e sulla cima dei grattacieli, è l’assenza di senso.

Il romanzo è suddiviso in cinque parti, Miraggio, Diagrammi, Ore Doppie, Labirinto e Paludi, moti ondosi in cui i personaggi si avvicinano e si allontanano: Ludovica e Cristian – lui fa il ricercatore in campo medico, lei cura le didascalie per un istituto enciclopedico –  hanno comprato casa in una zona in via di edificazione a Roma, un progetto di vita che, anziché donare alla coppia l’agognata stabilità, rimane un cantiere aperto.

La casa, soprannominata appunto il cantiere, è «una collezione di inizi, ogni volta che sollevavo da terra un ammasso di scatole mi ritrovavo a gridare davanti alle zampe filiformi di una scutigera», un luogo in potenza che mette in luce le difficoltà della relazione, e quelle di Ludovica, che fra gli spigoli di una casa in perpetua costruzione si trova a fare i conti con la sua identità: «A volte avevo l’impressione di non saper neppure ricordare chi ero stata prima d’incontrarlo. Lo rintracciavo in ogni giorno che strato dopo strato si era depositato sul mio perimetro interno». L’arrivo della gatta cieca Ombra sembra restituire una parvenza di solidità, «Cristian aveva aggiustato me, Ombra aveva aggiustato noi. Chi ci avrebbe riparati adesso?», finché a Cristian viene offerto un posto di ricercatore a Londra e Ludovica dovrà decidere se rimanere sola al cantiere o raggiungerlo, e forse scoprirsi sola nella metropoli.

Quello di Claudia Bruno è un romanzo sulla precarietà, sulla distanza e sulla frammentazione, ma è anche un ritratto lucidissimo della città, la migrazione, l’invisibilità e le sue escoriazioni. Né favola né mero incubo, Sola andata si colloca in un filone letterario che eviscera le ipocrisie dell’emigrazione per rivelarne le intersezioni con il sistema, economico, politico e individuale, dove l’equazione cervelli in fuga + estero = successo lascia invece spazio al conflitto, e dove la risoluzione finale non sempre è un assestamento ma talvolta solo una serie di scosse.

«In mezzo a quel fluire di esistenze mi preparavo a diventare un ologramma – potevo anche essere A e sostenere di essere C, chiunque mi avrebbe creduto. Ma non era questo il punto, il punto era che a nessuno importava davvero.»

Londra non è solo il teatro dei vagabondaggi di Ludovica, ma è limite e possibilità, e soprattutto amaro promemoria di una serie incalcolabile di variabili che titillano le sue ossessioni; Ludovica compila quaderni, Postulati, Frasi tradotte e Convergenze, che le restituiscono una fotografia minuziosa delle sue angosce e i suoi rituali, sguardi su una realtà che cerca di tenere insieme e a cui, inesorabilmente, si abbandona: «nel corso dei mesi mi ero abituata a smaltire nel sonno le tragedie del mondo», scrive, «le disgrazie si accumulavano tutte intorno alle nostre giornate come lo sporco sulla superficie dei mobili che ormai non ci preoccupavamo più di spolverare». L’attesa della fine e dell’inesorabile scandiscono le sue notti solitarie al cantiere, e l’accompagnano in un bagaglio a mano avanti e indietro fino a Londra.

A casa, il teatro delle sue angosce era popolato dall’assenza del padre, sempre in viaggio alla ricerca di qualcosa rimasto in sospeso, la superstizione della madre, che coniuga l’interesse per l’esoterico con un pessimismo cosmico, la nonna Inge, la vicina di casa Morgana, che si abbandona al criptico potere salvifico di uno schema piramidale, ma a Londra quell’inseguimento di sé senza fiato la costringe a confrontarsi con la nudità. Ognuno dei personaggi di Sola andata rivela le straordinarie incongruenze dell’ordinario, che Claudia Bruno riesce a inanellare grazie a una scrittura sontuosa e polimorfica che attinge da un universo enciclopedico di linguaggi ed esperienze.

L’incontro di Ludovica con l’inglese colloquiale della capitale rivela in lei fragilità di chi si approccia al mondo con un bisogno spasmodico di precisione e si imbatte nel caos; l’idioma cambia, e scoprire chi siamo in un’altra lingua è spesso la melodia tragicomica della migrazione:

«La lingua che avevo studiato a scuola era un’altra, fatta di parole che iniziavano e finivano, qui nessuna parola iniziava e nessuna finiva, andavano tutti di fretta e nessuno si sarebbe messo a scrivere sul mio quaderno per farmi vedere che forma avesse una frase».

Per una persona che anela all’esattezza, alla corrispondenza perfetta fra forma e contenuto, significante e significato, l’incontro con l’insondabile molteplicità di una lingua non può che rivelarsi traumatico: «mi ero convinta che raccogliere una lista di princìpi mi avrebbe avvicinata alla risoluzione del problema che era diventato la mia vita». Non è un caso, trovo, che una delle citazioni dell’esergo sia dell’artista neo-concettuale Jenny Holzer, nota sia per le sue installazioni metropolitane che per il suo interesse per i diagrammi, la fisica, e i concetti complessi, riprodotti a mano libera nella collezione Diagrams del 1976. La costante tensione fra il fisico e il metafisico sembra accomunare Holzer e Ludovica, che in questa energia irrisolta muta forma ed essenza. Il viaggio dell’eroina si compie da un luogo famigliare a l’ignoto, ma soprattutto dalla sofferta ricerca della precisione al delirio mistico.

Londra è prima luogo di sdoppiamento, dove i viaggi rubano e regalano ore, e poi luogo di dissoluzione, quella definitiva delle certezze ma anche dell’identità: «Al centro delle superfici riflettenti, davanti alle porte scorrevoli dei centri commerciali, non mi trovavo più – era la prova che stavo sparendo». La dissoluzione però non è sinonimo di rovina, ed è uno degli elementi che ho trovato più interessanti di Sola andata: Ludovica, voce narrante del romanzo, è una survivor che scoperchia le aspettative della migrazione come opportunità (sempre entro i confini della famiglia nucleare borghese) per rivelarne le incrinature e le possibilità di esistere al di fuori del concetto normativo di stabilità.

La vita quotidiana della metropoli si consuma dietro a porte chiuse, negli scantinati, nei retrobottega e nei luoghi di lavoro molto più che nei suoi musei, monumenti e negozi, e i suoi abitanti vivono esistenze precarie dalla moralità incongrua, traballante, sull’orlo della disoccupazione e la bancarotta.

Attraverso le vicissitudini di Ludovica e il suo viaggio di dissoluzione, Bruno riesce a raccontare una generazione in equilibrio fra il superomismo e la depressione, che è sì costretta a mettere in discussione i valori dei genitori, ma nel farlo rivendica nella disintegrazione una epifania identitaria.

L’isolamento iniziale della coppia nel luogo/non luogo del cantiere, a Londra si arricchisce infatti di un corpus di personaggi umani e non umani che scardinano il monismo esistenziale di Ludovica e Cristian per ampliare possibilità di esistenza più fluide. Nelle relazioni a due la protagonista sembra infatti alla ricerca di una guida, di un guru spirituale più che di un partner: «Ci sono persone che nascono intere, io mi ero costruita intorno a un vuoto», «La mia vita mi era apparsa come una successione di intervalli in cui non avevo deciso niente».

Alla ricerca di una esistenza di coppia salda, Ludovica contrappone una catarsi individuale che passa attraverso il corpo, che da luogo di malanni e soppressione degli istinti si fa carne e dolore, umori, odori e sapore: «Non riuscivo più a trovare una definizione esatta a cui aggrapparmi, non esisteva alcuna formula che avrebbe potuto aiutarmi».

Dall’annullarsi del corpo come una appendice della relazione, Ludovica riscopre il corpo come luogo sensoriale e centro nevralgico dell’identità.

«Penso spesso all’amore come a un incidente, mangio soprattutto zuccheri complessi, canto sempre sottovoce. Guardo il cielo con le mani sopra il cuore, come fanno i ciechi, mi ricordo sempre le parole.»

Nelle budella intossicate della città crudele, Ludovica si abbandona al caos, alla consistenza filamentosa della tragedia che non è più imminente ma presente: «Mi chiedono perché sono rimasta, perché non me ne sono andata, ogni volta invento una scusa diversa ma la verità è che non so più tornare da nessuna parte. La città mi trattiene come un precipizio».

In Sola andata Claudia Bruno ha saputo cogliere l’angoscia esistenziale di una generazione senza volersi fare portavoce del disagio collettivo, ma scandagliando l’esistenza di una donna che è sempre una possibilità, il percorso in potenza di chi parte per non tornare, una alternativa.

Ogni viaggio è per sua natura un non ritorno, una trasformazione essenziale, un invito alla nostalgia. Il passato assume contorni di acquerello e bozzetto, il potenziale inespresso si fa maledizione e condanna, il futuro incerto un incubo da cui sfuggire in un bozzolo di ricordi tiepidi e luminosi.

Dai cerchi e le spirali tracciate sui quaderni, alla gatta Ombra, i quadri comprati sulle bancarelle della nonna Inge, la superstizione della madre e i viaggi in Alaska del padre di Ludovica, i prodotti per pulire della vicina di casa Morgana, le gomme da masticare della collega Darla e una carta dei tarocchi sul frigo, Solo andata fa della catastrofe il centro nevralgico di una riscoperta, dell’incertezza una possibilità, della frammentazione un’epifania.

«Credo che l’unica strada che abbiamo non sia una linea retta e nemmeno una circonferenza. Che dietro i nostri occhi c’è un nastro che gira e non si ferma mai. Più il passato si restringe più il presente si allarga, più il buio si mangia le ore più i ricordi brillano».

 

Claudia Bruno, “Sola andata”. NN Editore, Milano 2023.

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Amanda Rosso

Amanda è nata e cresciuta nell'entroterra ligure. Si è laureata in Comunicazione all'Università di Pavia e ora vive e lavora a Londra, dove frequenta un MA in Modern Languages and Comparative Literatures alla Birkbeck University of London. I suoi racconti sono apparsi su "Narrandom", "Quaerere", "Malgrado le Mosche", e in alcune antologie online e cartacee, fra cui “Musa e getta. I racconti delle lettrici e dei lettori” (Ponte alle Grazie, 2021) e “Il corpo c'è” (Vita Activa Nuova, 2023). Ha co-tradotto la raccolta di racconti "Donne d'America" (Bompiani, 2022) a cura di Giulia Caminito e Paola Moretti. Fa parte dell'attuale direttivo della Società Italiana delle Letterate.

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