INTERVISTA. L’amore è una gran macedonia

Amanda Rosso, 21 febbraio 2023

Tra battibecchi e incomprensioni, Rebecca vive accanto al marito Leopoldo, fine intellettuale. Eppure non è felice, ma fatica ad ammetterlo. A risvegliarsi e prendersi la sua vita in mano. Il nuovo romanzo di Emma Saponaro “Se devo essere una mela”

Di Amanda Rosso

 

C’è sempre una camicia a quadri. O una pasta scotta, o forse un appuntamento con il dentista nella vita delle coppie sposate. Per Rebecca e Leopoldo le giornate trascorrono fra battibecchi e frustrazione, insofferenza e solitudine. Ma nel nuovo romanzo di Emma Saponaro “Se devo essere una mela” la protagonista si imbarca in un viaggio che comincia e finisce con la sua voce, quella di chi, finalmente, si racconta.

Emma Saponaro, qual è stato il percorso del romanzo? Come è nata e come si è evoluta Rebecca?

Ho iniziato a scrivere questo romanzo, dapprima con il titolo “Il cervello sofisticato”, qualche anno fa, mossa dall’intento di dare voce alle confidenze ricevute da alcune donne più o meno in crisi o comunque smarrite nella coppia e trattenute da una dipendenza psicologica o economica, a volte pesantemente oppresse. Rebecca incarna ciò che siamo o possiamo essere e in lei, anche se in minima parte, ognuna di noi potrebbe specchiarsi. Man mano che la scrittura procedeva, non ho potuto fare a meno di cambiare il titolo. Perché mai, mi sono chiesta, devo dare tutto lo spazio a questo marito arrogante e prepotente? Così ho cambiato in “L’amore sghembo”. Andando avanti, ero sempre più in Rebecca e più scrivevo più mi sentivo soffocare, opprimere, umiliare. Avevo bisogno di qualcosa per farle prendere consapevolezza della sua condizione di sudditanza. L’evento scatenante è stato banalissimo, eppure ha risvegliato in lei l’amor proprio, la voglia di riprendersi la sua vita. Giro la frase. Rebecca reagisce a un evento banale e inizia il suo viaggio verso la libertà. Forse così è più comprensibile che in lei fosse già in atto una rivoluzione interiore. E da qui inizia il suo viaggio verso la consapevolezza. Non scrivo quasi mai una scaletta o un soggetto prima di iniziare a scrivere. Parto da una idea e piano piano la sviluppo in una trama che sembra già essere nel personaggio. Nel caso di Rebecca, era talmente evidente e intensa la richiesta di aiuto che è stato facile seguirla.
L’incipit, vorrei dirlo, è stato per me una sfida. Nelle scuole di scrittura la prima cosa che insegnano è di non iniziare mai un romanzo con la classica frase “C’era una volta” e così io ho fatto.

Leggendo il libro, correggimi se sbaglio, ho individuato molti elementi della commedia romantica, dal viaggio dell’eroina all’uso di umorismo e ironia come strumenti narrativi principali. Una storia d’amore in cui Rebecca si innamora di se stessa?

Certo, non vorrei correre il rischio di pensare a Rebecca come a una narcisista, ma il suo percorso, come hai ben detto tu del viaggio dell’eroina, nasce dal suo risveglio e prosegue con la voglia di esplorare e conoscere chi è e cosa vuole. Dovremmo tutte seguire l’esempio di Rebecca, e se riuscissimo a fermarci, ascoltarci e capire se ci siamo impegnate per realizzare le nostre aspirazioni; ecco, già questo significherebbe volersi bene.

Sempre rimanendo nel tema del viaggio dell’eroina…qual è il ruolo della filosofia, e specialmente l’incontro con alcuni fra i più importanti filosofi e pensatori della tradizione occidentale?

L’idea di questo romanzo, come ho detto, nasce dal voler dar voce alle storie di tante donne. Che poi si possono riassumere in un’unica storia: la condizione della donna nella società contemporanea occidentale è ancora, purtroppo, agganciata a decisioni maschili, a prepotenze maschili. I femminicidi sono una prova di quanto il maschio non accetti le scelte femminili. Il maschio si sente ancora intoccabile, inarrivabile. È un tema scottante, che suscita rabbia, indignazione, frustrazione. Così ho pensato: come sarebbe bello essere ascoltate e comprese. La filosofia è volontà di conoscere, è pensare, ma soprattutto è volontà di comprendere il pensiero altrui. Rebecca si confronterà con questi personaggi perché ha deciso di mettersi in discussione e di conoscersi. Arriverà non solo ad abbandonare l’insicurezza, ma addirittura a competere con Platone o Aristotele e criticarli, arrabbiarsi. Perché la filosofia è stata fatta solo da uomini e il pensiero che ci viene insegnato è improntato su quello maschile.

Il personaggio di Leopoldo, o Leo o Poldo che dir si voglia, è molto originale. Ho apprezzato specialmente la scelta di non renderlo uno stereotipato marito abusivo monodimensionale, ma un uomo colto e intelligente, rispettato, che però è anche arido e miope, frustrato, in conflitto con se stesso. Un uomo qualunque che rende la vita della moglie soffocante e insopportabile…

A volte l’idea che ci facciamo di una persona autorevole è sbagliata perché vediamo solo il suo lato migliore. The Dark Side of the Moon viene citato non a caso. Cosa c’è dietro la facciata? Come sarà quest’uomo con la moglie, con i figli, con gli amici? Leopoldo aveva un bel pensiero, ma semplicemente non era il suo. Un cliché di tante persone, uomini e donne, che vivono comodamente nel loro divano seguendo uno schema il più possibile omologato, che permetta quindi l’approvazione sociale. Poi sono altro, e questo per me è drammatico.

Vorrei espandere qui un concetto che ha grande rilevanza nel romanzo, ovvero il concetto di potere che viene esaminato sia a livello personale nelle relazioni dei personaggi, ma soprattutto a livello culturale, nell’incontro con i filosofi. C’è una critica a un certo tipo di sudditanza verso l’intellettuale, il Padre archetipico, mi sbaglio?

Non lo so, sinceramente, se si tratta di critica. Ho voluto solo trasmettere alcune sensazioni che le donne vivono quando decidono di riprendersi la loro vita, perché non sono più disposte a sopportare le prepotenze se non le umiliazioni di un uomo. E cosa sono prepotenza e umiliazioni se non già violenza psicologica? Già un marito professore universitario è ingombrante. Quando la donna inizia a intraprendere un percorso di liberazione, per quanto lo possa desiderare, deve fare i conti con le difficoltà, con gli ostacoli esterni ma anche interni. Si sente fragile, insicura, indecisa. Ce la farò? Cosa mi capiterà? Inizialmente non vede via d’uscita. Molte si reprimono e continuano a vivere in un rapporto fondato sull’indifferenza. Il Padre archetipico incombe, hai ragione, ed è difficile liberarsene, ma ce la faremo. Le donne si stanno svegliando e iniziano a capire che bisogna sovvertire il significato trasmesso dalle favole alle quali non credono più: la donna si realizza solo se arriva un bel principe azzurro.

Sia la rete, intesa come il web ma anche come una rete di relazioni, che le passioni giocano un ruolo cruciale nella narrazione: la capacità di Rebecca di trasformare un interesse vissuto in solitudine in una comunità è un elemento importante, trovo. Si dicono molte cose della rete, dei pericoli e le storture della vita sociale online, ma si parla poco della capacità connettiva delle comunità online, specialmente quelle che si riuniscono attorno a interessi comuni. Qual è il ruolo della rete nell’emancipazione di Rebecca?

Rebecca a un certo punto del suo cammino si rende conto che non ha amici né amiche e che quelle che credeva tali in realtà non sono altro che semplici conoscenze. Si sente ancora più sola ma contemporaneamente ha voglia di esplorare la rete e di conoscere i follower del suo blog. Diventa quasi Alice nel Paese delle Meraviglie, tante cose riesce a fare: dal guidare per la prima volta l’auto del marito da sola (anche se ancora di nascosto da Leopoldo), sperimenta anche… non vorrei spoilerare, ma insomma ne combina con la rete, no!? Quindi, direi che la rete per Rebecca è stata la salvezza ed è decisiva per il suo reinserimento sociale.

Nel romanzo scrivi: «per me la vita da mezza mela è la miglior risposta all’amore. Visto che, a detta di Plato, l’amore è impossibile da raggiungere, si continua a vivere nell’immaginazione, nelle fantasticherie sull’amore e su tutto che di più bello esso possa offrire senza la delusione di un amore vero ma monco. Insomma, una mezza mela è in fin dei conti costantemente tesa verso l’amore ed è questo che non marcisce, no? Che grande macedonia l’amore».
Potresti dirci qualcosa di più su questo concetto, penso chiave, del romanzo?

Questo passo è importante perché Rebecca si sta chiedendo cos’è l’amore. Sta seguendo le idee di Plato (Platone) e le piace credere che l’amore sia quel sentimento intoccabile che non debba mai realizzarsi, perché una volta materializzato perderà di intensità e di valore.
Ma vedremo anche come Rebecca confuta questo stesso concetto, e il titolo ci dà proprio l’incipit della sua teoria. Perché, amiche mie, se fosse Rebecca ora a rispondere direbbe: “Se devo essere una mela, voglio essere intera!”

Emma Saponaro, “Se devo essere una mela”. Les Flâneurs Edizioni, 2022

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Amanda Rosso

Amanda è nata e cresciuta nell'entroterra ligure. Si è laureata in Comunicazione all'Università di Pavia e ora vive e lavora a Londra, dove frequenta un MA in Modern Languages and Comparative Literatures alla Birbeck University of London. I suoi racconti sono apparsi su "Narrandom", "Quaerere", "Malgrado le Mosche", e in alcune antologie online e cartacee, fra cui “Musa e getta. I racconti delle lettrici e dei lettori” (Ponte alle Grazie, 2021) e “Il corpo c'è” (Vita Activa Nuova, 2023). Ha co-tradotto la raccolta di racconti "Donne d'America" (Bompiani, 2022) a cura di Giulia Caminito e Paola Moretti.

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