Che c’entro io con la mafia?

Clotilde Barbarulli, 10 luglio 2022

Come vivono le donne sul difficile confine della criminalità organizzata e come fanno una narrazione alternativa: un libro a cura di Alessandra Dino e Gisella Modica raccoglie riflessioni e racconti

Di Clotilde Barbarulli

Leggendo questo libro, mi sono resa conto di come, negli anni, abbia sempre cercato di allontanare il problema mafia e che solo l’amicizia per Gisella Modica mi ha spinta ora a superare questo scarto: in effetti, come si chiedono le autrici del volume, cosa c’entro io con la mafia? Ma anche senza un coinvolgimento personale, esistono “ferite collettive” che interrogano e segnano. Contaminazione è una parola che mi ha sempre affascinata e che ho attraversato nelle letture e nei convegni, convinta del suo senso politico: il contagio non vuole dire solo infezioni, malattie; culturalmente è anche positivo, come contagio delle idee, intreccio fra culture. Durante la pandemia si è visto che quell’esperienza di fragilità non conduceva però ad un rafforzamento del sentimento di interconnessione delle vite e di responsabilità comune per il mondo, ma produceva, nella paura, una reazione di chiusura, rafforzando la già diffusa ostilità verso il divers* (Giorgia Serughetti, “Il vento conservatore”, Laterza 2021).
Tuttavia, immergendosi nella lettura di questo libro, la contaminazione nella sua complessità è inevitabile, per la consapevolezza dell’ambivalenza delle figure narrate o intervistate. La mafia, una “ragnatela” intesa come sistema pervasivo che esercita una forma di violenza epistemica nei confronti dei corpi, in particolare delle donne, arrogandosi il diritto di decretare “la morte oltre la morte”, per esempio attraverso l’uso dell’acido che smaterializza il cadavere (Modica). Le curatrici intendono mettere in luce l’abitare delle donne sul confine in questa difficile geografia della mafia, che chiama in causa i vissuti della ricercatrice inevitabilmente contaminata e costretta continuamente a ritrovare il punto di equilibrio, camminando in bilico sulla soglia tra distanza e prossimità.
Modica ricostruisce la storia della rivista Mezzocielo (nasce nel 1991) caratterizzata dalla ricerca di una lettura differente della mafia da parte di donne diverse ma tutte «desiderose di esporci nel tentativo di creare uno spazio condiviso, che definirei di indipendenza simbolica dalla narrazione dominante sulla mafia, per la composizione di una narrazione collettiva inedita: senza eroi o eroine, vinti e vincitori»: considerare la soggettività dunque, come nodo variamente intrecciato tra le realtà materiali, storiche e ambientali e le dimensioni psichiche individuali, e capire che il desiderio di ricomposizione di un vissuto appartiene a chi intervista e a chi è intervistata.
Anche Dino spiega che non è stato facile affrontare il tema, e si è trovata a interrogarsi sulla stessa “insospettata resistenza interiore” di cui parla Rossella Caleca, forse perché «quando si scrive di qualcosa … si finisce inevitabilmente per avvicinarla a sé, e invece dalla mafia si preferisce stare distanti», suggerisce Maria Livia Alga: «Mi è capitato spesso di avvertire la difficoltà del narrare, e l’esigenza di un continuo riposizionarmi, nello studio delle zone liminari dell’universo mafioso: vagabondaggi su delicati territori di confine, poco battuti dagli approcci più canonici». La scrittura quindi si è configurata di volta in volta come cura di ferite e luogo di resistenza.
Il libro sottolinea così un tema di grande rilevanza: quello dell’intreccio della violenza di genere con la violenza mafiosa dagli schemi patriarcali: «Una violenza non occasionale, né isolata o dettata da reazioni impulsive, in cui è chiara l’intenzione di degradare, di ridurre la donna a cosa. Crolla il mito del rispetto delle donne, mogli, figlie, compagne, sorelle e madri. Storie di abusi, di botte, di imposizioni che indicano spesso nel suicidio la via d’uscita da situazioni insopportabili».
Nella sezione dedicata ai racconti, Callari, anche se educata in una famiglia liberale senza alcun legame con la mafia, avverte di esserne stata comunque contaminata: è presente nell’aria pesante che si respira e prima o poi il contagio ti sfiora. Del resto la sua infanzia a Palermo è stata attraversata dagli anni della seconda guerra di mafia (’78-84) che ha causato una vera strage: «Ho vissuto la paura di percorrere le strade e poter essere colpita per caso, o di vedere qualcosa per sbaglio ed essere punita». Così dà ora il suo contributo nel tenere aperta Casa Memoria Felicia e Peppino Impastato, a Cinisi.
Di Carlo racconta che, dopo la pubblicazione nei giornali di un’intervista ad una delle figlie di Riina, i suoi amici criticavano aspramente i quadretti familiari affettuosi rievocati col padre, invece di rinnegarlo, mentre a lei invece sembrava verosimile questa immagine “da mulino bianco” e che poteva convivere assieme al Riina mafioso. Queste ambivalenze si ritrovano nel racconto di Modica che cresce col mito del nonno inculcatole dalla madre, finché non scopre, nel corso di una ricerca al liceo, che era un mafioso: «I dubbi che nel corso del tempo si erano timidamente affacciati alla mente, e da me fermamente respinti, divennero certezza». Era, come narrava la madre, “unantifascista” solo perché due poteri forti – mafia e fascismo – in uno stesso territorio non potevano convivere: fra affetto e consapevolezza “Il bandolo della matassa” continua a sfuggirle.
Dino racconta di essere tornata a Palermo, da cui era fuggita, per raccogliere frammenti di biografie, sperimentando la difficoltà del muoversi e del riposizionarsi “in queste zone di confine”. In particolare è colpita dalla storia di una moglie che, dopo la scoperta del marito mafioso diventato collaboratore di giustizia, si sente tradita e arrabbiata, ma in seguito decide di stargli vicino andando a vivere, con i figli, in località protetta: “Lui è pentito dentro…ma con molti scheletri nell’armadio”. La donna non è subalterna, ma consapevole della difficoltà di accettare una condizione non scelta, per proteggere i figli, e di dover vivere nella menzogna. Spesso è la cifra dell’ambiguità che meglio rappresenta la ‘verità’ di un racconto. Dino, come ricercatrice si è sentita perciò esposta all’incertezza del contatto tra ambivalenze e contaminazioni: “È un esercizio difficile, soprattutto come donna, fermarsi a soggiornare nelle atmosfere ambivalenti dei contesti mafiosi, senza schierarsi, né empatizzare; senza giudicare, né perdonare”.
La pratica del raccontare attraversa il libro, insieme al linguaggio che si appropria simbolicamente dei soggetti, imbrigliando la loro soggettività e familiarizzando alla violenza, ma che è anche l’unico strumento in grado di ribaltare la situazione di subalternità femminile (Dino). È nella ri-appropriazione della parola, del sé narrante che si può esprimere la diversità soggettiva del genere, permettendo alle donne il transito – più o meno compiuto, consapevole, autentico – dal dentro al fuori. L’esperienza di Felicia Bartolotta Impastato si colloca nel ricordare, come pratica e progetto, creando così le condizioni per il dissenso verso un universo in assoluto il più maschilista della società italiana (Bracchi): memoria come atto civile e responsabile di resistenza, per cui l’elaborazione del lutto per la perdita del figlio si trasforma da dolore intimo in testimonianza e accusa. Anche le donne di mafia che si sottraggono non lo fanno per desiderio di legalità, ma affinché i figli possano seguire il loro esempio (Modica). “Performative, eccedenti, perturbanti”, le collaboratrici di giustizia usano la parola, sottraendosi al ruolo di “trasmettitrici mute” dell’ordine mafioso, senza modelli da seguire.
Cristina Giudice ha parlato di contaminazione, analizzando le opere di Eva Frapiccini e di Letizia Battaglia che con le “Rielaborazioni fotografiche 2004-2012”, sovrappongono immagini di corpi e visi di adolescenti su foto di morti ammazzati, costringendo a uno spostamento di visione, per guardare la scena da una angolazione differente, che richiede equilibrio e lontananza, senza ignorare le storie di donne che ci parlano di paura, di presa di parola, di affetti attraverso percorsi difficili e accidentati. E questo, forse, è lo sguardo con cui guardare alla mafia. Del resto il soggetto contaminato (Elena Pulcini), esposto all’altro, è costituito da stratificazioni di differenze, frutto di infinite negoziazioni che significano una griglia differenziale di eterogeneità, una ricca disomogenea complessità, e la disponibilità a spostamenti posizionali e paradigmatici senza dimenticare mai l’etica della responsabilità.

Alessandra Dino e Gisella Modica (a cura di), “Che c’entriamo noi. Racconti di donne, mafie, contaminazioni”, Mimesis, 2022
MezzocieloVentianni (1991-2011), 2011.
Cristina Giudice, “Rielaborazioni fotografiche 2004-2012”, Mezzocielo 2019.
Elena Pulcini, “Il soggetto contaminato: passioni, potere, cura”, in L. Borghi e C. Barbarulli, (a cura di), Figure della complessità, Cuec 2004.

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Clotilde Barbarulli

Clotilde Barbarulli collabora attivamente con associazioni quali il Giardino dei Ciliegi di Firenze, la Libera Università Ipazia, la Società Italiana delle Letterate. Si occupa di autrici contemporanee fra lingue e culture e di scrittrici '800/900. Tra le sue pubblicazioni: con L. Brandi, I colori del silenzio. Strategie narrative e linguistiche in Maria Messina (1996); con M. Farnetti, Tra amiche. Epistolari femminili tra Otto e Novecento (2005); con L. Borghi Visioni in/sostenibili. Genere e intercultura (2003), Forme della diversità. Genere, precarietà e intercultura (2006), Il Sorriso dello Stregatto (2010)."Scrittrici migranti: la lingua, il caos, una stella" (ETS 2010),

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