Marlene Dumas, open-end: la narrazione dei corpi

Anna Toscano, 13 giugno 2022

Centodue opere dell’artista sudafricana a Venezia, palazzo Grassi, fino al gennaio 2023. Gli scampoli di biografie che Dumas narra, perché parti e interi anatomici parlano, appropriatamente con segni sulla tela o sulla carta non definitivi, non nitidi, come è la vita, incidono una relazione fortissima tra tutte le diverse figure

di Anna Toscano

Centodue opere, in trentatré sale su due piani, di Marlene Dumas a Palazzo Grassi. Il titolo della mostra è open-end e raccoglie una selezione di dipinti e disegni editi e inediti che va dal 1984 sino a oggi. La curatrice Caroline Bourgeois, nell’ottimo catalogo, spiega il titolo con queste parole “[…] ciò che è stato cominciato non ha né una fine prestabilita né vincoli, che tutto può giungere a una conclusione e che questa può assumere ogni sorta di forma [..]”.
Sono opere pittoriche di piccole e molto grandi dimensioni, in maggior parte olio su tela e inchiostro su carta, che nascono da una grande scelta che Dumas ha fatto di immagini raccolte nel tempo, ritagli di giornale, cataloghi, da ispirazioni letterarie, da versi poetici, da film, il filo rosso che le lega tutte è il collegamento stretto con il quotidiano: una realtà che talvolta può sembrare onirica ma che è indissolubilmente ancorata ai fatti della vita che si succedono, fatti che riguardano tutti. Sono opere composte di corpi – per lo più di donne, in una prospettiva in cui la distinzione sociale e biologica è un qualcosa che appartiene a una categoria del passato – corpi che assumono ogni sorta di forma, genere, colore, prospettiva, ombra, luce, dettaglio, espressione.
Nelle sue opere Marlene Dumas, sudafricana che da alcuni decenni vive ad Amsterdam, attraverso i corpi rivela le sue ossessioni, come la morte, l’erotismo, l’amore, la frantumazione del sociale e del personale, le mutazioni del corpo: attraversati dalla vita o dalla morte, o da entrambe, che narrano una storia di percezioni o di dispercezioni.
I dettagli dei corpi, soprattutto di donne, rimandano ai lavori che alcune poete e fotografe stanno portando avanti da decenni. Penso alla fotografa sudafricana Zanele Muholi in cui i ritratti di donne, spesso con sfondi dilatati, fanno parlare la forza del dettaglio, la scelta di una frontalità che inchioda nella narrazione. O il libro Mappe del corpo di Ingrid de Kok, sudafricana pure lei, in cui in versi mette a fuoco alcuni grandi fatti tragici della storia ed eventi privati per narrare e ricostruire un senso alla vita.
Penso anche alla poesia di Alessandra Carnaroli, in cui il dettaglio corporeo è esibito come luogo del corpo in cui una storia sociale si accanisce, la storia della violenza sulle donne e la loro uccisione: Carnaroli esprime la parte per il tutto, la storia di una donna che è quella di milioni di donne. E la poesia di Anne Carson, con la sua ricollocazione di Marilyn in una scena di tragedia greca nel contemporaneo, la stessa Monroe che appare tra i ritratti di Dumas: in entrambe le opere, nei versi e nelle opere pittoriche, l’assenza dell’attrice riprende forma come presenza di una donna nella sua profondità privata. La presenza di figure spettrali, ritratti di cadaveri, amplifica il segno della presenza che si fa più acuta nell’assenza, non solo come storia collettiva ma anche come quotidiano cronachistico: il ritratto del viso morto di Marilyn Monroe, tratto da una rarissima foto, fa parlare non solo la storia dei secoli scorsi, ma anche la cronaca di tutti i giorni in cui un colpevole spesso è troppo poco indiziabile.
Difficilmente si può scorgere sfondo a queste figure, non vi è paesaggio, luogo, spazio in cui siano collocate, tutt’al più qualche bordo o angolo di parete, null’altro. Non vi è un tempo in cui riconoscerle, un indizio di stagione, mese anno, solo luce o buio. L’assenza di collocazione spazio temporale di questi corpi potenzia moltissimo la loro significanza, li rende essi stessi luogo e tempo, pilastri del tutto, luoghi di narrazione. Spiccano figure ovunque, tra le sale, dalle aperture tra i piani, negli angoli, è una moltitudine di persone che Marlene Dumas ha messo in scena come figure per narrare identità scomposte, esistenze scomode, ritorni di presenza, figure del quotidiano, facce della storia e nella storia, la morte, il desiderio, il cambiamento, il dettaglio e il contorno.
In nessuna di queste opere vi è una rappresentazione uniformata o classica o comune dei corpi o delle scene, una grande lontananza da ogni canone, perché ognuna di loro racconta una storia diversa, inedita, come inedito è il l’approccio all’arte di Dumas, una storia fatta di un assemblaggio di altre storie.
Attraverso la raffigurazione di corpi Marlene Dumas ricuce le storie personali e le storie degli altri, l’ago e il filo della pittura cuce insieme diversi destini con lo stesso rocchetto. Tutte queste parti anatomiche, parti di corpi come di esistenze, scampoli di vite, vengono raccontati fino quasi a dar loro voce e parole. Talvolta i frammenti di vita dipinti, quegli scampoli, sono dolorosi, feroci, così vivi benché rappresentino la morte. Eppure la narrazione prende gran parte dello spazio della raffigurazione, e non solo l’autonarrazione, che si stende sulla rappresentazione della sfera del personale, ma principalmente il desiderio di dare spazio alla voce degli altri, creando così una relazione narrativa fortissima tra le figure appese alle pareti.
Gli scampoli di biografie che Dumas narra, perché parti e interi anatomici parlano, appropriatamente con segni sulla tela o sulla carta non definitivi, non nitidi, come la vita è, incidono una relazione fortissima tra tutte le diverse figure. È il narrare che dà lo spazio e il tempo alle figure, in un costante qui e ora – qui e ora tra le sale di Palazzo Grassi – eterno adattamento al dove e al quando cui si trovano, così come l’identità oggi necessita per sopravvivere: affiora sempre più potente il dettaglio, la figura, che vuole dirsi, ricomporsi, relazionarsi con chi la guarda, amalgamando storie e tempi e spazi, creando quell’amalgama che sa dirsi.
Pare un desiderio esplicito di dirsi e di dire attraverso i ritratti: “una totale e irresiduale”, come scrive Adriana Cavarero, “esposizione di sé alla propria storia”, e prosegue “il sé narrabile si costituisce pienamente solo nel racconto della sua storia, ossia nel disegno di una vita che solo il racconto raffigura”.
La narrazione parla del tempo, di “quel mostro che è il Tempo” – come dice Dumas nel video che accompagna la mostra – e dei tempi e delle loro tracce: la traccia del tempo che è la miccia della memoria, la ricostruzione di un tempo dell’amore, la rivisitazione di un tempo politico. E le figure spettrali tra le sue opere rientrano in questa volontà di far risorgere un tempo irreale, quello della presenza dell’assente. Tutto ciò esige una peculiare percezione, quella dell’artista che ha già colto come dato superato quello di parlare di identità o di diversità, di apparenza, o di saperi del corpo, approdando, in decenni di lavoro, alla questione della percezione del corpo come corpo che vive di percezione, o dispercezione, ormai lontano dalla servitù dell’immaginario collettivo, ribaltando il punto di vista dello sguardo maschile, come Cavarero spiega in un podcast su Dumas.

PALAZZO GRASSI, Venezia
Fino all’08/01/2023

PASSAPAROLA: FacebooktwitterpinterestlinkedinFacebooktwitterpinterestlinkedin GRAZIE ♥
The following two tabs change content below.
ANNA TOSCANO insegna presso l’università Ca’ Foscari di Venezia e collabora con altre università. Fa parte del direttivo della Società Italiana delle Letterate. Scrive per testate e riviste cartacee e online, tra le altre Il Sole24 Ore, minima&moralia, Doppiozero, Leggendaria, Balthazar, Artribune. Un’ampia parte del suo lavoro è dedicato allo studio di autrici donne, da cui nascono articoli, libri, incontri, spettacoli, corsi, curatele, tra cui: "Chiamami col mio nome. Antologia poetica di donne vol.II", 2022. La sua sesta e ultima raccolta di poesie è "Al buffet con la morte", 2018; liriche, racconti e saggi sono rintracciabili in riviste e antologie. Suoi scatti fotografici sono apparsi in giornali, manifesti, copertine di libri, mostre personali e collettive. Varie le esperienze radiofoniche e teatrali. www.annatoscano.eu

Ultimi post di Anna Toscano (vedi tutti)

Categorie
0 Comments
0 Pings & Trackbacks

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.