Eretica in amore e in classe

Roberta Mazzanti, 11 maggio 2022

Dall’intreccio fra il registro erotico-sentimentale e quello scolastico della sua vita di prof di periferia, nasce l’esordio sorprendente di una voce narrante di stoica eleganza, disincantata ma anche romantica e comica. È “La materia alternativa” di Laura Marzi

Di Roberta Mazzanti

Apro il commento al bel romanzo di Laura Marzi La materia alternativa citando un altro scritto dell’Autrice, originato da un dialogo vitale con Clotilde Barbarulli sul tema dei conflitti (dialogo che si tenne in apertura del convegno nazionale della SIL nel 2015 a Firenze, intitolato Conflitti e rivoluzioni: scritture della complessità). Il loro scambio di idee e di profonda amicizia è riportato, insieme ad altri interventi, in un volume intitolato SIL/labario conflitti e rivoluzioni di femminismi e letteratura(1).
Sebbene pronunciate sette anni fa, le sue parole sembrano l’ideale prefazione o meglio, l’annunciazione, di ciò che le sarebbe accaduto di lì a qualche anno, trovandosi a vivere l’esperienza di insegnante precaria di “materia alternativa” e poi di questa esperienza facendo “materia narrativa” del suo primo romanzo.
Nel dialogo con Barbarulli, Marzi descriveva – con una radicalità piena al tempo stesso di esasperazione e di umorismo – la problematica relazione fra precarietà economica e desideri: fare spazio ai propri desideri per lei significava vivere un atteggiamento di “baldanza bambina”, baldanza svanita quando vanno in crisi le garanzie di potersi mantenere con un lavoro sicuro, di vivere in una casa e in un ambiente dignitosi. E dichiarava: «lo vivo allora in questo connubio schizofrenico tra l’aspirazione alla baldanza e il terrore del domani. Ma aspirazione e terrore sono stati d’animo, non sono pratica. Nella pratica vivo quest’oggi proiettata soprattutto nel tentativo di garantirmi una mediazione tra la sopravvivenza e il perseguimento del desiderio […] la sopravvivenza mi suggerisce scelte che calano il sipario su alcune parti di me. […] Intanto io assumo, anche se nessuno assume me. Assumo caffè, integratori, cibo sano e alcool. Assumo di essere una consumatrice. Assumo le mie contraddizioni».
Quella stessa figura di giovane femminista colta e consapevole che, seppure incalzata da bisogni materiali primari e assillata dall’instabilità della propria posizione lavorativa e sociale, non vuole arrendersi “alla categoria del peggio”, la ritroviamo ora protagonista di La materia alternativa, romanzo in buona parte autobiografico.
Non sappiamo quale sia il nome della supplente che a trentasette anni, dopo varie esperienze di super qualificazione intellettuale e professionale vs. infime precarietà lavorative, viene destinata alla materia alternativa alla religione cattolica in un istituto professionale: noi la conosciamo soltanto come “prof”. Questa prof è una sorta di fruttuosa, imprevista anomalia nell’ambiente dove vive e lavora – l’area periferica di una città italiana non dichiarata, ma identificabile con Roma – e una “eretica dell’amore” nella vita sentimentale.
La memoria mi ha riportato in luce questa espressione, titolo suggestivo di un lungo articolo di Julia Kristeva del 1977(2), e la mia associazione con la filosofa femminista francese non è casuale perché nel romanzo di Laura Marzi ho trovato un’atmosfera che rimanda alla cultura letteraria e psicoanalitica francese (a lei ben nota, tra l’altro, anche per gli anni trascorsi a Parigi durante un dottorato in Studi di Genere all’università Paris 8); in particolare, ho pensato al modo in cui una corrente di romanzier* francesi pratica la forma autobiografica, e mi riferisco soprattutto ad Annie Ernaux.
Come la scrittrice francese, anche Marzi sceglie i moduli del romanzo autobiografico per esplorare le proprie ossessioni, e al tempo stesso come possibilità di restituire pregnanza a mondi e persone che non avrebbero diritto a comparire da protagonisti sulla scena della storia, anche se si tratta di una scena periferica, di una piccola storia.
Perché gli esclusi – i figli di emigrati, i ragazzini e le ragazzine cresciuti in altre religioni, quelli che non sanno ancora parlare italiano –, la prof non li incontra soltanto a scuola, quando li conduce con sé da un’aula all’altra nella peregrinazione in cerca di un luogo dove elaborare con loro il suo anomalo insegnamento. La loro povertà, la vita negli ex garage e nei pochi metri quadri di case malandate, la condivide anche lei da quando una catena di infelicità e tracolli ha colpito la sua famiglia d’origine, senza che il mondo del lavoro le offra «la certezza asfittica di un contratto a tempo indeterminato, la schiavitù ad mortem di uno stipendio che arriva ogni mese sul conto».
Con le protagoniste di Ernaux, la prof condivide perciò anche il tema dell’oscillazione tra salita e discesa della scala sociale, combattuta grazie alla scelta tenace dell’affermazione culturale come strumento di riscatto e di un seppur relativo potere. Ma quanto tagliente umorismo, quanto senso del ridicolo proprio e altrui possiede la prof, un’ironia che non è certo la nota più tipica della scrittrice francese.
E come Ernaux ne Gli anni, materialità, dettagli quotidiani, oggetti fra i più banali diventano emblemi di una fase della vita, di un contesto, di uno stato d’animo.(3) Una macchinetta del caffè “malridotta” è il concentrato di una vita affaticata dalla caduta inaspettata nell’indigenza, dalla necessità di risparmi calcolati all’osso… ma può essere anche l’oggetto propiziatore di un incontro emozionante, vissuto con l’intraprendenza allegra che merita “un flirt alla Bialetti”. Un paio di scarpe verdi diventano il segnale di una giornata fortunata, per un lavoro di traduzione ottenuto e “per un senso di bellezza che mi porto appresso, nei piedi”.
La prof è una femminista radicale, contestatrice di ogni conformismo, e questa improntitudine le permette di affrontare il sessismo, la pornografia, l’aggressività scombinata dei suoi studenti partendo dalle loro adorate canzoni trap, dall’«idolo del neoliberismo che hanno scelto come profeta, dal romanticismo delle trapper, che fra droga, sesso spinto e drammi infantili, comunque un piantino e un ‘per sempre’ se lo fanno scappare».
D’altra parte, la capacità di tenere viva l’attenzione anche dei più ostili fra i suoi studenti è fondata sulle solide basi umanistiche che non dimentica mai di mostrare loro, convinta com’è che la competenza intellettuale possa offrire salvezza, fiducia in se stessi, appigli per emergere dai ghetti. «Mi ascoltano solo perchè mi ricordo a memoria la data della presa di Gerusalemme, perché ho detto che non ho mai capito la trinità, e neanche loro, e perché ho usato la parola ‘antropomorfo’. Mi credono perché un alunno di questa classe ha problemi psichici e li spaventa». La prof non si illude sulla facilità di quel riscatto, dal momento che sta facendo a sua volta una frustrante esperienza di povertà ed esclusione: «Michele mi sfida, e io lo fronteggio come se fossi in strada, come se fossi un ragazzo e potessi finalmente dare libero sfogo alla mia voglia di distruzione, la stessa che ha lui».
Proprio la condivisione della loro vulnerabilità e della corazza che li copre, insieme alla consapevolezza della disparità dovuta ai suoi saperi, le permettono di usare un’arte maieutica di reciproco nutrimento, di legami vivissimi nonostante si svolgano in un ambiente asfittico, stereotipato, discriminante. Un’arte intensamente politica, che permea tutto il libro senza farsi dogma. Una pratica femminista, perché accetta lo scandalo e insegna a partire da sé, costi quel che costi – e il costo, per i suoi allievi già provati di molte risorse e fiaccati da tanti pesi, può essere molto gravoso.
La netta sincerità senza sconti su cui la prof imposta i suoi rapporti scolastici – con allievi e colleghi, e con questi ultimi lo scontro si fa spesso acceso –, la pratica anche nei legami con i genitori e con la sorella, nodi affettivi dei quali racconta la ferocia che a volte li segna, pur restando intrisa del bisogno di tenerezza che inaspettato dilaga, senza barriere. Ma il romanzo di Laura Marzi potrebbe essere annoverato fra altre narrazioni di vita scolastica – sebbene sia particolarmente riuscito grazie a un’empatica asciuttezza – se non fosse per l’altra materia alternativa che la giovane prof cerca di praticare, quella alternativa alla coppia che la rende appunto una “eretica dell’amore”.
Ed è l’intreccio fra i due registri, lo scolastico e l’erotico-sentimentale, si può dire tra pubblico e privato, a offrire in questo romanzo l’esordio sorprendente di una voce narrante di stoica eleganza, disincantata e insieme dolcissima, romantica e comica. La sessualità è raccontata con la franchezza che i corpi manifestano quando sono mossi dal desiderio, ma anche con la perenne interrogazione autoriflessiva che una donna mette in moto quando esce dai vincoli di quella che Marzi definisce “la religione dell’amore”: «Io pratico la materia alternativa all’amore: cerco gli uomini quando sono triste, se mi annoio. Assumo dosi di eterosessualità, come i tossici assumono ciò a cui hanno scelto di votare, per svuotarla, la loro vita».
La sua prof oscilla contraddittoria fra il coraggio di sperimentare alternative alla coppia monogamica e la paura dell’abbandono, e ricorre al sesso con maschi attraenti fin tanto che questi non si propongono come partner… a uno dei più amabili, confessa: «Non sono capace di avere una relazione, questa cosa dentro di me non c’è. (…) Però io sono sola, posso contare solo su di me e ogni tanto potrebbe venirmi il bisogno di chiamarti, di essere consolata e non è giusto».
La sua contraddizione è insita nell’amore, variabile imprevista ma ineludibile anche nella “materia alternativa alla religione di coppia”: dovunque l’amore compaia tra i protagonisti del libro, emerge la vulnerabilità – si tratti di relazioni tra adolescenti, tra sorelle, madre e figlia o amanti. Smettere di sfuggire alla vulnerabilità, alla paura di essere “crocifissa sull’altare dell’amore”, è la materia che anche la prof deve apprendere, nel corso di questo riuscitissimo romanzo.

Laura Marzi, La materia alternativa, Mondadori, 2022

1. AA.VV, “SIL/labario. Conflitti e rivoluzioni di femminismi e letteratura”, a cura di Giuliana Misserville, Rita Svandrlik e Laura Marzi, Iacobelli editore, Roma 2022.
2. Julia Kristeva, “Eretica dell’amore”, a cura di Edda Melon, La Rosa, Torino 1979.
3. Annie Ernaux, “Gli anni”, trad. di Lorenzo Flabbi, L’orma editore, Roma 2015.

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Roberta Mazzanti

Roberta Mazzanti è stata ricercatrice di Letteratura anglo-americana presso l’Università degli Studi a Milano, dove è nata nel 1953. Dal 1986 al 2010 ha lavorato come editor di narrativa per Giunti, ideando tra l'altro la collezione Astrea dedicata alla narrativa delle donne di varie epoche e paesi. Oggi collabora come editor e autrice con riviste e case editrici. Fa parte dell’Associazione Forum per il libro e della Società Italiana Letterate. Oltre a vari saggi letterari ha pubblicato due narrazioni autobiografiche: nel 2015 Sotto la pelle dell’orsa (Iacobelli) e nel 2003 “La gente sottile”, in Baby Boomers: vite parallele dagli anni Cinquanta ai cinquant’anni, scritto con Rosi Braidotti, Serena Sapegno e Annamaria Tagliavini (Giunti). Ha inoltre curato con Silvia Neonato e Bia Sarasini la raccolta di saggi L'invenzione delle personagge (Iacobelli 2016).
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