Il doppio cognome

Francesca Romana Di Santo, 7 maggio 2022

Mia figlia è nata quando ha deciso lei.

Qualche giorno prima della data indicata dalla sua prima ecografia, qualche giorno dopo la data decisa dalla ginecologa che mi aveva indotto il parto.

I nostri calcoli erano giusti: lei sarebbe venuta al mondo e il giorno dopo suo padre sarebbe volato a Parigi per debuttare con il suo spettacolo nientemeno che all’Opera.

Ma i suoi piani erano diversi, così il padre decollò e Nora iniziò a spingere.

Il nome l’avevamo deciso, finalmente, la sera prima, appena in tempo per il suo arrivo. Il cognome invece da molto di più. Entrambi i cognomi. Della madre e del padre.

Nostra figlia non ci appartiene ma entra di diritto in tutte e due le genealogie (sebbene monche di tutti i nomi di donne).

A iscrivere Nora all’anagrafe dell’ospedale sono andata dunque io, dieci ore dopo il parto.

Traballante, incredula di ciò che era successo, con una vestaglia diventata nella notte troppo corta, e con ancora tracce di sangue secco sparse sul corpo.

Ero in mezzo ai papà allegri e canterini, che pronunciavano beati il nome della figlia o del figlio.

Ma soprattutto pronunciavano con soddisfazione il cognome.

Il loro marchio. Il loro zampino.

Insomma, avrò anche i genitali integri, ma il cognome sul pezzo di carta è il mio.

Comprendo la gioia dei padri, amo il mio, ricordo le lacrime del mio compagno costretto a essere lontano. Ma so da dove deriva questa pratica della discendenza per linea paterna, so cosa significa, e l’ho sempre trovata squallida e meschina. Arrogante. Oltre che assurda.

Sono l’ultima in ordine di arrivo, non impietosisco nessun papà estasiato, entro.

Si sieda. Non posso ho appena partorito. Mi dia i documenti. Eccoli. Come si chiama. Nora Eva-Rose Cousin Di Santo. Il padre è qui per confermare che è d’accordo che la bambina prenda anche il cognome della madre?

Io, tagliata e ricucita poche ore prima, lacerata, bucata in ogni vena, non bastavo a decidere come dovesse chiamarsi quella bambina.

Io dovevo chiedere il permesso a qualcuno per il solo fatto che ero una donna e lui un uomo.

Entrò mia madre per calmarmi, e fu chiamata addirittura l’impiegata del comune dove io e Brice avevamo riconosciuto nostra figlia prima che nascesse.

Va bene, aggiungiamo il suo cognome a quello del padre.

Aggiungiamo.

Questa parola e il tono con cui è stata pronunciata io non potrò mai dimenticarlo.

La voce stanca e atona di un’impiegata alla fine del turno che nella mia memoria perde i connotati umani e si trasforma in una gigante bocca gonfia di denti aguzzi che grida millenni di cancellazioni, di oblio, di sommerso, di concessioni fatte per amore, di diamogli il tuo cognome così pensa di essere tuo figlio. Come si chiamava la bisnonna Caterina di cognome? Ma quello era il cognome del bisnonno, è come quello del nonno. Ah non lo so, non me lo ricordo, l’abbiamo sempre chiamata così. Vorrei prendere il cognome di mia madre, Monaco. Francesca Romana Di Santo Monaco, Signorì lei c’ha già il nome d’una chiesa, perché fare peggio? Mi sarebbe piaciuto darvi anche il mio cognome ma all’epoca non si faceva, non si poteva fare, non lo so, nessuno avrebbe capito. Fossi stata con me non te l’avrei mai permesso. Non mi sembra una questione fondamentale per il femminismo.

Oggi è il 27 aprile 2022, Nora ha tre anni e risponde Cousin Di Santo quando le chiedono come si chiama, per ora con un leggero accento francese. Brice dice che devo guardare il lato positivo, il secondo cognome è più importante del primo, te lo ricordi meglio quando lo ascolti. Lui vede il lato positivo di tutto, ma d’altronde non subisce questa oppressione. Leggo la notizia della Consulta che finalmente ammette in Italia il doppio cognome e provo un senso di giustizia. Non c’è ancora una legge, lo so, ma io voglio festeggiare e brindare perché c’è stata una vittoria, seppure piccola. Perché credo che cancellare la discendenza paterna, il patronimico per forza, il dover dare spiegazioni, il chiedere il permesso, sia un grande colpo inferto al patriarcato.

Evviva.

Evviva i nomi lunghissimi.

Creiamo confusione.

Generiamo parentele.

Abbattiamo il patriarcato.

 

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Francesca Romana Di Santo

Francesca Romana di Santo nasce a Roma nel 1979. Si laurea in lettere e filosofia alla Sapienza e durante gli anni dell'Università comincia a scrivere cronache di partite di calcio, finché non si iscrive all'albo dei giornalisti pubblicisti. Il mese dopo aver discusso la sua tesi vede uno spettacolo a teatro che la folgorerà completamente, soprattutto il suo protagonista, l'attore francese William Nadylam, e la sua vita prende un'altra strada. Decide di studiare per diventare un'attrice e si trasferisce a Perugia dove frequenta l'accademia dello stabile dell'Umbria. Per molti anni lavora in numerosi spettacoli, continua la sua formazione, insegna teatro a bambin* e adolescenti e si dedica anche alla scrittura con la drammaturgia di “Bombe di carta” liberamente ispirato all'epistolario tra Virginia Woolf e Vita Sackville-West, “Io, Cassandra” un monologo dove i desideri dell'autrice e interprete si mescolano a quelli di Cassandra di Christa Wolf e la scrittura scenica “Tutto il nostro folle amore” con il collettivo artistico nato dentro il Teatro Valle Occupato. È attivista del Teatro Valle Occupato e nei movimenti femministi. Vive sparpagliata tra Roma e Orléans, dopo che più di due anni fa ha deciso di trasferirsi in Francia, dove fa parte della compagnia teatrale Collectif36bis. Da quest'anno è iscritta alla SIL e alla Virginia Woolf Society. I suoi sogni nel cassetto sono chiacchierare davanti a un tè con Virginia Woolf, vincere l'Oscar e condurre la domenica sportiva. William Nadylam l'ha già conosciuto.

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