IL MIO PRIMO LIBRO – UBAH CRISTINA ALI FARAH

Ubah Cristina Ali Farah, 08 aprile 2022

Come hai fatto a pubblicare il tuo primo libro? In che modo e in quale occasione?
Un progetto per scoprire come tante autrici siano riuscite a dare alle stampe il proprio primo libro.

VUOI SAPERNE DI PIÙ SUL PROGETTO?“]Come è arrivata ciascuna autrice alla stampa del primo romanzo, dei primi racconti Trovare un editore è stato un’impresa? Il successo è stato immediato o faticoso? L’intento è mettere a fuoco il percorso delle scrittrici dal punto di vista più in ombra del processo creativo. Questa la domanda che un giorno di parecchi anni fa Roberta Mazzanti, Silvia Neonato, Liliana Rampello e Bia Sarasini (che purtroppo non c’è più) decisero di rivolgere a scrittrici italiane o che scrivono in italiano per raccoglierle nell’archivio della Società italiana delle Letterate sotto al titolo “Il mio primo libro”.
I testi raccolti sono tutti inediti e l’idea è quella di confrontare non soltanto le esperienze personali ma anche le vie d’accesso e di presenza sulla scena editoriale delle autrici; tra le prime a rispondere al nostro invito Sereni e poi Grazia Livi, Lidia Ravera, Camilla Salvago Raggi, Elvira Dones… Prestissimo leggerete gli inediti di Bianca Pitzorno, Loredana Lipperini, Lia Levi, Chiara Mezzalama, Maria Rosa Cutrufelli, Elvira Mujčić, Sandra Petrignani, Chiara Valerio, Giulia Caminito, Beatrice Masini e tante, tante altre.

Tutti verranno pubblicati prima sul Letterate Magazine della Sil e poi raccolti nell’archivio e, chi sa, in un libro (vedi on line nel sito della Sil quelli raccolti alla voce “Il mio primo libro”). Creare un archivio significa mettere a disposizione una memoria dei percorsi, delle opportunità, degli ostacoli, degli incontri, della determinazione che hanno portato donne di talento a trasformare la propria passione per la scrittura in quell’amato e sognato oggetto concreto, un libro che si può aprire e leggere.

Tra gli scritti più preziosi c’è quello di Clara Sereni, perché se n’è andata nel 2018. Scrive di come riuscì a pubblicare nel 1974 il suo primo libro, “Sigma Epsilon”, un romanzo fantascientifico, la cui protagonista è una giovane sessantottina che le assomiglia molto. Proprio ora lo ha ripubblicato (era introvabile) la casa editrice Ali&no. Chi ama Clara Sereni potrà dunque aggiungere due tasselli alla sua conoscenza: il nostro testo e il romanzo ripubblicato e recensito per LM da Paola Èlia Cimatti. È un testo in cui narrava – come nel suo ultimo memoir, “Via Ripetta 155” uscito nel 2015 – l’impegno politico della sua generazione.

Silvia Neonato, direttrice di LM, è la curatrice del progetto, alla cui realizzazione partecipano Roberta Mazzanti (editor), Anna Maria Crispino (direttora di Leggendaria), Viola Lo Moro (poeta, socia della libreria delle donne Tuba a Roma), la presidente della Sil Elvira Federici, Maristella Lippolis (scrittrice), Gabriella Musetti (editrice e poeta). Molte altre stanno collaborando tra cui Clotilde Barbarulli e Luisa Ricaldone.

Silvia Neonato


Fuggita da Mogadiscio nel 1991, porta con sé uno scialle, un cuscino su cui adagiare il suo bambino e un diario. Per anni resta in silenzio fino a che l’impatto con la diaspora e la rete di donne conosciute in Italia non le dà la forza di mettersi a scrivere. Racconti e poi Madre Piccola, il primo romanzo

Di Ubah Cristina Ali Farah

Mio figlio era nato da pochi giorni quando lasciai la mia casa a Mogadiscio nel gennaio del 1991. Non portai grandi cose, forse perché dentro di me ero convinta che sarei ritornata da lì a poco. Adagiai il bambino su un cuscino arrivato dall’Italia e mi avvolsi in un grande velo nero ricamato di bianco che mia cognata aveva fatto arrivare dall’Arabia Saudita.
Per un istante mi balenò il pensiero che forse il ritorno non sarebbe stato possibile, così corsi dentro per prendere il mio ultimo diario, uno di quei quaderni che avevo riempito con tanta dedizione per innumerevoli anni.
Questi tre oggetti, il cuscino, il velo e il diario sono stati per molti anni il simbolo di quella frattura, testimoni di una pratica di scrittura quotidiana poi interrotta per molti anni, sette mi sembra, fino al viaggio a Zeist, in provincia di Utrecht, Paesi Bassi, forse il viaggio più importante della mia vita.
Non vedevo mio padre da molto tempo, da quando si era trasferito al nord. La comunicazione era latente, a singhiozzo, a volte ci sentivamo ogni giorno, a volte il silenzio durava mesi. Avevo pazientemente risparmiato i soldi per il biglietto aereo, in quel momento mi sembrava un fatto straordinario, non prendevo l’aereo da molto tempo.
Il volo era previsto la mattina presto, doveva essere primavera perché la scuola di mio figlio era chiusa per le vacanze pasquali. Dopo essermi preparata, vestii il mio figlioletto addormentato e, come ultimo gesto, mi appoggiai alla scrivania per mettermi le lenti a contatto. Nella fretta e l’emozione, inavvertitamente lasciai cadere la lente sinistra. La cercai a carponi nella moquette, lo sguardo mezzo annebbiato, ma non c’era tempo, era tardi, dovevamo sbrigarci per arrivare all’aeroporto. Nacque segnato da questa visione velata il mio primo impatto con la diaspora, nitida da una parte, per l’altra annebbiata.
La miopia, come la descrive Helene Cixuous nel suo prezioso saggio Veli, è proprio questo, un velo tra te e il mondo circostante. Un velo che ostacola lo sguardo, ma tu senti anche l’inverso, come se quello stesso velo filtrasse la realtà, ne smussasse i contorni prima di farla entrare dentro di te. Come se fosse il tuo guscio, protezione all’interno della quale puoi agire e muoverti libera dal giudizio esterno
Mio zio, mio padre e i cugini mi salutavano da dietro un vetro. Erano venuti a prendermi con un’auto non molto grande, per cui stavamo tutti premuti e la musica somala risuonava nel cubicolo stretto, mentre intorno scorrevano panorami a noi tutti non familiari.
Per più di una settimana rimasi ospite di mia cugina Sucdi recuperando storie, ricostruendo i nostri percorsi e quelli delle persone che ci erano state care. Piano piano cominciò a configurarsi nella mia mente la mappa della diaspora, quel territorio intricato, in cui i personaggi che vi si muovono portano dentro una cesura, un intervallo tra il prima e il dopo, frontiera e involucro all’interno del quale è racchiuso qualcosa di molto prezioso, un segreto, dettaglio, radice. In quei giorni ricordai di avere anche un altro nome, Ubah, fiore, il nome per me scelto dalla nonna paterna.
Non è un caso allora che da quel momento abbia cominciato a dire a tutti di chiamarmi Ubah, un nome che amo molto perché mi ricorda il momento in cui ho recuperato la capacità di scrivere. Erano le parole che mi mancavano, quelle che l’impatto con la diaspora riuscivano ora a far tornare a galla. Sentivo l’urgenza di dar voce a quella frattura che non era soltanto mia ma condividevo con tutte le persone che amavo.
Tornai a Roma e ripresi matita e quaderno. Piccoli passi in una città che conoscevo poco. Cosa accadde da quel momento in poi?
Il mio amico e compagno di università Jorge Canifa Alves mi fece conoscere Scritti d’Africa un gruppo di esperti di letterature africane. Organizzavano un incontro mensile in cui si discuteva di libri, romanzi diversi dal canone letterario occidentale, in cui mi ero fino ad allora formata. Organizzarono un piccolo festival e mi invitarono a presentare un mio testo. Lessi con la voce tremante, frettolosa, e ripresi il mio posto delusa dalla mia timidezza. Eppure, arrivò un primo segno. Paola Trucco, nel pubblico, che conoscevo di vista come madre di un compagno di scuola di mio figlio, rimase incantata e, essendo tipografa, creò un libretto delizioso con il mio primo racconto.
Piccoli passi. Una prima antologia in cui appaiono due miei racconti, la fondazione della rivista El Ghibli, il lavoro con Migranews. Ma la mia scrittura era molto densa, quasi criptica, a volte mi sembrava di procedere a tentoni. Ora devo dire che se sono arrivata a scrivere Madre Piccola è stato soprattutto per l’appoggio costante delle mie amiche. Non racconterò i dettagli intricati di questa rete di donne eccezionali che mi hanno sostenuta. Anna Fresu di Scritti d’Africa che mi ha fatta innamorare del teatro. Alessandra Di Maio che ha sempre creduto in me. Il concorso Lingua Madre che mi premiò nella sua prima edizione. Ricordo ancora la voce di Daniela Finocchi al telefono che mi annuncia la notizia mentre sto attraversando il Ponte dei Sospiri a Venezia. Carola Susani che mi ha detto: ora è il momento e non pensarci troppo, intanto scrivi questo libro. Anna Pastore che mi ha accolta a Frassinelli e si è battuta per il mio romanzo. E Maria Rosa Cutrufelli che mi ha detto: sei una vera scrittrice.

 


 

Ubah Cristina Ali Farah è una scrittrice e poetessa somala e italiana. È autrice di tre romanzi, Madre piccola (Frassinelli 2007), Il comandante del fiume (66thand2nd 2014), Le stazioni della luna (66thand2nd 2021) e dell’ekphrasis La danza dell’orice (Juxta Press 2020) ispirata a un’opera dell’artista keniana Wangechi Mutu.
Un sambouk traverse la mer, una sua antologia bilingue (italiano/francese) di racconti è uscita per il MEET (2019). Ha svolto un dottorato di ricerca di Africanistica all’Università l’Orientale di Napoli sul teatro popolare somalo. È stata vincitrice del Premio Lingua Madre (2006) e Vittorini (2008). Ha partecipato al come scrittrice in residenza all’University of Iowa’s International Writing Program (2017), MEET (Maison des Écrivains Étrangers et des Traducteurs 2018), Art Omi (2018), Civitella Ranieri Foundation (2019), La Marelle (2019), STIAS (Stellenbosch Institute of Advanced Studies, primo semestre 2020) e Internationales Haus der Autorinnen und Autoren Graz (2021).
Attualmente sta lavorando all’opera La fille de l’homme qui prévoyait pour le futur, una riscrittura operistica di una favola tradizionale ruandese, creata con Dorcy Rugamba, James Bonas e Grégoire Point.
Nel 2018 ha lavorato alla riscrittura dell’Antigone diretta a Palermo da Giuseppe Massa e al libretto dell’opera comunitaria Silent City per Matera 2019, diretta da James Bonas con musiche composte da Nigel Osborne.
È consulente per UNDP Somalia al progetto Oral history for peace building.

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Redazione LM

Scritture, politiche, culture delle donne. E non solo. Alla ricerca di parole, linguaggi, narrazioni che interpretino e raccontino cambiamenti e spostamenti in corso. Nello scambio tra lettrici, autrici e autori – e personagge. REDAZIONE: Silvia Neonato (direttrice), Giulia Caminito, Laura Marzi, Loredana Magazzeni, Gisella Modica, Gabriella Musetti, Sarah Perruccio

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