VARCARE CONFINI – Chiara Ingrao

Chiara Ingrao, 12 marzo 2022

Nel dicembre 2019, durante il convegno biennale della SIL dedicato al lavoro delle donne, si tenne un workshop sulla rappresentazione letteraria, e non solo, della migrazione femminile. (Per saperne di più sul convegno, e scaricare l’ebook con gli atti dei workshop: https://www.societadelleletterate.it/2019/09/convegno-sil-2019-visibile-e-invisibile-scritture-e-rappresentazioni-del-lavoro-delle-donne/). Coordinava uno dei workshop Lidia Curti, una donna straordinaria che purtroppo abbiamo perso lo scorso anno.
Fra i numerosi interventi, una riflessione di Chiara Ingrao sulle sfide da lei affrontate nella scrittura del suo romanzo “Migrante per sempre”, ispirato ad una storia vera di emigrazione italiana ma anche di immigrazione in Italia.
Quando abbiamo deciso di pubblicare questo testo su Letterate Magazine, Chiara ci ha proposto di allargare lo sguardo anche ad altre storie di donne migranti. La scelta che abbiamo fatto non pretende di essere esaustiva, solo di sollecitare curiosità e spunti di riflessione. Vi proporremo sia vicende di migrazione dall’Italia verso altri paesi, in diversi luoghi e diverse epoche, sia storie di immigrazione in Italia da vari angoli del mondo: dalla Somalia alla Romania, dalla Bosnia alla Palestina, dall’India agli Stati Uniti, all’Argentina, al Belgio.


Le sette sfide di “Migrante per sempre”1

«Chi è stata migrante ha mille radici e nessuna, non appartiene più al luogo da cui è partita ma nemmeno ai tanti altri luoghi che attraversa. Chi è stata migrante resta migrante per sempre».
Questa nostra nuova rubrica è dedicata alle moltissime ucraine che in questi giorni di guerra lasciano il loro paese

Di Chiara Ingrao

Nessun romanzo ha un contenuto solo: meno che mai quando si parla di un fenomeno storico-sociale così complesso come quello affrontato in questo workshop. E tuttavia, pur sapendo quanto possa distorcere l’immagine del mio romanzo lasciare fuori dalle riflessioni su Migrante per sempre1 l’amore e la Chiesa, la nonna atea e l’occupazione delle terre, l’amicizia, la solitudine, e molto altro, provo a restare ancorata al tema, per condividere con voi le principali sfide che mi sono trovata di fronte nello scrivere di migrazione femminile e lavoro.

1. La lingua
«Vogliu a me’ matri!» Questa sfida mi si è posta sin dall’incipit, proprio come si pone a chi legge. Quando ho ascoltato l’angoscia della bambina che ascoltava nella notte questo grido infantile, ho sentito sin nelle viscere che non potevo tradurlo, dovevo narrarlo così come lo avevo sentito. E la lingua, peraltro, nell’esperienza migratoria tocca corde molto profonde, di cui troppo poco si parla. Dunque dovevo trovare un mio idioma, per trasporre in letteratura la storia vera che mi veniva narrata. Se l’incipit mi parlava in dialetto, lingua madre ma anche matrigna, proprio come la madre reale della protagonista, io dovevo almeno provarci, a rendere gli echi di quel siciliano dell’infanzia senza scimmiottare Camilleri. Così come dovevo provare a comunicare il significato di “emancipazione” che ha avuto per la protagonista la conquista dell’italiano, e lo strappo affettivo e linguistico quando approda in Germania, nella Babele di una fabbrica dove gli ordini sono urlati in tedesco e le compagne di lavoro sono portoghesi e turche, venete, abruzzesi, curde. Ognuno di questi passaggi portava con sé una sfida letteraria complessa ma anche appassionante, per una scrittrice che di mestiere ha fatto l’interprete e che vive nell’Italia del 2000, oggi luogo della stessa Babele e della stessa difficoltà, per chi viene da lontano, di conquistare comunicazione e ascolto.

2. La relazione
L’ascolto: per circa un anno il mio lavoro è stato questo. Ascoltare quella che nella trasposizione letteraria ho chiamato Lina, incontrata in un pomeriggio del 2010 alla presentazione di un mio romanzo su una storia operaia, Dita di dama.2 «Anche io ho conosciuto la fabbrica da giovanissima – raccontò quel giorno – ma non in Italia, in Germania». Mi colpì: finito l’incontro le chiesi di rivederla e di raccontarmi la sua storia. Se sarei riuscita davvero a scriverla, questo ancora non lo sapevo, e lo misi in chiaro subito; ma lei ebbe uno slancio di generosità, o forse la mia richiesta rispondeva a un suo desiderio profondo. Il libro nasce dall’incontro fra questi due desideri, il suo di dirsi e il mio di scavare – non solo dentro una vicenda di vita ma dentro di me, nelle emozioni che mi suscitava. Ne è uscito fuori un libro meticcio, un po’ letterario un po’ biografico e autobiografico: la narrazione di Chiara che narra Lina che sceglie di narrare di sé a cuore aperto, per accettare poi di essere reinterpretata e trasfigurata nell’invenzione letteraria. Quanto tutto ciò le sia stato utile, o invece le sia costato sofferenza, non potrò mai saperlo davvero; so che enorme ricchezza è stato per me questo incontro, e quanto è stato impervio tenere insieme le esigenze della scrittura con quelle di una impossibile fedeltà totale alla persona che me ne donava la materia viva e pulsante. Non a caso questo è un libro che ho lasciato e ripreso e riscritto un’infinità di volte, e anche il mio nella scrittura è stato un viaggio difficile, una continua migrazione interiore fra diverse dimensioni: fra immaginazione e realtà, fra passione e paura, fra lei e me e le lettrici e lettori ignoti cui pure dovevo cercare di andare incontro, per costruire anche con loro una relazione possibile, che non li facesse sentire stranieri.

3. La rimozione
È stata una delle sfide più difficili, e non so se sono riuscita a superarla. Perché quella di Lina non è una storia sulle migrazioni di oggi: è una storia di migrazione ITALIANA, anzi di E-MIGRAZIONE, come si diceva nella seconda metà del Novecento quando lei l’ha vissuta. C’è un’immagine di quel tempo che tutti conoscono, stereotipata eppure dura a morire: “la valigia dell’emigrante”. Un oggetto povero e per poveri, fatto di cartone e legato con lo spago, che nessun italiano oggi ha voglia di ricordare. Oggi la migrazione è roba da immigrati stranieri, poveri anche loro e proprio per questo diversi da noi, da tenere a distanza; perché noi, si dice e si vuole credere, poveri non siamo più, non siamo più brutti e sporchi e cattivi. Sono loro, che rischiano di contaminarci con la loro invasione. Noi siamo tutt’altro, e anche se l’emigrazione italiana negli ultimi decenni è ricominciata alla grande, è roba da fuga dei cervelli, non da miserabili.3
Mi sono chiesta se riguarda davvero solo la destra razzista, questa opera di rimozione. Se tanti meritori gesti di solidarietà verso chi arriva nel nostro paese non siano anch’essi prigionieri dentro lo stesso schema rassicurante, di noi forti che tendiamo la mano ai deboli, che ci scaldiamo il cuore nel rispecchiarci non in loro, ma nella bontà del nostro agire. E mi è venuto perfino da interrogarmi se non è anche lì, nella spinta diffusa a rifuggire dal guardare negli occhi il nostro passato e il nostro presente, una delle ragioni della vita difficile di questo mio libro – molto amato da chi lo ha letto, ma molto poco pubblicizzato e venduto. Interrogativi scomodi, che faticano a trovare risposta e mettono a nudo le mie/le nostre fragilità: come è nuda la donna sulla copertina del libro, china a frugare in una valigia che oggi non è più di cartone, ma anche nei tempi in cui lo era non ha mai contenuto soltanto miseria.

4. La maternità
È il nucleo centrale, del perché questa storia di migrazioni multiple mi ha catturato l’anima. E tuttavia, i primi passi oltre confine di cui Lina mi ha narrato non sono quelli di sua madre, ma di suo padre: un clandestino, come tanti migranti di oggi, quando nel 1956 si avventura di notte sulle colline di Ventimiglia. Nel libro è un prologo, come lo è nell’infanzia di tanti e tante, in un paesino siciliano abitato per quasi tutto l’anno solo da vecchi, donne e bambini. Non è quell’assenza, l’evento fondante che Lina ancora si sente bruciare dentro, a distanza di decenni: è la partenza per la Germania anche della madre, qualche anno dopo. Da sola, senza portarsi dietro i figli come fanno tutte le madri che partono. Un gesto anomale, di rottura netta con le tradizioni – come la scelta di non vestirsi di nero quando era emigrato il marito, e più tardi di esporsi lei stessa in prima linea, nell’aiutare altri clandestini a varcare le frontiere.
C’è un pensiero, che mi è balzato più volte in mente mentre ascoltavo e poi scrivevo di questa donna straordinaria, che non ho mai incontrato: la sua esperienza, così diversa da quella delle sue compaesane di allora, assomiglia invece molto di più a quella delle migranti di oggi. Come lei, sono anche loro donne coraggiose e fortissime, pronte a tutto per dare a sé stesse e ai propri figli un futuro. E tutto, oggi come allora, comporta in primo luogo non portarli con sé, questi figli così ferocemente amati. Dedizione e abbandono: un mix esplosivo, che ha condannato l’una e le altre, la madre di Lina e le romene, le moldave, le filippine di oggi, a essere eternamente amatissime e odiate, rimpiante e respinte 4. Avviene all’inizio, quando partono e stanno lontane per anni; ma ancora di più, forse, quando dopo lo strappo dell’abbandono queste bambine e bambini, o più spesso adolescenti, sono costretti a vivere lo strappo del ricongiungimento con una madre ormai quasi sconosciuta, in una terra straniera, sradicati e carichi di rancore. La migrazione femminile è in gran parte una storia di maternità disperate, appassionate e laceranti. Perfino quando Lina, tornata in Italia ormai da molti anni, cerca forse inconsciamente di far quadrare il cerchio, prendendo in affido un bimbo senegalese-etiope, la sua si rivelerà un’esperienza irta di nodi irrisolti, che tuttora la interrogano. A dipanarli non ci ho nemmeno provato, non toccava a me; la sfida era semplicemente nel riuscire a farne risuonare l’eco sulla pagina, con la stessa forza con cui mi risuonava dentro.

5. Lo spaesamento
Per tante ragazze del 2000, emigrare in Germania è stato un modo per ottenere quel riconoscimento professionale che in Italia veniva loro negato – per Lina fu il contrario. Costretta già a 14 anni a lavorare in fabbrica, si vede strappare sotto gli occhi il futuro, il liceo conquistato grazie a una borsa di studio, e un’idea di lavoro non come necessità, ma come progetto di affermazione di sé e conquista del sapere. Anche in questo, mi è sembrato di riconoscere in Lina tanto di simile a ciò che vivono oggi molte giovani e meno giovani professioniste, che una volta giunte in Italia da altri paesi sono costrette a rinunciare alla propria identità lavorativa e sociale, per cucirsi addosso il vestito della colf o della badante: uno sradicamento anche professionale e identitario, che si intreccia con quello culturale, ambientale, sociale, affettivo.
La deprivazione di odori e sapori si somma a quella dei codici di comunicazione e di comportamento, la perdita della comunità d’origine si somma a una sua riproduzione caricaturale in piccole comunità chiuse, che esercitano sui propri componenti, e in primo luogo sulle donne, un controllo sociale quotidiano e implacabile. E soprattutto, lo spaesamento non scompare affatto, quando si torna al paese: «ci sono le germanesi, Marì», si sente dire Lina adolescente dal fondo di un vicolo, quando arriva in Sicilia per le ferie. Così si scopre straniera anche in casa, e lo riscopre ancora più duramente da adulta, dopo che il ritorno in Italia è diventato una scelta definitiva, che dovrebbe sanare ogni ferita, e invece… «Si sentiva estranea perfino a sé stessa, più straniera che in Germania».
Trovare il modo di rendere questo spaesamento esistenziale, prima ancora che materiale, è stata un’altra delle sfide in cui nello scrivere mi sono imbattuta più e più volte, tanto che ho voluta nominarla nel titolo. Chi è stata migrante ha mille radici e nessuna, non appartiene più al luogo da cui è partita ma non potrà mai appartenere del tutto nemmeno ai tanti altri luoghi che attraversa, dice a Lina l’amica Rosa, peruviana immigrata in Italia come lei era emigrata in Germania: «chi è stata migrante resta migrante per sempre».

6. La forza
Oggi si usa molto la parola resilienza, e certo si applicherebbe bene a tanti aspetti della storia di Lina e di quasi tutte le donne migranti. Ma non è solo la sua capacità di affrontare e superare gli ostacoli, che mi ha colpita sin dal primo incontro. È una forza interiore in più, sempre impastata di fragilità eppure contemporaneamente lineare e costante, dall’infanzia alla vita adulta: una ricerca ostinata di una SUA strada, diversa da quella che il mondo le vuole imporre. Le parole astratte non mi servivano a nulla, per raccontare questo cammino di libertà femminile: dovevo far sentire a chi legge il suono dei congiuntivi conquistati e domati, il fremito del corpo che si abbandona alla danza nello spazio vietato di fronte al juke box, il vento in faccia correndo sulla bicicletta comprata con il primo stipendio. Far sentire la consistenza irremovibile, del manubrio legato a una rastrelliera davanti alla stazione, quando la vita dopo un tentativo di fuga ti ha costretta a tornare in Germania e in fabbrica, ma almeno la fabbrica hai voluto sceglierla tu, più lontana da casa ma più vicina alla TUA idea di lavoro: un lavoro dove «si cominciava con un cacciavite in mano e si finiva con un orologio ticchettante, da mandare direttamente al controllo. Non era un lavoro scemo».
È stata questa, una delle barriere invalicabili fra Lina e sua madre: la ricerca della figlia di un lavoro che abbia un senso, contro il convincimento della madre che un lavoro vale l’altro, nessun lavoro è disprezzabile e meno che mai schifoso. «Lo schifo è solo quando il lavoro non ce l’hai. Ricordatelo». Mi ha colpita, la doppiezza e la complessità di questo messaggio materno apparentemente così semplice: la rivendicazione profonda di dignità, del lavoro e di ogni lavoro, ma nel contempo l’incapacità di afferrare cos’è, la spinta interiore che porta sua figlia a voler mettere nelle proprie scelte professionali qualcosa di sé, e rifiutare con rabbia ciò che le viene detto nel suo primo giorno da operaia: «qui non c’è niente da capire».
La forza di Lina l’ho ritrovata anche in questa costante ostinazione a capire, capire, capire: non solo le parole dei dizionari e i libri, ma il linguaggio a gesti della compagna di lavoro turca, il turbinio di concetti e di mondi proposto dai corsi di formazione ACLI a Stoccarda, gli indizi umilianti che però ti svelano chi è davvero, la persona che ti paga per pulire la sua casa, o le piccole conquiste che ti riempiono di orgoglio, quando una disabile a te affidata riconosce il bicchiere rosso che le riproponi sempre uguale ogni giorno, e per la prima volta si protende ad afferrarlo. Perché Lina a studiare e comprendere non ha mai rinunciato: nemmeno quando il sogno di lavorare nella sanità si è raggrinzito in mansioni come imboccare, spogliare e vestire, pulire culi.

7. Lo stigma
Pulisci-culi. Ci sono state parole, nel racconto di questa donna speciale, che mi hanno colpita non solo emotivamente ma (come dire?) letterariamente, per la loro capacità di sintetizzare alcuni nodi cruciali della sua esperienza. È il caso dell’incipit, con il grido nel buio del fratellino che non riconosce più la madre emigrata, ed è anche il caso di questa etichetta, sbattuta in faccia a Lina quasi alla fine della storia, proprio quando si trova sulla soglia di un conquistato traguardo professionale e sociale. Pulisci-culi come «leccami il culo», gridato molti anni prima in un tedesco incomprensibile dalla sua caposquadra, e motore del suo primo gesto di ribellione. Pulisci-culi come destino, come stigma senza appello a inchiodare non solo Lina ma tutto un mondo: quello delle donne, molto spesso migranti, che sono impegnate nel lavoro di cura.
Pulisci-culi: il capitolo che porta questo titolo è l’ultimo prima dell’epilogo, e quello in cui più che altrove lo sguardo di Lina si è mescolato al mio, i suoi pensieri impastati con i miei, i fatti reali intrecciati a quelli che l’immaginazione mi imponeva quasi a forza, per riuscire a comunicare ciò che in una cronaca fedele stava troppo stretto. Credo che questo bisogno di reinventare il reale per riuscire a comunicarne le verità profonde sia un’esperienza molto comune, per chi scrive libri ispirati a una storia vera, come si usa dire; tanto più quando si tratta di vicende gravate da infinite narrazioni politiche e storiche, come quelle riferite a migrazioni e lavoro. Grazie a Lina, che con il dono della sua storia mi ha spinta ad andare oltre; e grazie alla SIL e a tutte voi, che mi avete offerto la possibilità di ragionare sulle tante sfide che questa storia mi ha posto, come scrittrice e più ancora come persona.

Venezia, 14 dicembre 2019

  1. Chiara Ingrao, Migrante per sempre, Baldini+Castoldi, Milano 2019.
  2. Chiara Ingrao, Dita di dama, prima ed. La Tartaruga 2009, ultima ed. La Nave di Teseo, Milano 2019.
  3. Per smontare questo e altri luoghi comuni, vedi Enrico Pugliese, Quelli che se ne vanno – La nuova emigrazione italiana, Il Mulino 2018.
  4. Ne parlano due libri su cui rifletteremo nei prossimi numeri di Letterate Magazine: “Quando tornerò”, di Marco Balzano (Einaudi 2021) e “La lingua di Ana” di Elvira Mujcíc (Infinito Edizioni 2014).
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Chiara Ingrao

Chiara Ingrao, scrittrice e animatrice culturale nelle scuole, ha lavorato come sindacalista, interprete, parlamentare, programmista radio, consulente su diritti delle donne e diritti umani. È impegnata da anni nel femminismo, nel pacifismo, nel movimento anti-razzista. Ha scritto tre romanzi per adult*, ultimo “Migrante per sempre”, oltre a libri per bambin*, saggi, testi biografici e autobiografici. Per saperne di più: www.chiaraingrao.it

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