La Rabbia e la Paura
26 novembre 1991. La dispensa è stretta e lunga, tappezzata di scatolame insaccati e detersivi, un prosciutto dondola dal soffitto, alle mie spalle una parete di barattoli. Fisso una confezione di latte condensato Nestlé, quanto mi piaceva da piccola, dolcissimo, lo compra ancora anche se ho quindici anni e scade sempre. Mia madre se n’è andata di casa qualche giorno fa. Lui è davanti a me gonfio di rabbia, ostacola l’uscita, sta gridando, il sigaro Toscano spento incollato a un angolo della bocca:
«Tu non esci di casa hai capito? Che Dio ti fulmini a te e a tua madre!» mi urla con la faccia a un palmo dalla mia, sento il suo alito appiccicoso di whisky, con un pugno sfonda una scatola di cartone di cereali Kellogg’s.
Solo mutande bianche sul corpo asciutto di muscoli lunghi e nervosi pronti a scattare in un ceffone. Ha mani grandi ricoperte di lentiggini, le stesse che sporcano tutto il mio corpo. Ha la pelle chiara, come me, i baffi rossi come i miei capelli. Sudo e mi brucia il viso ma la voce esce calma, ruvida e forte: «menami forza! Io non ho paura di te!». Papà rimane interdetto, si sgonfia nell’istante stesso in cui non può più nutrirsi della mia paura, mi invecchia sotto gli occhi, mi fa pena. Non dice niente, esce dalla dispensa con le spalle curve e il passo incerto, oscilla come una canna di bambù.
Telefona a mia madre: «Tua figlia si droga», sento solo questo. Esco dalla dispensa con una confezione di latte Nestlé in mano, vado in camera mia, prendo il diario e qualche libro, vestiti a caso, infilo tutto nello zaino rosso Invicta e me ne vado via di casa anche io: non ci prova neanche a fermarmi.









Valentina Scelsa

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