Lo sguardo obliquo di Alessandra Carati

Silvia Neonato, 11 novembre 2021

«Nessuno mi aveva mai detto che sarei andata in Italia, non sapevo niente dell’Italia tranne quello che ci dicevano le donne al villaggio quando combinavamo qualcosa di brutto: “Monellacci che Allah vi mandi in Italia!”. Siccome ci eravamo comportanti da delinquenti meritavamo di finire in un posto dove c’erano i delinquenti».

Questo straordinario ribaltamento dello sguardo è frutto del racconto – in prima persona e sarà così per tutto il libro – di Aida che fugge in Italia quando il suo villaggio bosniaco viene invaso dai Cetnici, uno degli eserciti irregolari serbi. Infuria la guerra nella ex repubblica jugoslava e Aida, con la mamma incinta, devono lasciare la nonna amata, la casa, gli amici. Suo padre lavora già nel nostro Paese e le attende oltre la frontiera. Fuggono nel bosco accompagnate dal suocero che è stato un partigiano antinazista e, dopo diversi passaggi, riescono finalmente a valicare la frontiera con un trafficante esperto. Il loro bus è stato bloccato da soldati vestiti di nero che hanno rastrellato tutti gli uomini dai 12 anni in su. Hanno visto le armi, i morti, tremato di paura strette l’una all’altra, mentre l’esile madre pregava. 

“E poi saremo salvi” ha un ritmo vertiginoso, impossibile staccarsi, le parole scorrono limpide e precise nelle pagine di Alessandra Carati, sceneggiatrice e scrittrice, che vive a Milano. Italianissima, senza un goccio di sangue bosniaco. Difficile crederlo fino a che non la si incontra e non ti spiega che ha da molti anni un rapporto stretto con la comunità bosniaca di Milano, dove vive e che naturalmente ha studiato tanto i Paesi balcanici e le guerre degli anni Novanta prima di calarsi nei panni di una bambina che si fa ragazza e poi donna nella metropoli lombarda. Solo la magia della letteratura può permettere un’operazione simile. Con il risultato che il libro è adatto a tutti, palati raffinati e lettori/lettrici che preferiscono storie d’azione.

La famiglia si ricompone dunque in Italia e viene loro assegnata un’abitazione da spartire con altre cinque famiglie, tutti profughi, compreso lo zio paterno Tarik che attende a sua volta moglie e figlio. Tra gli altri volontari arrivano Emilia e Franco, una coppia che da subito si affeziona a Aida e che aiuterà per anni la sua famiglia. Nel frattempo è nato il fratello Ibro, irrequieto, vitalissimo che, negli anni, si mostrerà strambo, poco studioso, quanto la sorella è sensata, secchiona e determinata. 

Il padre, sempre chiamato babo, ha una piccola impresa edile e riesce a comprarsi una casa nella estrema periferia di Milano, in cui si trasferisce con la famiglia. In Bosnia era comunista, qui ritrova la religione, si piega a un mondo non suo, si chiude in sé. Come la madre, silenziosa custode della casa, presenza spigolosa e forte, positiva e infelice, gelosa di Emilia che teme possa rubarle Aida. Che cresce amando Ibro ma senza più capire i suoi genitori. Li osserva stranita, li vorrebbe diversi. E loro vorrebbero cambiare lei. 

A guerra finita la famiglia ogni estate torna in Bosnia, dove babo ricostruisce la casa che è stata bruciata. Solo in seguito si farà la conta dei morti. Perché tutte quelle risorse investite in un villaggio tanto lontano dove solo Ibro si trova a suo agio? La ragazza comincia a sfuggirli per avviarsi a una ottima carriera scolastica, straniera due volte ai suoi e all’Italia, mai serena anche se realizzata.

Sarà il malessere crescente di Ibro a fare capire ad Aida quanto dolore ha incassato la sua famiglia e quanti errori hanno fatto anche Emilia e Franco, che pur volendo il bene degli amici bosniaci non possono che avere con loro una relazione impari. 

Uno sguardo obliquo quello di Alessandra Carati, capace di mettersi dai due lati della vicenda migrante: con empatia e profondità, sta sia con gli ospiti sia con gli italiani, comprende e proprio perché non banalizza, ha difficoltà a sanare gli incontri mancati, le integrazioni inesistenti, la disparità sociale e culturale, oltre che economica, tra gli uni e gli altri. Non si può spoilerare, sarebbe un peccato, perché il romanzo è ricco di colpi di scena, di storie parallele, di prospettive diverse e rifrangenti.

Carati è autrice varia e coraggiosa: ha seguito a 4000 metri l’alpinista Daniele Nardi sul Nanga Parbat per scrivere un libro con lui, “La via perfetta”, in cui viene raccontata l’avventura col compagno di cordata Tom Ballard finita in tragedia. È coraggiosa e curiosa, in qualche modo estrema mantenendo una sorta di lievità. L’altro suo libro è la storia del campione di ciclismo Danilo Di Luca (“Bestie da vittoria”) e del doping che travolge lui, testimone scomodo di un mondo di atleti dopati e spremuti senza pietà dalle squadre e da se stessi: si è finta aiuto fisioterapista per infilarsi nelle squadre durante le competizioni.  

Chissà quale sarà la sua prossima scommessa dopo questo primo straordinario romanzo. 

Alessandra Carati, “E poi saremo salvi”, Mondadori 2021

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Silvia Neonato

Silvia Neonato, giornalista, genovese, vive a Genova. Organizzatrice di eventi culturali, è socia della SIL, di cui è stata presidente nel biennio 2012-2013. Ha debuttato su il manifesto, ha diretto il magazine Blue Liguria ed è nella redazione di Leggendaria. Ha lavorato a Roma per molti anni, nella redazione del giornale dell’Udi Noi donne, a Rai2 (nella trasmissione tv Si dice donna) e Radio3 (a Ora D), per poi tornare a Genova, al Secolo XIX, dove ha anche diretto le pagine della cultura. Fa parte di Giulia, rete di giornaliste italiane. Ha partecipato con suoi scritti a diversi libri collettanei.

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