La contro-memoria di Mengiste

Clotilde Barbarulli, 18 Ottobre 2021

Quelle “donne nere, fanciulle precocissime, carne da maschi”, sembrano essere lì ad aspettare il fascista, come emerge dalla narrativa che prepara l’avventura coloniale italiana. “Il re Ombra”, nuovo libro della scrittrice etiopeamericana

Di Clotilde Barbarulli

Se il fulcro della narrazione durante l’oppressione coloniale in Etiopia è costituito dalle donne per anni raccolte dall’autrice tra foto, giornali e memoria familiare, le dinamiche di potere legate all’uso della fotografia attraversano il libro per mettere in evidenza il razzismo verso chi è divers*, quindi inferiore.

Mengiste – etiopeamericana che cura un archivio digitale fotografico sull’invasione italiana dell’Etiopia 1935/41 – ha scelto di non inserire fotografie nel libro, a parte due, all’inizio e alla fine, come “fermalibri”, ma di descrivere le parole-immagini per sottolineare la responsabilità dell’atto di guardare. La fotografia è un’arma, è un segno di potere sulle persone. Se le foto di indigene seminude venivano usate dal regime fascista per invitare gli uomini alla conquista delle terre da colonìzzare (si parlava di “penetrazione” nei discorsi ufficiali), nel libro sono sottoposte agli interrogativi dell’autrice che riflette sulla reale situazione di soprusi e violenze.

Quelle “donne nere, fanciulle precocissime, carne da maschi”, sembrano essere lì ad aspettare il fascista, come emerge dalla narrativa che prepara e sostiene l’avventura coloniale negli anni Venti/Trenta. L’italiano che andava in colonia sapeva così dell’esistenza delle “Veneri nere”, elemento decorativo del quadro d’oltremare, non solo dai romanzi ma soprattutto attraverso le immagini fotografiche, le cartoline erotiche, che circolavano in madrepatria, mentre Mussolini parlava di quella guerra come “una prova che collauda la virilità del Popolo italiano”.

Nel romanzo, il fotografo ebreo Ettore Navarra è “un archivista di oscenità, un collezionista di terrore, un testimone di tutto ciò che lacera la pelle”, eseguendo l’ordine del comandante Fucelli – che evoca la figura di Graziani – di fotografare la caduta mortale dei prigionieri etiopi lanciati in un burrone, per cogliere l’ultimo volo di ciascuno. E mentre scatta e sceglie, per giustificarsi dagli orrori di cui è complice, si racconta che guarda sempre solo attraverso l’obiettivo, da un punto di vista estetico. Ruba momenti di violenza anche di due prigioniere: Hirut e Aster. Ma Hirut, pur se diventa “solo pieghe di carne da aprire a forza, usare a piacimento e dismettere”, resta un soldato, e Navarra prova vergogna rendendosi conto di essere ormai “un animale costretto all’obbedienza”.

Sono loro, le donne, le vere protagoniste di Il Re Ombra, perché in tutte le guerre ci sono sempre state, anche in Etiopia. La bisnonna dell’autrice, Getey, era una ragazza nel 1935 quando i fascisti invasero il paese e l’imperatore ordinò al figlio maggiore di ogni famiglia di arruolarsi. I fratelli erano piccoli e Getey, la maggiore, chiese di combattere, ma, al rifiuto del padre, si rivolse al tribunale e vinse: significativamente non si parlava di questa storia in famiglia, e Mengiste la scopre per caso durante una conversazione. Perciò il romanzo vuole opporsi sia alla cancellazione delle donne dalla storiografia ufficiale, sia alla leggenda delle etiopi sottomesse, attestata dal libro Tempo di uccidere di Flaiano (1947): tale versione, già ribaltata da Gabriella Ghermandi, viene ora contrastata ulteriormente da Maaza Mengiste, mostrando la menzogna degli stereotipi della animalità, disponibilità e passività femminili, anche attraverso il Coro, che, insieme alle foto descritte, crea momenti di rottura per dare voce al non detto, rettificare, contestare. Perché la storia, è sempre territorio di negoziazione, di contestazione, di contesa.

Le etiopi rispondono all’appello dell’imperatrice Menen, portano provviste, curano feriti, e combattono, guidate da Aster, che non vuole essere più solo una moglie e “forgia se stessa in una materia che è pura rabbia”. Al suo fianco, Hirut lotta perché vuole essere più che la domestica picchiata o violentata, ed avrà l’idea che darà agli etiopi la vittoria. Quando il Negus Hailé Selassié è costretto a riparare in Inghilterra, inventa uno stratagemma: Minim, il contadino, sarà il Re Ombra che percorrerà il paese per incitare alla resistenza, con Hirut e Aster le sue guardiane. 

La memoria è uno spazio complesso che smaschera la pretesa esistenza di una storia unica, decisa da chi ha il dominio. Le parole, il linguaggio, la scrittura non solo descrivono la realtà ma intessono un legame con essa, per ricrearla: non più una sola verità, ma il recupero della memoria come ri-composizione soggettiva e sociale attiva.

L’autrice – nel ribaltare lo sguardo sul colonialismo italiano – riconfigura spazio e tempo, e, sostenuta dalla memoria di tante voci spezzate del passato, rende significato all’eredità del dolore e della sofferenza (bell hooks): è una politicizzazione dell’uso della memoria come processo in divenire ed esprime sia un rifiuto a dimenticare, sia il desiderio di aprire uno spazio per il possibile nell’oggi.

Questa scrittura si configura una Storia alternativa ricostruita con passione e desiderio, ma anche con rabbia e dolore, è una contromemoria che attraversa la soglia fittizia tra realtà e immaginazione, tra ragione e emozione, tra le ferite del passato e il desiderio di un altro futuro. Mengiste supera questa soglia con un punto di vista eccentrico rispetto alle predominanti forme di raffigurazione del passato che, specie per le donne, è scandito da rimozioni. La molteplicità di voci che irrompono da narrative come questa, costringe la narrazione egemonica della Storia a confrontarsi e a scomporsi, senza poter essere più ricomposta entro un’unica visione totalizzante.


Maaza Mengiste, Il re ombra, traduzione di Anna Nadotti, Einaudi, 2021, pp. 426, illustrato

Maaza Mengiste: https://africasacountry.com/2020/05/confronting-the-weapon-of-photography

Gabriella Ghermandi, “Regina di fiori e di perle”, Donzelli 2007.

Ngozi Adichie Chimamanda: https://lunanuvola.wordpress.com/2012/10/17/il-potere-dellunica-storia/

Gino Mitrano Sani, “Femina somala”, Detken e Rocholl 1933

bell hooks, “Elogio del margine”, Feltrinelli 1998.

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Clotilde Barbarulli

Clotilde Barbarulli collabora attivamente con associazioni quali il Giardino dei Ciliegi di Firenze, la Libera Università Ipazia, la Società Italiana delle Letterate. Si occupa di autrici contemporanee fra lingue e culture e di scrittrici '800/900. Tra le sue pubblicazioni: con L. Brandi, I colori del silenzio. Strategie narrative e linguistiche in Maria Messina (1996); con M. Farnetti, Tra amiche. Epistolari femminili tra Otto e Novecento (2005); con L. Borghi Visioni in/sostenibili. Genere e intercultura (2003), Forme della diversità. Genere, precarietà e intercultura (2006), Il Sorriso dello Stregatto (2010)."Scrittrici migranti: la lingua, il caos, una stella" (ETS 2010),

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