PERSONAGGE: Quarantena, giorno zero

Loredana Mari, 4 maggio 2021

Questo racconto fa parte di un gruppo di racconti scritti da alcune donne di Messina, raccolte in un laboratorio da una loro concittadina scrittrice che da Roma le ha seguite durante il primo lockdown. Dove sono fuggite con la fantasia? Nadia Terranova ha chiesto loro di raccontare a partire da due domande: cos’è l’identità? Che cos’è sentirsi straniere? Pubblicheremo in sequenza su LM i sette racconti che ne sono nati, felici di questo particolare incontro. Alla fine di ogni racconto potrete trovare le parole con cui Nadia stessa ci racconta il laboratorio e l’esperienza di scrittura. Buona lettura!

 

Quarantena, giorno zero

di Loredana Mari

 

“Dobbiamo fermarci ora, per ripartire più forti di prima.”

Rita guarda ammutolita l’uomo che parla in streaming e a reti unificate. Non riesce a credere a ciò che sta succedendo, sapeva già che la situazione in Italia si stava aggravando ogni giorno di più, ma non avrebbe mai pensato che si sarebbe arrivati al lockdown anche lì; perfino per lei, abituata alle parole straniere, non per vezzo ma per lavoro e scelta di vita, quel termine è nuovo e inquietante; le ruotano ora in mente, in maniera quasi inconsapevole, le immagini degli svariati film di fantascienza, o fantapolitica, visti dopocena, o durante il tragitto dei voli intercontinentali, o nelle lunghe notti insonni da jet-lag, quei film angoscianti da cui si lasciava inevitabilmente coinvolgere, ma sempre con la rassicurante certezza che nessuno di quegli scenari si sarebbe mai avverato.

L’uomo sullo schermo parla a tutti gli italiani, ormai è scattato il lockdown in quasi tutto il mondo, anche lì dove si trova ora, ma a Rita sembra che si rivolga solo a lei, e quando scandisce quella frase “dobbiamo fermarci ora”, è come se in quel momento il presidente Conte sappia cosa lei stia pensando, dove si trovi e, soprattutto, le stia dicendo che non è dove dovrebbe essere. Ha avuto la sensazione di vedere un indice accusatorio puntato verso di lei attraverso lo schermo, è proprio un attimo, ma è abbastanza.

Si riscuote da quel pensiero, perché il cellulare e il computer sono inondati quasi simultaneamente da notifiche; finito il comunicato in edizione straordinaria, Rita è il primo pensiero di tante persone che ora sono in pensiero per lei, ma dove sei, ma hanno chiuso tutto anche da te, ma ora come farai, ma soldi ne hai, ma chissà quando potrai tornare, per finire col messaggio vocale più sinistro e più tonante di tutti, temuto e allo stesso tempo atteso, come si attende l’estrazione di un dente ormai troppo dolorante, “sono tutti a casa tranne te”. Lapidaria come solo lei poteva, eccola, la mamma. Ora sì, tutto torna, pensa, lo zio Sam-Conte con l’immaginario indice puntato verso di lei, e la voce della mamma “dobbiamo fermarci ora… sono tutti a casa tranne te”.

 

              15 giorni prima

 

– Mamma, ci sei?

– Sì, ciao gioia, sono qui, eccoti finalmente.

– Mamma, abbassa il tablet, come al solito inquadri solo la fronte.

– Che camurrìa ste cose, non ci capisco niente, ma almeno così ci vediamo ogni tanto. Allora, che mi racconti? Che hai mangiato oggi?

– Tutto ok. Sai che ho fatto le lasagne come le fai tu? Ho eseguito tutto il procedimento uguale come ti ho visto fare tante volte, erano buone, sono soddisfatta e fiera di me.

– Quando torni te le faccio io come si deve, te ne mangi sempre mezza teglia! Senti, ma là che situazione c’è? Qui c’è un po’ di macello, hanno trovato un ragazzo positivo al virus, e ora ne stanno venendo fuori tanti altri, stanno chiudendo alcune zone della Lombardia, ma li vedi i telegiornali lì?

– No, mamma, lo sai che i tg italiani non li seguo, sono poco seri, e poi io preferisco guardare altre cose, te l’ho detto tante volte.

-Sì lo so che tu sei tutta particolare, ma forse dovresti riconnetterti con la realtà, e renderti conto di cosa sta succedendo da noi. Non ti arrabbiare, ma dovresti pensare a tornare a casa, perché qui parlano di chiudere aeroporti e confini.

– Mamma, ma che dici? Cosa vuoi che mi succeda? Non chiuderanno proprio niente, e io non ho nessuna intenzione di partire. Lo so che pensi, non fai che ripetere che “una signorina perbene non dovrebbe vivere da sola fuori casa senza motivo”; ma non cercare scuse per farmi tornare, io sto lavorando e non posso.

– Senti, non dire che è per il lavoro, dici sempre che puoi lavorare dove vuoi, che il tuo ufficio è il mondo, che non hai orari e che non hai bisogno di chiedere permessi, ma quando si tratta di tornare a casa non puoi mai. Qui stanno prenotando aerei e treni dal Nord, e tu sei l’unica che se ne sta bella tranquilla in capo al mondo, stanno tornando tutti a casa tranne te.

– Certo mamma, so perfettamente chi sono questi “tutti” di cui parli. Davvero ancora non riesci a digerire il fatto che io non sono come le figlie delle tue amiche del burraco! Tu mi vorresti solo e sempre a casa, a far da trofeo e a giocare a carte mamme contro figlie! Mamma, se vuoi parlare solo di questo, chiudo, ho da fare, ciao.

– No no, senti gioia, non ti arrabbiare, però potresti almeno informarti se, casomai, c’è qualche aereo che….

 

Rita abbassa con forza il video del pc sbattendolo sulla tastiera, poi subito pentita, forse più preoccupata di un’eventuale rottura, più che per lo sgarbo appena fatto alla mamma, lo riapre per controllare se è ancora integro e funzionante. Meno male, anche stavolta è andata bene. Si fa per dire, dice fra sé, alzandosi e aprendo il frigo per bere un po’ d’acqua, e anche per dare un po’di fiato alle sue silenziose giaculatorie. Ogni volta sempre la stessa storia, la mamma ti vuole tanto bene, la mamma è tanto orgogliosa di te, però solo se fai quello che fanno tutti. E Rita non ne può più, vorrebbe raccontarle e condividere con lei le sue belle esperienze e le sue soddisfazioni sul lavoro, perfino le sue piccole conquiste in cucina, ma sua madre è inarrivabile, Rita lo sa, e purtroppo lo sa anche lei, la “mater-chef”, come la definisce ironicamente tra sé, storpiando il titolo di un famoso programma tv, e glielo ha appena dimostrato per l’ennesima volta. Una normale conversazione finisce sempre con il doversi giustificare per qualunque cosa, persino per l’essere appagata da un lavoro che le consente di viaggiare, sentendo dall’altra parte, di rimando, solo e sempre recriminazioni e paragoni con vite e carriere che non potrebbe mai nemmeno immaginare di avere intrapreso, né tantomeno desiderato. Essere messa allo stesso livello di bambocci che non hanno mai preso un aereo da soli la fa diventare matta, e sua madre non lo vuole capire, sua madre sembra vivere solo della luce riflessa dell’approvazione altrui, e per questo ha finito per allontanarla da sé, perché è stato l’unico modo che Rita ha trovato per non soffocare nelle sabbie mobili delle aspettative genitoriali. Ma qualunque tipo di confronto è stato sempre inutile. Muro contro muro. Le voglio tanto bene, ma non la sopporto, pensa e dice a voce alta, sorprendendosi incantata, con la bottiglia ancora in mano davanti al frigo aperto.

Torna al pc, e comincia a cercare notizie un po’ a caso; con la madre ha minimizzato, ma ciò che le ha detto l’ha sorpresa non poco, anche se ormai, per una sorta di istinto di difesa, da un po’ si è imposta di non dare troppo peso alle cose che dice quando le riferisce le notizie dall’Italia, non considerando mai troppo affidabili le sue fonti, più gossip di bassa lega che giornalismo serio e attendibile. Stavolta però resta pietrificata: il virus è arrivato in Italia, non si sa ancora come, ma pare che tutta la Lombardia sia in stato di allerta. La mamma non si sbagliava, ma a tornare non ci penso proprio, torna a dire, stavolta a sé stessa, quasi a ribadire l’atteggiamento ostile e ostinato che una piccola parte di lei, molto piccola in verità, ammette essere eccessivo.

Nonostante questa ferma decisione, però, quella sera, prima di andare a dormire, nel riordinare i suoi vestiti, si ritrova a rigirare fra le mani il suo passaporto. Il fatto che si parli di chiudere confini e aeroporti, o che si pensi a presidiare le strade con l’esercito, ora le fa sentire un dolore sordo allo stomaco, come se le stessero strappando dalle mani una cosa che ha sempre considerato sua. Si ritrova catapultata indietro, a un tempo di guerra che non ha vissuto, se non dai racconti delle nonne che ha ascoltato sempre con curiosità e stupore; sfoglia quel piccolo documento così prezioso, guarda con nostalgia i visti collezionati negli anni, dall’Erasmus in poi, e lo ripone nel cassetto con uno strano senso di impotenza, come se improvvisamente non si sentisse più libera e padrona del suo destino. Una guerra, che pensiero assurdo.

 

Quarantena, giorno 20.

Un altro giorno comincia, uguale a ieri, e al giorno prima e a quello precedente. Accensione del computer, musica, risveglio muscolare, e poi tutto il resto. Colazione, passaggio da pigiama a tuta d’ordinanza, pulizia della microcasa nel residence economico ma dignitoso in cui abita, per fortuna con l’affitto miracolosamente rinnovato per altri due mesi (per sicurezza, di viaggiare non se ne parlerà per chissà quanto), il tutto con l’occhio sempre attento alle ultime notizie, contagi, decessi, isolamenti, zone rosse, aperture, chiusure, previsioni, fake news, teorie del complotto… questa iper informazione sta diventando tossica, Rita se ne rende conto, ma non riesce a staccarsi dal pc, non riesce a fare a meno di sapere.

È abituata a stare da sola, lo ha scelto, il suo passato da fidanzata e da brava ragazza le ha lasciato solo strascichi dolorosi e sensi di colpa con cui sta da poco imparando a convivere; crede di avere amato più di quanto non sia stata amata, sa che è un bilancio un po’ spicciolo e forse presuntuoso, ma i suoi 27 anni le sembrano già abbastanza, e lei a un certo punto ha deciso. Ha lasciato tutto e tutti, ha abbracciato solo il suo computer, con dentro il suo lavoro, frutto di una laurea in mediazione linguistica sudata e voluta a dispetto di chi voleva che diventasse avvocato a tutti i costi, e con quel computer, e con tutto quello che è riuscita a fare entrare in una grande valigia blu ormai quasi da sostituire, viaggia da tre anni. Uniche regole, non fermarsi troppo nello stesso posto, mai innamorarsi (in realtà “mai più”, ma questa è una piccola sfumatura che nonostante tutto ha ancora difficoltà ad ammettere anche con sé stessa), e “vai dove ti porta internet”, ovvero non isolarsi mai del tutto, principalmente per lavorare, ma anche per mantenere i contatti con la famiglia; questo sì, ha dovuto prometterlo solennemente. Adesso che anche il suo lavoro ha subìto un brusco stop a causa della quarantena e della chiusura forzata degli uffici sparsi per l’Europa che le permettono di mantenersi da sola, Rita ha tempo; ha il tempo sempre preteso come suprema conquista, ha la libertà scandita non da orari di lavoro, ma da sé stessa e dai suoi ritmi, che da venti giorni sono sempre e solo sincronizzati col fuso orario italiano, a partire da quella sera, da quella frase “dobbiamo fermarci”.

Rita è fiera di essere cittadina del mondo, mai ferma, mai a casa, la sua casa è dove stanno le sue cose contenute nella valigia blu. Paladina assoluta della libertà in ogni sua forma, ha l’elasticità mentale di pensare in francese, parlare in inglese e scrivere in italiano, quasi contemporaneamente. Le capitava a volte di riflettere sulla sua scarsa conoscenza del dialetto siciliano, le sarebbe piaciuto aggiungerlo ironicamente al suo curriculum, alla voce “competenze linguistiche”, ma da bambina le avevano spiegato che il dialetto era per gli “zalli”, e che le bambine perbene parlavano sempre in italiano, salvo scoprire più avanti, ormai studentessa universitaria, che molte parole del dialetto siciliano hanno corrispettivi fonetici e semantici in altre lingue, neolatine e non. Ricorda quanto la fece sorridere scoprire la parola “taddarita”, la bizzarra assonanza col suo nome che le impedì di dimenticarla, e rievocare adesso, dopo tutti quei giorni di clausura, la forma dialettale della parola “pipistrello”, ritenuto veicolo o causa dell’epidemia, le sembra una coincidenza ancora più insolita, una quadratura del cerchio che la porta ora, bruscamente, a pensare, chissà perché, dopo tanti giorni, a quell’immaginario dito accusatore puntato verso di lei, e a domandarsi, per la prima volta dopo tre anni: “Che faccio qui?”. Ora che il tempo conquistato non le serve, perché lo spazio per muoversi fuori le è precluso, il suo tempo è il tempo di tutti. Non si sente più sé stessa, non si sente più libera, e, per la prima volta, non si sente più a casa.

 

Quarantena, giorno 45.

Si comincia a parlare di fase 2, qualche studio ha riaperto, arriva di nuovo qualche incarico, Rita ha ripreso a lavorare da qualche giorno, ed è un bene, un po’ di soldi in più sul conto virtuale non guastano, e poi il lavoro fa parte del suo ritmo quotidiano, e Netflix non può più sostituire tutti i tempi morti, soprattutto non potendo uscire da casa. Le notizie dall’Italia ormai sono sempre le stesse, in tempi normali non le avrebbe nemmeno prese in considerazione, lei è sempre stata più da breaking news, da tweet mordi e fuggi, ha sempre snobbato i tg italiani, considerandoli robetta da casalinghe sempliciotte, eppure in queste settimane le hanno tenuto compagnia, se ne è nutrita, è arrivata persino ad apprezzarne qualcuno, si è sorpresa a sentirsi addosso un filino di pelle d’oca guardando un video dove delle persone, nello stesso momento prestabilito, cantavano l’inno di Mameli affacciate ognuno al balcone di casa propria, sventolando il tricolore. Ma che idea questa dei balconi, solo gli italiani potevano avere un’idea così, riflette tra sé, solo gli italiani si sentono una famiglia ovunque si trovino, anche se si sono appena riconosciuti da un frammento di discorso gridato in mezzo alla strada, loro parlano proprio così, e non è un luogo comune. Ripensa alle figuracce in giro per il mondo, avrebbe voluto sprofondare a volte, sentendo gridare e vedendo gesticolare come solo gli italiani hanno l’abitudine, o il vizio, di fare, eppure adesso pensa che questo essere italiani “così come sono” forse li rende unici, li ha resi unici anche in questa tragedia. Però no, la mamma che canta sul balcone con la bandiera italiana proprio non ce la fa a pensarla. E sorride, per la prima volta dopo tanto tempo sorride, anzi, le scappa proprio una risata; poi prende la sua agenda per segnare un appunto di lavoro, si ferma qualche secondo con la penna in mano, e subito dopo, in fondo alla pagina scrive: “Dalla mia casa vedrò il mare”.

 


 

Incontrarsi a distanza tramite la scrittura

di Nadia Terranova

 

“Il mio soggiorno si trasformò per tutte noi nel regno della libertà più assoluta. Un vero paese delle meraviglie. Sedute intorno al tavolino, coperto di mazzi di fiori, entravamo e uscivamo dai nostri romanzi. Guardandomi indietro, mi stupisco ancora di quanto abbiamo imparato, e senza nemmeno accorgercene. Nabokov lo aveva descritto, quello che ci sarebbe successo: avremmo scoperto come il banale ciottolo della vita quotidiana, se guardato attraverso l’occhio magico della letteratura, possa trasformarsi in pietra preziosa”.

[“Leggere Lolita a Teheran”, Azar Nafisi, Adelphi, traduzione di Roberto Serrai]

 

Quando, nella primavera scorsa e in piena clausura nazionale per pandemia, Nancy Antonazzo mi contattò per chiedermi se avevo voglia di tenere un laboratorio di scrittura con un piccolo gruppo di donne messinesi, mi dissi egoisticamente che quegli incontri sarebbero serviti soprattutto a me: a sentirmi vicina al mio Stretto, al mio mare. Mi dissi che il rumore che la notte veniva a visitarmi nella mia casa romana non era il frigorifero, e no, non erano allucinazioni uditive, ma il mare che mi stava esortando a trovare il modo giusto per riavvicinarmi alla mia città. Il modo giusto, per me, è sempre la scrittura. Infatti, in clausura, stavo lavorando a un progetto su Messina. Ma adesso mi veniva incontro la scrittura delle altre, con un portato prezioso: avevo voglia di guardare dentro le vite, le case e le stanze delle donne della mia città, scoprire come passavano le giornate, cosa pensavano, cosa avevano voglia di scrivere nelle settimane in cui scoprivamo i confini delle distanze. Quanto alla formazione del gruppo, mi fidavo di Nancy, della sua competenza e del suo entusiasmo, e del gruppo “Terremoti di carta”, una bellissima realtà letteraria di aggregazione e scambio, che da anni lei ha creato e con serietà gestisce. Avevo già lavorato con i “Terremoti”, in passato e in presenza. Adesso, certo, le cose erano molto diverse.

Decidemmo che il laboratorio si sarebbe tenuto ogni sabato, per un mese. Che ci saremmo ritagliate un’ora strana: da mezzogiorno all’una. Un’ora che permetteva alle più giovani di svegliarsi con calma e a quelle con troppa famiglia sulle spalle di occuparsi del pranzo, un’ora che lasciava l’illusione di un sabato sera libero anche se non dovevamo andare da nessuna parte e non inficiava il lavoro settimanale anche se lavoravamo tutte da remoto.

Chiesi a Nancy di condividere con le iscritte un racconto di Rina Durante che mi commuove sempre, ogni volta che lo leggo. Rina Durante è una delle tante grandi scrittrici sottovalutate del Novecento, era nata a Melendugno, in provincia di Lecce, nel cuore della Grecìa salentina, e poco prima che l’Italia chiudesse ero stata, con un mio libro per ragazzi, a tenere un incontro proprio lì, in una scuola elementare che porta il suo nome. Durante non praticava il griko, la lingua discendente dal greco, parlata a lungo da una comunità di quelle parti, poi ricusata e oggi studiata grazie a un prezioso lavoro di recupero e salvaguardia (sempre durante quel viaggio avevo conosciuto i soci dell’associazione Kalimera e il professor Salvatore Tommasi). Quel racconto bellissimo racconta del rapporto tra Melendugno e Calimera, dove invece il griko era diffuso. Si intitola “Le nostre parti” e fu pubblicato in origine sulla Gazzetta del Mezzogiorno; inizia con un racconto di Rina bambina, la nonna la redarguisce, le suggerisce di guardarsi dai calimeresi, che son gente “con due lingue”, e lei s’immagina che le due lingue siano concrete, non figurate, come quelle di un mostro medievale. Il racconto finisce poi davanti al mare, con il ricongiungimento di un griko con la terra madre, la Grecia, e un coro di saluto sulla spiaggia salentina, che d’improvviso appare del tutto simile a un’isola che guarda il Peloponneso, come se il mare che separa una costa dall’altra non fosse altro che un’illusione o una strada, e come se le due parole fossero sinonimi.

Nel primo incontro, chiesi del racconto. Era piaciuto a tutte. Ma il gusto è inafferrabile e soggettivo: piuttosto, sentii che aveva parlato a tutte, che era arrivato in fondo, che aveva sconquassato gli animi. Questo mi interessava. Questo, di solito, è ciò che mi interessa nella vita e nella scrittura (e non sempre so il confine). Chiesi di interrogarsi su due polarizzazioni: che cos’è l’identità e che cos’è sentirsi straniere. Non davo risposte, io stessa non ne avevo e non ne ho, davo domande e mi interessava genuinamente la risposta: io ero una migrante messinese in terra capitolina, reclusa e confinata da un evento mondiale che non avevo previsto, e loro, invidiatissime perché sullo Stretto, chi erano? Non lo sapevo, anche se ne conoscevo alcune, perché avevano partecipato ad altri miei incontri e perché Messina è una città di provincia, dove ci si conosce un po’ tutti. Ma chi erano quelle donne, e perché volessero rubare un’ora alla settimana alle loro vite, alle loro clausure, era un mistero che andava indagato oltre l’apparenza.

Ci siamo viste ogni settimana, come pattuito. E loro non lo sapevano, ma io spiavo gli angoli, i vestiti, le voci che venivano dalle altre stanze, le ritrosie. A volte mi sembrava di annusare l’odore di cucinato o di un crogiolante nulla festivo. Chi siete? Vi sentite straniere in terra nostra? Come abitate la vita che avete scelto e vi è stata data? Queste erano le domande che non formulavo, ma, credo, esprimevo.

Il gruppo era straordinario. L’attenzione non calava mai. I racconti crescevano, cresceva il coraggio, spuntava come erbaccia la voglia di mettersi in gioco, una voglia inestirpabile. Il gruppo si formava e l’energia passava attraverso lo schermo, attraverso le distanze: io ero lontana e loro vicine, eppure, anche se avessero voluto, non si sarebbero potute vedere. Stavo riuscendo a trasmettere calore anche in quella buffa modalità? Ogni tanto sbagliavo e giravo lo schermo verso la mia stanza anziché su di me. E loro vedevano vestiti accatastati su una sedia, libri in disordine, rossetti, la mia solitudine, le mie ore affollate. Mi sentivo nuda: un’ora a settimana, nuda. E i loro racconti, così feroci nell’esercizio di empatia o di svelamento, mi denudavano ancora di più.

Eccoli, quei racconti: non potevo che raccontarne la genesi. Non capita spesso di pensare che gli esiti di un laboratorio debbano essere pubblicati, ma qui c’è qualcosa di più. C’è una strada che donne diverse per età e interessi hanno trovato per sentirsi vicine e per dirsi qualcosa, per bucare le pareti di casa in un momento in cui non si poteva. L’insieme di questi racconti ha il fragore di una piazza di consorelle, e ognuno di loro ha dignità in sé, nella sua differenza. Quanto a me, sono stata semplice testimone di queste scritture, al massimo levatrice maieutica, ed è una di quelle poche autentiche posizioni che sono orgogliosa di aver ricoperto.

 

 

 

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Loredana Mari

Loredana Mari, 51 anni, vive a Messina. Dopo il liceo classico, interrompe gli studi universitari presso la facoltà di lingue per dedicarsi a tempo pieno alla famiglia. Mamma di due figlie ormai grandi, coltiva da sempre la grande passione per la lettura e il cinema e, negli ultimi anni, fruitrice quasi compulsiva di serie tv. Le piace viaggiare, e sogna di poterlo rifare, in tempi più opportuni. Ogni tanto ama mettersi in gioco con esercizi di scrittura, di cui quasi mai si dichiara soddisfatta.

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